RACCONTO IN 5 EPISODI PROVVISORIAMENTE SENZA TITOLO COME LA SCULTURA CHE VERRÀ

1. Puntini

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Ero convinta di aver fatto un percorso che avesse un senso. Nel senso di direzione, non di significato.

L’illusione del tempo genera per sua natura questo inganno: si crede di aver camminato passo dopo passo disegnando una linea che inizia da A e arriva a B e poi a C, a D e via dicendo, finché non si muore.
E in genere si è anche bravi a spiegarsi il come, il perché e il quando si sia fatta una scelta di fronte ad un immaginario bivio, prendendo un cammino al posto di un altro. Come se queste diverse strade esistessero davvero in quanto possibilità, come se esistessero tanti ipotetici cammini tracciati e tracciabili.
Niente di più falso.
Le tracce le riconosciamo solo dopo che sono state lasciate. Sull’asfalto, nella melma, nella materia molle dei nostri ricordi, nel liquido interstiziale delle nostre cellule come tossine da eliminare e nell’aria stessa che respiriamo in quanto scie di odori che si percepiscono a volte senza che ce ne rendiamo nemmeno conto.
Tracce. Le tracce esistono solo dopo che tutto è successo.
Ero convinta che mettere in fila gli istanti passati potesse servire a capire cosa sarebbe accaduto dopo. L’idea di disegnare un percorso crea l’illusione che questo possa continuare, forse all’infinito.
O che comunque ci sia un progetto ultimo che metta insieme tutti i puntini costruendo poi un’opera compiuta, magari anche bella.

Niente di più falso.
Il dopo a un certo punto non c’è più. Un passo, uno qualunque, può essere l’ultimo.

Quella sera di casa io non volevo proprio uscire. 

(continua)


La Chiesa di Santa Maria presso San Satiro a Milano

C'è un gioiello a Milano poco lontano da piazza Duomo.
Avevo una vaga memoria dell'esistenza di questo bizzarro esempio di trompe l'oeil architettonico, ma ci è voluto l'aiuto di un amico che ha guidato i miei passi attraverso i suoi ricordi per riscoprirlo e visitarlo dal vero qualche settimana fa.
 Lui è uno che si entusiasma nel farsi sorprendere almeno quanto ama sorprendere gli altri, per questo credo mi abbia condotto qui.


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La Chiesa di Santa Maria presso San Satiro si trova lungo via Torino in uno slargo che si apre sul lato destro salendo, appena prima di piazza Duomo. L'edificio non si nota quasi passando, con quella facciata grigia un po' anonima stretta tra i palazzi circostanti e una volta entrati ci si stupisce un po' dell'ampiezza dello spazio occupato dalle tre navate e dalla pianta a croce di questa chiesa.


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Ma questa ampiezza si scopre presto essere generata in parte da un inganno. Un perfetto inganno prospettico opera del Bramante.

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Quando la Chiesa fu costruita, alla fine del '400, il progetto iniziale dovette scontrarsi con uno spazio disponibile più ridotto del previsto. Da lì l'idea di creare un abside "fasullo", un coro che simula in uno spazio di soli 97 cm una lunghezza dieci volte superiore.

L'illusione è perfetta, solo avvicinandosi e osservando lateralmente lo spazio dietro all'altare ci si accorge dello stratagemma pittorico: le colonne e le decorazioni a cassettoni imitano la prospettiva che si avrebbe se davvero esistesse quello spazio dietro all'altare.

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È una cosa geniale, oltre che sorprendente per la sua realizzazione. 
È geniale soprattutto perché rappresenta una sfida, è la risposta ad un limite, a quello che in teoria poteva essere un problema insormontabile. E invece.
E invece Bramante ha saputo usare un vincolo, una limitazione per creare bellezza dal nulla, nel senso che nasce proprio dall'assenza di spazio, da quello che non c'è. 

Ci sono tanti altri aspetti notevoli nel capolavoro rinascimentale rappresentato da questo edificio: c'è il sacello di San Satiro -che era il primo nucleo preesistente la costruzione della Chiesa poi dedicata alla Madonna- e la Sagrestia, per esempio, anch'essa opera del Bramante. Ci sono le opere scultoree, gli affreschi, i dipinti ma il vero capolavoro presente in questa superba realizzazione rinascimentale non è quello che c'è, ma quello che non c'è e fa finta di esserci.

