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Domenica mattina a Monza

A Monza ci ero stata a più riprese tra il 2008 e il 2009 e ne avevo serbato un bel ricordo di cittadina elegante e gradevole. 
Questa volta siamo passati rapidamente, approfittando di un sabato sera davvero tardivo, trascorso tra la ricerca dei luoghi della memoria di Marco e una pizza che non arrivava mai alla Pizzeria del Centro e soprattutto di una domenica mattina di fine settembre dal clima ancora tiepido, con la luce ancora estiva che incideva i contorni delle cose e le bancarelle dei vari mercati che cominciavano appena ad offrire i loro prodotti ai passanti.
Credo che fossimo gli unici "turisti".

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Monza nella mia memoria accende immediatamente due ricordi.
Il primo è Tommaso Labranca. No, non lui direttamente, ma un suo libro, 78.08 che ho acquistato nella libreria Libri&Libri in uno di quei miei passaggi di allora. Il romanzo, che era uscito da poco, mi era praticamente caduto tra le braccia mentre mi soffermavo diosolosaperché a curiosare tra gli autori che cominciano per L.
Sono numerose, sono proprio tante le librerie a Monza e questo mi ha fatto riflettere sul
 fatto che una città non si misuri tanto dal numero di abitanti o dalla superficie del comune, bensì dalla sua profondità, che è rappresentata anche dalla quantità di libri che chi ci vive è solito acquistare.

Il secondo è un corso di step organizzato in piazza dalla palestra Moving di Lissone nell'ambito di un evento sponsorizzato da radio Number One (la 10 k credo). Si moriva di caldo -era estate- ma la coreografia piuttosto articolata mi aveva molto divertita. 

Due bei ricordi possono bastare. Il passato è limpido.
Il presente è sereno, insomma lo era.

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Jaffa

Jaffa (in ebraico Yafo) è la parte a sud della città di Tel Aviv. E' uno dei porti più antichi al mondo ed è a tutti gli effetti la parte storica della città moderna, creata a nord della cittadella nel 1909. 

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Prima di allora era una città musulmana. La sua esistenza è attestata da 3500 anni ed è citata nella Bibbia e nei Vangeli. Nella sua lunga storia ha visto dominazioni Turche, Napoleoniche e Inglesi e soprattutto i conflitti Israelo-palestinesi, prima di fondersi nel 1950 con Tel Aviv.
Jaffa, che in ebraico significa "la bella" si trova su una collina affacciata sul Mediterraneo e da qui osserva i grattacieli della "città bianca". 

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L'atmosfera qui è ricca di storia, questa fortezza ha mantenuto un fascino autentico, pur riuscendo a reinventarsi un presente piuttosto trendy e alla moda.

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A Jaffa si trovano influenze ebraiche e arabe. Nonostante il grande esodo del 1948 ci vivono 18.000 palestinesi di cittadinanza israeliana, cifra che corrisponde a un quarto dell'intera popolazione del quartiere. Anche se la situazione è più complessa di quanto appaia a prima vista Jaffa resta a tutt'oggi un simbolo di convivenza e tolleranza in Israele.

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Celebre per il suo mercato delle pulci a Jaffa si respira un'atmosfera orientale mista a un gusto elegante e europeo.

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Il porto di pescatori si anima alla sera, quando i bar e i ristoranti si affollano per assistere al tramonto che si accende sul mare.

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Nazareth

A Nazareth mi ci sono trovata un po' per caso, come in tutto questo viaggio in Israele peraltro, un po' infiltrata appresso a Marco che ci è venuto per lavoro. E uno dei suoi meeting era appunto qui, ragione per la quale ho per quel giorno disertato la spiaggia di Tel Aviv per visitare questo luogo mitico, in cui la tradizione cristiana vuole sia vissuto Gesù.

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Durante tutta la mattinata ho avuto una guida d'eccezione, Rula, una brillante avvocatessa moglie dell'ingegnere che doveva incontrare la delegazione della società per cui lavora Marco, che gentilmente si è offerta di accompagnarmi nella visit
a della cittadina della Galilea, dandomi anche un sacco di informazioni relative alla storia e alle tradizioni della zona.

