Science

Il MuSe di Trento

Il Museo delle Scienze di Trento, inaugurato il 27 luglio del 2013, prosegue l'attività di quello che era il Museo Tridentino di Scienze Naturali. Di questa prima sede resta al nuovo allestimento la grande collezione di animali impagliati e riproduzioni a grandezza naturale (o aumentata) installate in forma di piramide nel grande varco (Big Void) che occupa i quattro piani del palazzo, una piramide che percorre da un lato la progressione evolutiva, partendo dal seminterrato con gli scheletri dei dinosauri, dall'altro quello degli ambienti naturali che li ospitano, progredendo dallo scheletro di una balenottera per arrivare ai piani superiori sulle ali degli uccelli che abitano i cieli.

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Il MuSe si trova immediatamente a sud dello storico palazzo delle Albere, in un palazzo all'interno del quartiere residenziale Le Albere, entrambi progettati da Renzo Piano nell'ambito di un più ampio disegno di riqualificazione urbana dell'area industriale dismessa dove sorgevano gli stabilimenti Michelin di Trento.

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Il percorso espositivo del MuSe si sviluppa usando la metafora della montagna, stilizzata dallo stesso profilo dell'architettura del palazzo che ricorda l'andamento frastagliato delle montagne trentine e in particolare delle Dolomiti. La vetta, l'ultimo piano è infatti dedicato ai ghiacciai. 

In questa sezione i visitatori possono comprendere come si formano i ghiacciai e fenomeni naturali quali l'erosione delle rocce. È inoltre presente la perfetta riproduzione (in ghiaccio) di un tipico ghiacciaio del Trentino.

Piano_quattro

Mano a mano che si scende si incontra la natura alpina, la geologia, l'evoluzione dell'uomo sulla terra e infine lo spazio per i bambini dedicato ai sensi,

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In questa sezione del museo è possibile ripercorrere tutto il viaggio della vita sul nostro pianeta grazie a grafici, fossili e ricostruzioni di alcune delle più antiche forme di vita del nostro pianeta.


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Infine si arriva alla storia della vita del piano interrato e della serra tropicale.

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La serra ricostruisce l'ambiente dei Monti Udzungwa, in Tanzania, dove il MuSe ha un Centro di monitoraggio ecologico che rappresenta una delle sue sedi territoriali. Nella serra è inoltre presente una coppia di turaco verde, unica fauna della serra.

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L'esposizione temporanea attuale e che resterà al MuSe fino al 7 gennaio 2018 
è dedicata a "Archimede, l'invenzione che diverte". La mostra  presenta al pubblico la figura di Archimede quale massimo protagonista della cultura universale. 
Tra ricostruzioni di macchinari e video multimediali, il percorso racconta le sue intuizioni nel campo della tecnologia meccanica e offre testimonianze della civiltà tecnico-scientifica del III secolo a.C., periodo durante il quale visse lo scienziato. Dopo un excursus storico e un focus sulle principali invenzioni e ricerche, l'esposizione approfondisce anche la seconda rinascita di Archimede, che avviene a partire dal XIII secolo con la progressiva riscoperta dei suoi scritti, e l'influenza esercitata su studiosi e geni rinascimentali del calibro di Leonardo da Vinci e Galileo Galilei. 

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Il MuSe svolge un'importante attività di ricerca, organizzata in sette sezioni:
Botanica, per la quale può giovarsi delle seguenti infrastrutture: la banca del germoplasma del Trentino, l'erbario tridentino, un laboratorio di germinazione, una serra di propagazione e quattro giardini botanici (la serra tropicale afromontana, gli Orti del MUSE, le Viote del Bondone e l'Arboreto di Arco).
Limnologia e Algologia che si occupa della biologia delle acque interne. Negli ultimi anni sono stati studiati anche altri ambienti come il Lago di Garda e torrenti mediterranei.
Zoologia degli Invertebrati e Idrobiologia, zoologia dei Vertebrati, biodiversità tropicale, geologia e preistoria.

Il MuSe è soprattutto per Trento un'incredibile fucina di idee e di
attività. Conferenze, incontri, visite guidate ma anche semplici aperitivi: Drink and think, tutti i giovedì sul parco antistante l'ingresso del museo, è l'deale per passare un momento di convivialità senza rinunciare a riflettere in modo leggero su temi scientifici.

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Il Pantheon di Parigi e il Pendolo di Foucault

Il Panthéon di Parigi, un monumento neoclassico che si trova nel cuore del Quartiere Latino, per quanto progettato per essere una chiesa ha ora una vocazione civile: quella di ospitare le spoglie dei grandi personaggi che hanno segnato la storia di Francia.