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Galleria {MDC} Massimo De Carlo

Dureranno fino al prossimo 13 luglio le esposizioni in corso nella storica sede della Galleria Massimo de Carlo di via Ventura a Lambrate. Sono tra l'atro tra le ultime ad avere luogo nell'ex fabbrica della Faema che dal 1987  ha visto passare artisti del calibro di Alighiero Boetti, Rudolf Stingel, Maurizio Cattelan e Yan Pei Ming. Dal prossimo autunno la sede principale della Galleria si trasferirà infatti a Milano in un palazzo degli anni '30.
Le mostre correnti vedono protagonisti due artisti: Betrand Lavier e Karin Gulbran.

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Bertrand Lavier presenta Hier, Oggi, una retrospettiva di opere selezionate che vanno dagli anni '80 ad oggi. Nella prima sala l'accento è posto sull'esplorazione del colore. È soprattutto il rosso che cerca di definire se stesso, da un lato mirando all'astrazione dal suo lato materico, attraverso la sua riproduzione fotografica, dall'altro alla coincidenza assoluta con la materia stessa, nella scultura cubica che altro non è che una massa formata dalla pasta stessa che le dà il colore, probabilmente ancora molle al suo interno.

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Una serie di opere degli anni '80, '90 e 2000 -Formica Red (1983), Timex (1987), Charles Eames Chair (2002) e SMEG (2002)- sfidano il concetto del Ready Made: gli oggetti trasformati attraverso il gesto pittorico ci interpellano sull'ibridazione a vari livelli: quello del mezzo attraverso cui l'artista si esprime e quello dei soggetti, che a volte cercano di innestarsi l'uno nell'altro, in altri casi, pur accostati, restano isolati e fluttuanti.

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Nella seconda sala sono esposti tre dei suoi dipinti a specchio. Tre cornici, rappresentanti in modo emblematico e ironico l'età antica, quella moderna e quella contemporanea, racchiudono degli specchi dipinti con una pittura spessa che lascia solo indovinare la sagoma del riflesso di chi osserva. Il fulcro della ricerca che è alla base di questi lavori è il tempo, stigmatizzato dalle epoche storiche cui fanno riferimento le diverse cornici e nel quale l'artista immerge il fruitore dell'opera rendendolo fluttuante, indefinito e sfuggente come l'istante che non si riesce a cogliere.

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La seconda artista è Karin Gulbran, che qui presenta Weird Sisters, una serie di sculture e oggetti in ceramica che danno vita a un universo popolato da creature fantastiche. L'artista evoca con esse un mondo mitologico che è sintetizzato dal Budding Branch with White Flower, un vaso di piccole dimensioni su ogni lato del quale compare un ramo nelle diverse fasi della fioritura circondato da un paesaggio disabitato. 

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AniManiMism - Michael Fliri

L’esposizione di Michael Fliri alla Galleria Raffaella Cortese di Milano ha come filo conduttore la maschera.
Scultura, installazione, video, performance, fotografia, qualunque sia il mezzo scelto dall'artista, in questi lavori si tratta sempre di penetrare quella terra di nessuno che è l'involucro che ci separa dal resto del mondo.

Where do I end and the world begins  è il titolo della parte di esposizione che riguarda una serie di maschere in polvere di ceramica che sono per l'appunto la materializzazione del nostro confine, di quell’intercapedine sottilissima che ci separa da tutto ciò che è altro da noi. 
Le sculture sono tutte il risultato di un doppio calco (concavo e convesso) di maschere etniche (più una tra quelle in negativo che è il ritratto dell'artista) provenienti dal Mask Museum di Diedorf in Germania.
Il confine tra sé e il mondo si concretizza qui nello spessore di materia che separa la maschera convessa che mostra la parte esterna di noi al mondo e quella concava che aderisce alla nostro io interno, quello che è diverso per definizione, che nessuno vede ma che ci definisce a noi stessi. 

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My Private Fog
 è una serie di fotografie che prosegue questo tema volto-maschera. L'artista dopo aver modellato del materiale plastico trasparente sulla forma di sassi e concrezioni rocciose che ricordano gli scenari ghiacciati delle montagne della regione di cui è originario (l'Alto Adige), ritrae se stesso nell'atto di coprirsi il volto con questa sorta di membrana. La nebbia è quella del suo stesso respiro, che è la materia in questo caso volatile che si frappone tra l'individuo e il mondo.