Nazareth è la più grande città araba del paese, composta per il 60% da abitanti di religione islamica e per il 40% da cristiani (cattolici e ortodossi).
Rula mi ha accompagnato attraverso il mercato, spiegandomi che un tempo era molto più vivace e attivo e che ora, a causa dello sviluppo dei centri commerciali e dello spostamento delle nuove generazioni fuori dal centro storico della città, la sua attività si è ridotta in modo considerevole. Qualcosa dello spirito del mercato mediorientale vi sopravvive ugualmente, con quell'accozzaglia tipica di oggetti utili, modernariato e arredamento così tipica. 

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Lei è cresciuta proprio in una delle vie adiacenti e quando ho preso questa foto, mi ha confessato "è il mio angolo preferito".

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Rula mi ha poi fatto visitare prima la Basilica dell'Annunciazione che domina letteralmente il panorama della città.

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C
ostruita sul sito che la tradizione cristiana vuole corrisponda a quello in cui Maria avrebbe ricevuto la visita dell'Arcangelo Gabriele con l'Annuncio della nascita del Cristo, l'imponente basilica in cemento armato è formata da due chiese sovrapposte.
In quella inferiore si trova la "Grotta dell'Annunciazione" che corrisponde alla casa di Maria. E' visibile una scala, nominata anche dalle scritture, quella dalla quale l'Arcangelo sarebbe sceso per darle la lieta novella.

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Nella chiesa superiore, come nel piazzale antistante, si possono ammirare numerosi mosaici provenienti da tutte le parti del mondo raffiguranti la Vergine Maria e Gesù. E' buffo vedere come ogni nazione se li immagini con i tratti e gli abiti tipici delle proprie genti.

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E' la più grande chiesa cristiana del Medio-Oriente (well, non ci sono molte chiese cristiane nel Medio-oriente, ha aggiunto Rula). Inaugurata nel 1964 da Papa Paolo VI, vi hanno officiato la Messa anche i Papi successivi.

Siamo passate poi alla visita della piccola chiesa greca ortodossa di San Gabriele, quella di Rula -ci ha tenuto a dirmelo mentre mi porgeva la caratteristica sottile candela da affondare nei bacili riempiti di sabbia- in cui, secondo una tradizione cristiana parallela sarebbe in realtà avvenuta la vera Annunciazione (eh, neanche tra cristiani si mettono d'accordo da queste parti). Qui infatti c'è il pozzo al quale Maria sarebbe venuta ad attingere l'acqua quando Gabriele le fece visita.

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Un altro luogo molto suggestivo che mi ha fatto visitare sono i tunnel sotterranei, scoperti solo 15 anni fa, in cui si nascondevano i primi cristiani prima che Costantino emanasse il suo editto di tolleranza. Mi ha spiegato che essi percorrono per decine di chilometri il sottosuolo della città e la loro ristrettezza mi ha decisamente impressionato.

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Una terza chiesa greca, ma di tradizione cattolica (ebbene sì esiste anche quella a Nazareth, non ero al corrente dell'esistenza di una simile tradizione, ma in questa terra la frammentazione religiosa crea entità davvero insospetttabili) sorge poi accanto alla sinagoga, quella dalla quale Gesù avrebbe cacciato i Farisei (i mercanti in effetti si trovano ora appena fuori).

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Che uno, per colpa dell'iconografia classica, se lo immagina come un tempio monumentale e invece.

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Un'altra chiesa facente parte del complesso della Basilica cattolica è quella che sorge sopra quelli che tradizionalmente sono riconosciuti come i resti della casa di San Giuseppe. 

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Insomma passeggiare per Nazareth è un po' come ripetere alcuni passi del Vangelo ed è inevitabile stupirsi di fronte all'esistenza reale, prosaica e spesso assai poco spirituale di luoghi mitizzati e facenti parte di un immaginario che poco ha a che fare con la realtà, soprattutto di quella mediorientale.