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Voltaire, Rousseau, Hugo, Zola, Dumas, Pierre e Marie Curie sono solo alcuni dei grandi spiriti che vengono qui onorati.

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L'architetto Soufflot ha voluto con la costruzione del Pantheon rivaleggiare con la basilica di San Pietro a Roma. Il peristilio è ispirato a un altro monumento romano, il Pantheon di Agrippa. Fino al 1889, data della costruzione della Torre Eiffel, rimase il più alto edificio di Parigi.

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Il Pendolo di Foucault vi fu installato nel 1851, smontato e rimontato a più riprese vi è stato finalmente riportato nel 2015. Attraverso di esso il fisico Léon Foucault volle portare una prova empirica della rotazione terrestre. Solo con questo presupposto è infatti possibile spiegare perché la punta del pendolo tracci nell'arco di una giornata una raggiera al suolo, dovuta allo spostamento del suo piano di oscillazione.

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Lo spostamento dell'asse del piano d'oscillazione del pendolo era già stata osservata nei secoli precedenti ma nessuno prima di Foucault l'aveva messo in collegamento con il movimento della terra.
Il primo esperimento ebbe luogo nel 1851, come la prima dimostrazione pubblica che si fece, appunto, al Pantheon di Parigi.
Attraverso il pendolo non solo si può dimostrare la rotazione della terra attorno al suo asse ma anche trovare, attraverso la misura della deviazione al suolo del piano di oscillazione, la latitudine del luogo dell'esperimento senza il bisogno di alcuna osservazione astronomica esterna. 

L'osservazione mostra che il piano d'oscillazione ruota attorno all'asse della verticale del luogo e anche che esso ruota in senso orario nell'emisfero boreale e antiorario in quello australe. Inoltre il piano di oscillazione effettua un giro completo in un giorno astronomico ai poli, mentre altrove il periodo è più lungo e deve essere diviso per il seno della latitudine. All'equatore il piano d'oscillazione è fisso.

Questo esperimento, ripetuto più volte in seguito, ha permesso anche di verificare il fondamento delle leggi della dinamica di Newton. 

Dal punto di vista della fisica teorica il pendolo pone il problema della natura del punto di riferimento del moto. Ogni movimento è infatti relativo, non si può parlare di movimento senza definire rispetto a cosa.
Ai tempi di Foucault  la questione non si poneva poiché si riteneva che esistesse uno spazio assoluto in relazione al quale tutti i movimenti potessero essere definiti.
In seguito però questa nozione fu criticata prima da Leibniz e poi da Mach, per il quale il movimento del pendolo sarebbe legato alla distribuzione della materia nell'universo e quindi alle stelle lontane.

Einstein cercò invano di dimostrare questo principio attraverso la teoria della relatività, che però sembra in contraddizione con il movimento del pendolo, dichiarando che nell'universo non esiste nessun punto di vista privilegiato.
Ciononostante la relatività generale presuppone l'esistenza dello spazio-tempo in quanto realtà fisica esistente, che può quindi fungere da punto di riferimento per il movimento del pendolo.

Al momento non c'è ancora accordo tra gli autori su come definirlo. 

Il suo fascino incredibile sta probabilmente anche lì, oltre che nell'ipnotismo della sua danza elegante e perfetta attorno al Punto.
Il pendolo ci racconta che ovunque lo appendiamo, quello è il punto fisso dell'universo.

 

 

 

 


Conferenza all'Astrorama: "L'aventure spatiale des comètes de Giotto à Rosetta"

All'Astrorama ci siamo stati un anno fa per una "soirée ciel ouvert" comprendente -oltre alle animazioni divulgative iniziali, alle news astronomiche e a una seduta al planetario- soprattutto l'osservazione del cielo. 

L'astronomo Jean-Louis Heudier, presidente dell'Associazione Parsec che gestisce l'Astrorama l'abbiamo conosciuto poco dopo durante un'interessante conferenza su come, nella storia dell'astronomia, l'uomo abbia scoperto che le stelle, che da millenni osservava in cielo, altro non erano che altrettanti soli e trovato di conseguenza il suo posto nell'universo. In un angolino, in effetti.

Sabato scorso è stato ancora lui a presentare all'Astrorama la conferenza L'aventure spatiale des comètes de Giotto à Rosetta, che definire interessante è davvero riduttivo, tanti sono stati i temi affrontati, le nozioni e soprattutto l'entusiasmo trasmessoci in quest'occasione.