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Le sculture della serie Gloves richiamano anch'esse la maschera, nelle forme fatte prendere dalle mani per coprire il viso, un po' come nei giochi dei bambini che nella maschera cercano la metamorfosi del sé, il cambiamento, la crescita. 
 
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E la metamorfosi è protagonista anche della video installazione a quattro canali AniManiMism. Il titolo, che dà il nome anche alla mostra, gioca con le parole che fanno riferimento da un lato all'animazione e al mimetismo dall'altro alle mani, all'anima e al sé. Nei quattro video proiettati contemporaneamente, ciascuno con una colonna sonora che si intreccia in modo molto evocativo con le altre, la mano dell'artista fa danzare una maschera in materiale trasparente in modo da creare un gioco d'ombre e di forme di notevole forza evocativa.

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La mostra è visitabile presso la Galleria Raffaella Cortese in via Stradella 1-4 a Milano fino al 28 luglio (martedì – sabato h. 10:00 – 13:00 / 15:00 – 19:30 e su appuntamento).


Gianluigi Colin - Sudari

All'esposizione di Gianluigi Colin presso la Triennale di Milano, terminata il 10 giugno scorso, abbiamo avuto il privilegio di essere stati introdotti dall'artista medesimo, che ci ha presentato personalmente il suo lavoro.

Siamo entrati "vergini" nella sala che ospitava l'esposizione Sudari, volutamente impreparati rispetto a quello che avremmo visto. E l'artista ci ha chiesto dapprima di girare per la stanza, di guardare, toccare, osservare da vicino le grandi tele colorate che vi erano esposte.
Sedici quadri più un dittico di dimensioni inferiori. Si tratta all'apparenza di grandi composizioni di pittura astratta dai colori accesi su sfondo per lo più azzurro.
"Cosa vi sembrano?"
Ricordo di aver risposto "impronte", ma non so se più per la suggestione data dal titolo della mostra o dall'effettivo ripetersi quasi meccanico delle tracce di colore su quelle superfici.
"Perché questi quadri non li ho fatti io".

Queste opere straordinarie rappresentano in effetti la massima espressione dell'arte concettuale in quanto, pur avendo in tutto e per tutto l'aspetto di quadri sono in realtà oggetti che l'artista decontestualizza e rielabora sfruttandone il lato estetico e significante in modo profondo e poetico.

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Colin, giornalista e art director del Corriere della Sera, ha infatti raccolto e selezionato porzioni di rotoli di tessuto assorbente, utilizzate per pulire le rotative dopo che il quotidiano è andato in stampa.
Quello che resta impresso sulla tela è dunque non solo una traccia, ma soprattutto uno scarto. È quello che rimane della notizia, è il rifiuto che si sedimenta sulla tela come nella nostra memoria, dopo che il presente della cronaca svanisce e viene dimenticato.


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In quei segni meccanici, in quel linguaggio cifrato che non importa affatto di decrittare perché si svincola esteticamente dagli eventi che i vari articoli riportavano in origine, c'è la persistenza della nostra memoria, quella a breve termine, quella che si appropria dei fatti per conservarne alla fine, in fondo alla coscienza, solo delle macchie colorate.
Tutto ciò che avviene in un giorno, tutte le passioni, i drammi e le speranze scorre via lasciando, come dice Bruno Corà, curatore della mostra, solo "l'eco visiva del dissolvimento di ogni residuo di comunicazione"


Holes in the Historical Record - William E. Jones

La mostra Holes in the Historical Record di William E. Jones è visitabile fino al 28 luglio al numero 7 di via Stradella a Milano, uno dei punti espositivi della Galleria Raffaella Cortese.