Oggi Nazareth è la città dove si trova la più grande comunità araba in territorio israeliano. La popolazione era composta soprattutto da cristiani, fino all'arrivo di rifugiati musulmani qui giunti dopo la creazione dello stato di Israele. Le due comunità sono in buoni rapporti, anche se ci sono stati momenti di frizione, soprattutto quando la comunità islamica aveva deciso di costruire una gigantesca moschea proprio accanto alla Basilica dell'Annunciazione, cosa alla quale i cristiani si sono fermamente opposti bloccando i lavori. La cosa è ancora motivo di tensioni.

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Tra i musulmani e gli ebrei invece le tensioni sono più importanti e sono legate alla costruzione di un comune a maggioranza ebrea sorto sulle colline attorno a Nazareth. Nazareth Illit o Upper Nazareth, verso la quale sono state spostate la maggior parte delle istituzioni e dei servizi dello stato.

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A Nazareth Illit siamo stati invitati a cena da Shadi che, dopo averci portato a vedere dall'alto il Monte Tabor, dove le scritture affermano ebbe luogo la Trasfigurazione di Gesù, ci ha offerto un superbo pasto mediorientale di quelli che solitamente si preparano nelle grandi occasioni. Il piatto principale a base di agnello, riso, pinoli e mandorle viene infatti fatto cuocere per sei ore dal fumo di una speciale stufa. L'accompagnamento della cena consisteva in una quantità di portate pantagruelica: dolmades (gli involtini di foglie di vite), tabulé libanese, insalate varie, hummus, il tutto annaffiato da vino locale e seguito dal dolce tipico di Nazareth (una cosa un po' formaggiosa, buona, di cui non ricordo il nome o più probabilmente non mi è stato nemmeno detto) che ci è stato servito in giardino.

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Del fatto c
he i medio-orientali fossero un popolo eccezionalmente ospitale ne avevo avuto già prova, ma qui sono stati raggiunti livelli davvero stratosferici, che vanno senz'altro al di là di quello che poteva essere l'interesse per la futura collaborazione nell'ambito del progetto di business per cui ci si trovava lì. Grazie ai nostri ospiti, spero di poter tornare presto nella vostra terra.
 


 


 


Neve Tzedek

Neve Tzedek è il primo quartiere ebraico ad essere stato costruito fuori da Jaffa, prima che la stessa Tel Aviv venisse creata. L'atmosfera è ancora quella del piccolo villaggio dalle strade tranquille, silenziose e piene di gatti. 

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In un primo momento disertato dagli abitanti che gli preferirono la città moderna, dagli anni '80 è tornato ad essere apprezzato, diventando uno dei quartieri più ricercati della città, sede di atelier di artisti, ristoranti chic e concept store.

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Ma l'atmosfera resta quella dell'oasi di pace ("oasi di giustizia" è peraltro il significato del suo nome in ebraico), la sensazione è quella di trovarsi in una bolla fuori dal tempo e dal traffico della città: lungo le sue stradine un po' labirintiche i bambini giocano, i gatti prendono il sole, i turisti scattano foto. 
Le case basse dipinte color ocra, gli aranci, gli olivi e le bouganville contrastano con le torri che svettano appena al di fuori del suo ideale perimetro.

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Vi si trova il museo Nahum Gutman, che fu la casa dell'artista e la casa della famiglia Rochach, diventata a sua volta un museo e un memoriale.
Il Centro Culturale Suzanne Dellal, scuola di danza molto nota, è l'anima del quartiere e il punto di ritrovo degli artisti.
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TA

Los Angeles, o meglio il lungo-oceano di Santa Monica. Quella è stata la prima cosa che mi è venuta in mente alloggiando sul lungomare di Tel Aviv.

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Le palme, i palazzi moderni e soprattutto tutti quei giovani impegnati a correre e a fare sport sulla spiaggia hanno fatto sì che la memoria corresse proprio lì, dove guarda caso mi trovavo proprio negli stessi giorni 5 anni fa. 

La Muscle beach di Santa Monica è dove per tradizione viene fatta risalire la nascita del fitness inteso come cultura fisica, impegno nel mantenere il proprio corpo sano ed efficiente, funzionale e di conseguenza dall'aspetto armonioso, ché non esiste bellezza senza uno scopo.

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Tel Aviv è una città moderna vocata agli affari, ragione per la quale ero lì, infiltrata appresso a Marco che ci si trovava appunto per lavoro. Pochi giorni, ma sufficienti per rendersi conto che bisogna tornarci per visitare un po' tutto quello che non si è fatto in tempo a vedere.

Per il momento però ho approfittato del mare. Caldissimo, pieno di pescetti contro i quali era impossibile non sbattere mentre ci si immergeva.
E della spiaggia. Finissima, ampia e incredibilmente poco affollata, nonostante ci trovassimo lì proprio tra due importanti feste ebraiche, il Capodanno e lo Yom Kippur.

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Lungo la Promenade su cui si affacciano gli hôtel più lussuosi sfrecciano biciclette e monopattini elettrici, corrono ragazzi e ragazze atletici e c'è pure qualche gatto, segno inequivocabile che lì si può stare.

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Più a nord, dove si trovava un tempo un porto ci sono i docks in cui ora numerosi ristoranti servono pesce freschissimo e buonissimo.

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La sensazione è di essere in una città moderna e soprattutto sicura, l'assenza pressoché totale di forze dell'ordine per le strade ne è l'ulteriore prova.

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Pista ciclabile Torbole-Dro

Non mi sono ancora abituata del tutto, lo ammetto. Per me tornare a casa è "tornare ad Arco". Non posso concepire diversamente il percorso che mi porta lassù.
Dieci anni fa ho lasciato la mia patria di nascita allontanandomi progressivamente da dove avevo le mie radici. Si dice che più la chioma si estende in ampiezza dalla base del tronco, più profonde ed ampie esse sono.
Per ora mi trovo a circa 500 km di distanza. Se le radici sono proporzionate, la famosa mela che cade ha un ampio margine per dare i suoi frutti. Vedremo.

Non mi sono abituata del tutto, dicevo, al fatto che la mia famiglia si sia nel frattempo trasferita a Dro, che è un paesino che, per quanto gradevole, nulla ha a che fare con l'atmosfera e lo spirito dellla "Busa", la conca che dalle sponde del Garda trentino arriva fino al castello di Arco, il punto più aperto e luminoso di questa piana dal clima mediterraneo.

Non mi sono abituata ma sto cominciando ad apprezzarne alcune peculiarità, come la Coop e la neo-inaugurata Conad, dove trovo i tarallucci per il Marco (e tante altre cose) e soprattutto il Supermarket della Calzatura, vera miniera di innumerevoli scarpette "numero 35 che calza piccolo" che mi rendono oltremodo felice.  
Ok scherzi a parte, Dro è un paesino non troppo vitale, ma che ha anche i suoi lati positivi, in fondo.
Uno è la bellissima pista ciclabile che lungo il fiume Sarca la collega (toh!) al lago. 

Non la conoscevo affatto nel suo tratto tra Dro ed Arco, ma negli ultimi mesi, durante i miei ripetuti soggiorni in famiglia, è diventata un percorso piuttosto abituale e devo dire che i suoi scorci hanno qualcosa di davvero idilliaco. Salici piangenti, canneti, un sacco di vegetazione, fiori di campo, natura un po' selvaggia fanno da cornice a chi voglia pedalare sulle rive del fiume lungo il suo tracciato fatto anche di ponti e caratteristiche passerelle. 

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Sono 11 km per arrivare fino a Torbole, una passeggiata breve e gradevole che porta infine al lago.

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Il tratto tra Arco e Torbole, invece, non solo lo conosco molto bene, ma c
i ho trovato pure le stesse persone che lo percorrevano 10 anni fa. La mia amica Cristina aveva solo un piccolo dettaglio in più rispetto ad allora, un seggiolino con una bimba già molto più cresciuta di quello che avrei supposto. 
Il professore baffuto e consorte che erano soliti frequentare il Lido Blu invece erano identici.
Ho riso di stupore ma soprattutto di sollievo. Le cose che non cambiano rassicurano tanto, rassicurano tantissimo.