Servendosi di documenti della Library of Congress di Washington relativi ad uno studio fatto per documentare la recessione agricola avvenuta in America tra il 1935 e il 1944, l'artista seleziona volutamente gli scatti scartati e censurati, quelli che per motivi a noi ignoti non rispondevano ai criteri richiesti. Le fotografie ritenute inadeguate venivano denominate "killed" e forate in modo da non poter essere più utilizzate.
Quello che Jones qui realizza è dunque soprattutto un atto di rinascita. Lungi dall'essere state davvero uccise queste fotografie non solo riportano in vita la realtà agricola americana di quegli anni, ma ambiscono a far rinascere ciò che era stato dato per spacciato. E lo fanno attraverso un buco nero dal quale la luce che ha un tempo impressionato la pellicola tenta ora, contro ogni legge della fisica, nuovamente di uscire.

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Jones si serve di queste immagini in modo interlocutorio. Uniformando la posizione e la grandezza del foro egli fa di quest'ultimo una costante che si installa sull'immagine come un punto interrogativo.
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icostruire a questo punto non è più necessario, la risposta non risiede nell'immagine completa ma proprio in quel buco, nell'assenza che diventa presenza ricorrente.

Nel video che completa l'installazione esso è il punto da cui nascono e muoiono una ad una le immagini reiette: create dal vuoto ne vengono successivamente riassorbite in una sequenza ipnotica che in qualche modo documenta il lato ignoto della storia.

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I dittici e i trittici indagano, nella ricorrenza della parte mancante, temi dai risvolti poeticamente significativi.


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Per saperne di più sull'artista: williamejones.com


Atlas - Esposizione alla Torre della Fondazione Prada a Milano

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La Torre della Fondazione Prada è stata aperta al pubblico nell'aprile scorso: 60 metri di cemento, la sua architettura è già di per sé una realizzazione straordinaria, dalla varietà spaziale talmente ampia da far porre al visitatore più di una domanda sull'orientamento e la disposizione degl spazi, che sono così articolati da poco corrispondere alle forme di una costruzione che dall'esterno appare di una regolarità e semplicità ineccepibli.

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Sei piani della torre sono dedicati alla mostra "Atlas", che rende fruibili le opere 
della Collezione Prada che comprende artisti come Carla Accardi e Jeff Koons, Walter De Maria, Mona Hatoum ed Edward Kienholz and Nancy Reddin Kienholz, Michael Heizer e Pino Pascali, William N. Copley e Damien Hirst, John Baldessarri e Carsten Holler. Negli altri tre si trovano il ristorante, i servizi e i bar, tutti spazi che a loro volta sono stati allestiti e decorati in modo da amalgamarsi con le sale espositive.

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La prima di queste si trova al secondo piano. Qui si è accolti dai Tulips di Jeff Koons (1995-2004), tulipani giganti in acciaio dipinto. Una struttura incredibilmente leggera, nonostante il volume, forse proprio per  le linee in espansione, per quell'aspetto di oggetti in cui è stata insufflata dell'aria, e anche per quei colori accesi che assimilano l'opera a un enorme gioco per bambini.

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Salendo alla sala 2, si trova l'installazione Bel Air Trilogy (2000-2001) di Walter De Maria: tre Chevrolet Bel Air del 1955 con tre barre d'acciaio a sezione rispettivamente circolare, quadrata e triangolare, che trapassano longitudinalmente le vetture. Penetrate senza essere deformate in alcun modo, le macchine perdono la loro funzione, ma non la loro bellezza, mentre l'osservatore accusa il colpo, come se fosse a sua volta trafitto.

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La sala 3 ospita alcune delle opere che più mi sono piaciute tra tutte quelle esposte. Si tratta dell'installazione Remains of the Days (2016) e di Pin Carpet (1995), entrambi di Mona Hatoum.
Nella prima i resti combusti di una serie di mobili disposti come se fossero nei loro ambienti, sembrano fissarsi in un istante eterno di consunzione. Una fine rete metallica ricorda quella che doveva esserne la forma, mentre dei frammenti carbonizzati sfuggono dalle maglie.

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La seconda imita in tutto e per tutto le sembianze di un morbido tappeto, ma quelli che sembrano a prima vista soffici crini si rivelano essere in realtà spilli in acciaio. Il mimetismo della materia è qui perfettamente realizzato, come anche il fulcro semantico che parla di piacere, dolore e della loro dissimulazione.

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L'ampia sala 4 ospita opere di Pino Pascali: Pelo (1968) e Meridiana (1968). L'utilizzo di un materiale insolito come il peluche conferisce alle opere un 
aspetto ironico che contrasta con le geometrie di quelle appese alle pareti e posate al suolo.