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Parco Nazionale di Krka

Tanto per cominciare diciamo subito che la settimana di Ferragosto non è proprio per niente la migliore per visitare questo luogo favoloso, che sprigiona bellezza e naturalezza da ogni goccia di vapor acqueo che galleggi nell'atmosfera dei suoi 109 km² (si km, non mi sono sbagliata).
Non è proprio per niente la migliore, ma quella avevamo, quindi l'unica soluzione è stata quella di cercare di fare astrazione (ommmmh) dalla folla brulicante, rumorosa, insomma molto fastidiosa (di cui peraltro noi stessi facevamo parte) che ingombrava il sentiero attrezzato e le cascate del parco. 

Il parco nazionale di Krka comprende una parte del fiume omonimo, il lago Visovačko e una serie di cascate, tra cui le più famose sono le Skradinski Buk (cascate di Skradin).
Le cascate si formano quando il fiume Krka oltrepassa le barriere di tufo, formazioni naturali di calcare, che nella cascata più famosa arrivano a formare ben 17 gradini per un'altezza totale di 46 metri. 

Le ultime sono le più impressionanti arrivando a raggiungere i 10 metri di altezza.

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Alle cascate di Skradin si può arrivare a piedi, in navetta o in barca. Noi, nonostante il caldo infernale, siamo voluti scendere a piedi, per godere un po' anche del paesaggio naturale offerto dal bosco circostante.

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Una volta arrivati a valle un percorso ad anello fatto di passerelle e sentieri conduce, attraverso punti panoramici idilliaci, alle cascate più famose, quelle di Skradin, dove si può fare il bagno, nel nostro caso davvero gradito, vista la necessità di rinfrescarsi dalla calura ferragostana.

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Immagino che le cascate di Skradin abbiano tutt'altro fascino in qualunque altro periodo dell'anno. Confesso che la visione che ne ho avuto io mi ha fatto pensare a un qualche girone infernale, con la visione di tutti quei corpi immersi a metà fra le rocce di tufo giallastre.

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Nel parco ci sono altre cascate altrettanto spettacolari, come quelle di Roški Slap o di Manojlovački Slap oltre a molte altre mete interessanti che vale la pena visitare, avendone il tempo e la voglia. 
Noi abbiamo optato per la gita al Monastero francescano di Nostra Signora della Misericordia sull'isoletta di Visovač.

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La gita in barca è stata piacevolissima, come solo i trasferimenti lenti e a fior d'acqua possono esserlo.
Il tragitto (o nòlo, come avrebbe detto mio papà) fino all'isola dura tre quarti d'ora all'andata e altrettanto al ritorno, tre quarti d'ora in cui si ha il tempo di diventare tutt'uno con il verde dell'acqua e della vegetazione, di lasciarsi inglobare nel silenzio rotto solo dall'incomprensibile chiacchiericcio in croato tra il barcaiolo e gli altri turisti (tutti autoctoni, stranamente) e di pensare. A volte ci si dimentica quanto pensare sia bello, può metterti in pace con il mondo, se vuoi. 

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Dopo il monastero la gita è proseguita, in maniera diciamo così "autonoma" lungo un canyon scavato nelle rocce dal fascino davvero contrastante con il paesaggio in cui ci trovavamo immersi fino a un attimo prima.

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Note to self: la prossima volta che ci si viene, prevedere l'arrivo la mattina presto.

 


Brač - Bol

Ci abbiamo passato pochi giorni, a Bol, cittadina davvero pittoresca in cui si trova una delle spiagge più particolari dell'Adriatico. Pochi ma pieni di cose belle.

Già la vista dell'appartamento che ho avuto la fortuna di trovare era incredibile, se poi si aggiunge che appena arrivata sono stata accolta da manifesti che pubblicizzavano sessioni mattutine di yoga sulla spiaggia e il fatto che qui ci sono tanti gatti e un mare splendido, bè, è inevitabile che sorga spontanea l'dea di essere un po' in una dependance del paradiso.

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Bol è una cittadina che. a dispetto delle sue dimensioni, è in realtà molto ricca di storia.

Il centro urbano si sviluppa attorno al porto. Qui si trovano palazzi in stile barocco, il loggiato con sopra la chiesetta, il palazzo rinascimentale-barocco in cui si trova la galleria d`arte, la chiesa parrocchiale, la piazza e il Kastil. Gli edifici in stile si inseriscono in modo armonioso in un complesso di costruzioni di architettura popolare tipica dalmata.

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Ma l'attrazione principale del villaggio è la spiaggia di Zlatni rat.
La sua incredibile forma a punta che si estende per quasi mezzo chilometro nel mare cambia spesso, assecondando le onde e le correnti marine.

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Queste possono essere molto forti, come abbiamo potuto noi stessi sperimentare, essendo stati sorpresi da forte bora e onde un po' sproporzionate rispetto alla barchetta che avevamo noleggiato per visitare le meravigliose calette della costa meridionale dell'isola.

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Tre giorni sono pochi per visitare l'isola, ma prima di prendere il traghetto per Split siamo comunque riusciti a fare almeno un giro a Supetar, che si trova sulla costa settentrionale.

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Era Ferragosto, a Spalato

Sono stati gli ultimi due giorni della nostra breve vacanza. Dopo Trogir, il parco di Krka e Bol, sull'isola di Brač, ci mancava solo di visitare Split, da dove saremmo partiti di lì a pochi giorni per rientrare a casa, a Nizza. 
Forse le aspettative non troppo elevate hanno giocato in questo senso, forse il fatto che il cuore della città, il palazzo di Diocleziano è davvero una cosa mirabile, ma arrivare a Spalato la sera di Ferragosto e passeggiare per le strade e le piazze del centro è stato davvero magico.

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La piazza del Peristilio affollata di gente e musica aveva qualcosa di surreale nella sua bellezza antica 

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A colpirmi è stata soprattutto l'atmosfera, la gente rilassata, la musica e i drink sorseggiati con calma, le terrazze affollate ma solo vagamente rumorose, i tavoli dei ristoranti che sparpagliavano i loro clienti lungo i vicoli e le scalinate, le luci delle strade che accendevano dettagli e illuminavano superbe architetture. Tutto ha fatto sì che restassi a bocca aperta di fronte alla visione notturna di questa città molto più di quanto mi sarei aspettata.

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Anche di giorno Split è sorprendente. Dal basso, dall'alto, da vicino e da lontano.

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Oltre alle incredibili vestigia romane, l'architettura della città è ricca di evidenti segni dei quattro secoli di dominazione veneziana 

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Il più importante edificio religioso è la Cattedrale di San Domnio, che sorge su quello che un tempo fu il mausoleo dell’imperatore Diocleziano e divenne cattedrale verso la metà del VII secolo, all’epoca delle persecuzioni contro i cristiani.

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I mercati della città meritano una visita. Il mercato del pesce ha più di cent'anni ed è ancora un importantissimo luogo di ritrovo per gli abitanti di Split. Il coloratissimo Pazar, che si trova accanto al muro orientale del Palazzo di Diocleziano, è invece dedicato soprattutto alla frutta e alla verdura.

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Ma Split è anche città di mare, una visita alle sue bellezze non può prescindere da una giornata in spiaggia. Quella di Kašjuni pur essendo molto prossima al centro si trova immersa nel verde del parco Marjan.

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Salona

Salona, le cui rovine sono situate vicino all'odierna Split, fu la capitale della provincia romana della Dalmazia e giocò un ruolo importante nell'ultima fase della storia dell'impero Romano.
Fondata da Giulio Cesare verso il 40 a.C, ebbe lo status di civitas dell'impero, come dimostrano i resti di un teatro e di un anfiteatro. Uno dei periodi più importanti della città fu quello del regno di Diocleziano (284-305) che aveva fatto costruire il suo palazzo nelle immediate vicinanze.
Ai tempi dei primi cristiani Salona fu uno dei più importanti centri dell'impero Romano. La popolazione cominciò a diminuire dal 640, all'epoca delle invasioni degli Avari e degli Slavi, quando la popolazione trovò riparo dietro le solide mura del palazzo di Diocleziano o sulle isole nell'Adriatico.

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Manastirine

I resti della basilica e del cimitero di Manastirine sono situati al di fuori della città, a nord est, e costituiscono il più importante cimitero paleocristiano di Salona.