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La successiva sala espositiva è due piani più sopra. Qui toviamo opere di William N. Coopley e l'installazioneWaiting for Inspiration di Damien Hirst: dei grandi cubi trasparenti ricreano ambienti in cui muoiono continuamente delle mosche. L'ossessione per la morte di questo artista arriva qui alla rappresentazione della sua perpetua attualizzazione.

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La sala 6 ci introduce innanzitutto in un corridoio buio, in cui è possibile camminare solo seguendo (fidandosene) un corrimano che procede con un percorso tortuoso. E' il Gantembein Corridor (2000) di Carsten Holler, che ci introduce alla Upside Down Mushroom Room (2000), sempre di Carsten Holler. Una foresta di Amanite Muscarie a testa in giù ci immerge in un'atmosfera fiabesca e allucinatoria, da cui si fa fatica a voler uscire.

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Un'esposizione da vedere e rivedere, per me senz'altro, visto che non avevo a disposizione tutto il tempo necessario per approfondire gli altri spazi della Fondazione Prada e le esposizioni temporanee. Anche il Ristorante e le toilettes sono notevoli e il bar sulla terrazza non era accessibile.

Questa della Torre è in ogni caso un'esperienza da farsi, per i lavori esposti ma anche per il connubio perfetto tra architettura e arti visive, per come gli spazi riescono a crearsi in sé e per sé e attorno alle opere e per come le opere vivono nei volumi che si elevano verso l'alto e respirano davanti alle grandi vetrate che danno su Milano. 



 


Nuit des Musées 2018 - Mamac, Nice

Sabato 19 maggio si è svolta, come da 14 anni a questa parte la Notte europea dei Musei.
Questa iniziativa, che ha come scopo di aprire le porte di sale solitamente adibite all'esposizione anche ad altre tipologie di performance, permette alle arti di incrociarsi tra loro, dando vita a prospettive insolite e ad energie portatrici di nuovi spunti ed intuizioni.
Nove erano i musei di Nizza che prevedevano l'ingresso gratuito e l'apertura serale, oltre ad ospitare eventi come concerti, rappresentazioni, allestimenti speciali, conferenze e performance di danza.
Noi, come l'anno scorso, ci siamo diretti verso il Mamac, il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Nizza, anche se le iniziative erano talmente tante e interessanti che la scelta è stata comunque difficile, ma non ci ha certo delusi.

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Le sale della collezione permanente, che di recente hanno subito una riconfigurazione nell'allestimento, ospitavano diversi eventi e performance di musica e danza. Per quel che riguarda quest'ultima, tre sono stati gli spettacoli che la Compagnie Humaine ha proposto in diversi spazi del Museo.

Tre coreografie che hanno preso vita in forma di dialogo con le opere e l'architettura del museo stesso.
La prima nella sala Yves Klein ha visto musica e danza scivolare attorno al blu dell'artista in una ricerca di spiritualità che vede nel distacco dal suolo la sua espressione più pura.

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La seconda performance nella sala Niki de Saint Phalle ha permesso alle celebri Nanas di questa artista di danzare assieme a un'eterea ballerina seguendo le note di una chitarra elettrica.

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Infine l'ultima esibizione prende le mosse dall'architettura stessa del museo: lungo uno dei corridoi vetrati che collegano le sezioni della sua struttura quadrilatera i due ballerini hanno raccontato una storia di sentimenti intensi, evoluzioni, incontri e perdite. 

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Un assaggio delle loro performance qui:



La serata prevedeva anche la partecipazione del progetto musicale « HHH », creato da tre allievi della sezione elettroacustica del Conservatorio di Nizza, la misteriosa parata equestre Starship, realizzata in occasione dell'esposizione Si c’était à refaire de Renaud-Auguste Dormeuil nella galleria contemporanea e l'accensione della poetica scultura di fuoco Mur de feu di Yves Klein sulla terrazza all'ultimo piano, che chiudeva l'evento poco prima di mezzanotte.