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In quest'area sono stati trovati i primi resti dell'antico agglomerato urbano, risalenti al II sec. a. C. e una prima necropoli pagana sembra vi esistesse dal I sec. d. C.
Il primo funerale cristiano celebratovi fu quello del vescovo martire Domnio, la cui esecuzione avvenne nel 304 durante le ultime persecuzioni cristiane ad opera di Diocleziano. Dopo la sua inumazione in loco molte cappelle vennero costruite a servire da tombe agli altri cristiani che volevano essere inumati al suo fianco.

Alla fine del IV secolo durante le incursioni germaniche il complesso fu parzialmente distrutto, dopodiché, nella metà del V secolo vi fu costruita una grande basilica a tre navate , successivamente ingrandita e modificata, che restò meta di pellegrinaggio alla tomba di Domnio fino al VII secolo.

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Le mura della città

La costruzione delle mura di Salona richiese parecchi secoli. La parte più antica della città aveva forma trapezoidale ed era circondata da mura dal II secolo a. C. 
Con la Pax Romana Salona cominciò ad espandersi gradualmente oltre le mura, ma durante il regno di Marco Aurelio le incursioni germaniche obbligarono i salonitani a costruire altre fortificazioni. Anche l'anfiteatro fu inglobato nelle nuove mura, in quel periodo Salona aveva dunque una forma elissoidale lunga 1600 metri e larga 700.
Nel periodo bizantino vennero rinforzate e furono aggiunti elementi triangolari e torri quadrate.

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Il Centro Episcopale

Il centro dell'antica Salona si trova nella parte  est, nei pressi dell'oratorio cristiano, dove i primi cristiani si ritrovavano segretamente per le loro preghiere. Questa era la più antica chiesa di Salona e fu usata dalla metà del III secolo dal Vescovo Venanzio.
Era situata nei bagni di una casa privata, riadattati all'uso. Dopo l'Editto di Tolleranza di Costantno nel 313 in questo stesso luogo fu costruito un centro episcopale costituito da due basiliche, un battistero e un palazzo episcopale

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I Cinque Ponti

Nella parte periferica ad est, oltre le mura della città più antica correva il letto occidentale dello Jadro (l'antico Salon), che nel I secolo a.C era attraversato da un ponte a 5 campate sostenuto da massicci pilastri situato sul decumanus maximus, la via principale della regione

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Porta Cesarea

Il primo nucleo della città di Salona era circondato da mura e torri fortificate. Durante il regno dell'imperatore Augusto fu costruita una monumentale porta ad est, la Porta Caesarea. Fiancheggiata da due torri ottagonali aveva probabilmente due piani con arcate e colonne e decorazioni elaborate. La porta fu parzialmente usata per accogliere l'acquedotto.
Con l'espansione della città perse la sua funzione originaria e divenne una sorta di arco di trionfo.

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Anfiteatro

I resti di un anfiteatro, un edificio monumentale eretto nella seconda metà del II secolo d.C: sono situati nella parte nord-occidentale dell'antica Salona. Fu costruito a livello del suolo, tranne per la parte nord che si appoggiava sul fianco di una collina. La costruzione aveva quindi tre piani nella parte sud e uno solo nel lato nord.

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La sua ellisse di 125 metri per 100 poteva contenere fino a 17.000 spettatori. All'epoca di Diocleziano l'ultimo livello su cui si poteva stare solo in piedi era coperto da dei porticati. Attraverso dei pali posti sulla struttura esterna tutta l'area poteva essere ricoperta da tende che la proteggevano da sole e pioggia.

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Nella parte sud era presente una loggia per il governatore della provincia e dalla parte opposta i posti d'onore per i magistrati.
Al centro dell'arena c'era una botola che portava direttamente nei sotterranei, attraverso la quale i corpi senza vita dei gladiatori venivano portati via. Nella parte meridionale esistevano due stanze a volta in cui i gladiatori facevano i loro voti a Nemesi, dea della vendetta e del destino.
All'inizio del V secolo i combattimenti tra gladiatori vennero vietati, mentre continuarono quelli con gli animali.

Solo le parti delle strutture sotterranee e qualche elemento delle decorazioni architettoniche sono rimasti di questa struttura. I maggiori danni al monumento risalgono alle guerre contro i Turchi del XVII secolo, quando fu distrutto dai Veneziani per ragioni strategiche.

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