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Un giro al lago di Fimon sui Colli Berici

Un giro nel senso di passaggio ma anche nel senso (orario) di percorso del suo perimetro. È quello che abbiamo fatto.
Il Lago di Fimon è un bacino situato sui Colli Berici in provincia di Vicenza, circondato da una splendida passeggiata che ne costeggia le rive, in mezzo a una vegetazione lussureggiante di boschi tutt'attorno e di ninfee sulle acque.
I Colli Berici si estendono da Vicenza verso sud per una ventina di chilometri. In questa zona, in cui si alternano valli, rilievi e altipiani, si trova il Parco Naturale del lago di Fimon, un'area davvero da scoprire, anche lungo i molteplici percorsi di trekking e le passeggiate che lo attraversano. Si tratta di una zona ricca di interessi, archeologici, naturalistici, architettonici e anche agricoli.

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Il Lago di Fimon ha avuto origine dalla formazione di uno sbarramento alluvionale, prodotto dai fiumi Brenta, Astico e Bacchiglione ai margini dei Berici. Sembra che abbia circa 35.000 anni e che sia quindi il più antico del nord Italia.

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Nel Parco che circonda questo lago sono stati tracciati 5 percorsi di trekking di varia lunghezza e difficoltà, per un totale di circa 45 km. Questi itinerari abbracciano un’area di grandissimo interesse sia storico che naturalistico del territorio del comune di Arcugnano. Si tratta di altrettanti giri ad anello intorno al lago e sui fianchi dei rilievi che permettono così di apprezzare le bellezze naturali e le caratteristiche del paesaggio agrario e forestale dell’ambiente collinare.

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Esposizione Henjam al Castello del Catajo

Il castello del Catajo,  splendido palazzo cinquecentesco dal bellissimo parco e dai saloni affrescati ricchi di storia e leggende, ospiterà dal 29 aprile fino al 12 maggio un'esposizione di opere Henjam, in occasione della rassegna Emergere in Arte che vedrà altre mostre prendervi vita nei prossimi mesi. Siamo a Battaglia Terme sui Colli Euganei in provincia di Padova in una location davvero eccezionale. Si tratta di una delle dimore storiche europee più imponenti e monumentali: villa principesca, reggia e salotto letterario, di qui sono passati nei secoli nobili e artisti di tutta Europa.

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In queste stesse stanze Henjam ha il piacere di presentare la sua produzione artistica più recente, con qualche excursus verso opere passate ma collegate ad esse per stile e poetica e una digressione riguardante le ultime sculture lignee di Alberto Festi. Il nucleo centrale dell'esposizione è costituito dalle opere della serie Limes (2017). Questi grandi dipinti su juta in cui il dialogo fra mondi inconciliabili sembra sempre sul punto di realizzarsi sono in realtà intimamente legati alle opere su juta del 2003. Oltre al supporto e alla tecnica esse partecipano infatti della stessa capacità evocativa nel creare mondi sospesi tra il presente e l'attesa. Anche qui come in Limes il passaggio non si realizza mai, ma l'universo resta più nudo e metafisico, mentre le più recenti immagini di confine ostentano materia e carnalità.

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Oceano (2017) è un'opera a sé. Questo dipinto grandioso prende le sembianze di una scultura tanto è abitato da un movimento ondoso tridimensionale, a sua volta contenuto dall'acciaio immoto della cornice, in una costante tensione che sembra non risolversi mai.

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Se Oceano è il movimento, La Madre rappresenta le radici. Quest'opera monumentale del 1994 segna l'inizio della collaborazione artistica tra Alberto Festi e Matteo Tonelli. La tensione qui corre da un riquadro all'altro, creata da quello stesso attrezzo che serve appunto a tendere i filari delle viti,  ripetuto per 24 volte con tecniche diverse in altrettanti dipinti cuciti su juta.

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E proprio la tensione, assieme alla capacità evocativa, è il secondo polo su cui ruota l'esposizione. Le ultime sculture di Alberto Festi (2018) completano in questo senso il discorso sull'energia potenziale racchiusa nell'opera d'arte. Potenti, immediate e intense raccontano una realtà dall'evidenza che sorprende per la sua purezza e bellezza assoluta.

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La visita al castello e all'esposizione vi emozionerà. La sintonia tra il fascino un po' decadente dei locali che la ospitano e il potere evocativo di queste opere è davvero perfetta.

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Il castello è aperto nei pomeriggi di martedì, giovedì, venerdì e domenica dalle 15 alle 19.