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Ancora una volta sono le ultime notizie astronomiche ad esserci presentate all'inizio.
Tra queste ovviamente spicca la grande scoperta di questi giorni, ovvero l'esistenza a circa 40 anni luce da noi di un sistema solare che vede ruotare attorno ad una piccola nana rossa ben sette pianeti dalle caratteristiche simili a quelle della terra. Su di essi, vista la vicinanza all'astro attorno cui ruotano, potrebbero esserci condizioni favorevoli alla vita.


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In seguito, dopo aver preso in considerazione la quantità di oggetti che ruotano attorno al sole, le protagoniste sono diventate loro, le comete.

Il filo conduttore sono le missioni spaziali che negli ultimi 30 anni l'uomo ha inviato per studiare la composizione delle comete.
Heudier non perde occasione per sottolineare tutto ciò che dobbiamo alle generazioni che ci hanno preceduto e ci ha dapprima proposto un lungo excursus storico partendo dall'osservazione delle comete da parte degli antichi.
Come si è passati dal considerarle semplicemente dei presagi funesti a studiarle in quanto astri, seppur anomali, del nostro firmamento? 

Non è stato un processo semplice comprendere che si trattava di corpi celesti che si ripresentavano ciclicamente, visto il lungo periodo dei medesimi.
Fu Halley a scommettere sul ritorno della cometa che prese il suo nome, di cui predisse il ritorno nel 1759. Sbagliò di poco.

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Ed è proprio l'osservazione della cometa di Halley che poterono fare i fiorentini nel 1301 ad essere immortalata nientemeno che da Giotto che tre anni dopo la ritrae nell'Adorazione dei Magi della Cappella degli Scrovegni, dando origine a tutta un'iconografia che è passata ormai nell'immaginario comune della nostra civiltà: la stella cometa come simbolo del Natale.

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La cosa fu degnamente celebrata dando il nome di Giotto alla prima sonda inviata nel 1986 per studiare da vicino proprio la cometa di Halley. Essa passò a 596 km dal suo nucleo il 13 marzo 1986.

Le immagini hanno mostrato che solo una parte della superficie era attiva, con tre violenti getti nel lato illuminato dal Sole. Le analisi hanno determinato che la cometa si è formata 4,5 miliardi di anni fa, con l'accumularsi di ghiaccio su polvere interstellare e che, dalla sua formazione, il nucleo è rimasto sostanzialmente immutato.

Il materiale espulso è per lo più acqua, il 10% è ossido di carbonio  più una piccola percentuale di metano.

Altre sonde sono state inviate poi sulle comete in diverse missioni, come quelle della Nasa Stardust e Deep Impact.

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La prima, lanciata nel 1999, si proponeva di raccogliere polvere e frammenti della cometa Wild 2. Ci vollero parecchi anni e parecchi passaggi vicino alla terra per acquistare sufficiente velocità perché la sonda potesse incontrare nel 2004 la cometa, di cui scattò numerose foto e prelevò 10 frammenti. Nel 2011 incontrò anche la cometa Tempel 1.

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Questa era l'obiettivo anche della sonda Deep Impact, che fu lanciata nel 2005 con lo scopo di impattarla. La missione Deep Impact è la prima ad esaminare l'interno di una cometa. 

La sonda Rosetta fu lanciata nel 2004. Il suo obiettivo, dopo un cambio dovuto alla posticipazione del lancio, lo studio della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko.
La missione era formata da due elementi: la sonda vera e propria Rosetta e il lander Philae, atterrato il 12 novembre 2014 sulla sua superficie, che risultò essere ricoperta di composti organici.

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Questa è la tabella di marcia della missione, come pianificata prima del lancio:

  • Primo sorvolo della Terra (marzo 2005)
  • Sorvolo di Marte (febbraio 2007)
  • Secondo sorvolo della Terra (novembre 2007)
  • Sorvolo dell'asteroide 2867 Šteins (5 settembre 2008)
  • Terzo sorvolo della Terra (novembre 2009)
  • Sorvolo dell'asteroide 21 Lutetia (10 luglio 2010)
  • Ibernazione nello spazio profondo (luglio 2011 - gennaio 2014)
  • Avvicinamento alla cometa (gennaio-maggio 2014)
  • Mappatura della cometa / caratterizzazione (agosto 2014)
  • Atterraggio sulla cometa (12 novembre 2014)
  • Inseguimento della cometa intorno al Sole (novembre 2014 - dicembre 2015)
  • schianto sulla cometa (30 settembre 2016)

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La cometa, dalla bizzarra forma a papera è formata da due parti saldate assieme, presumibilmente unitesi a bassissima velocità e la sua densità è minima, essendo formata per lo più di acqua ghiacciata. Ciò non vuol dire che se dovesse precipitare su Nizza la cosa non sarebbe gravida di conseguenze... qui sotto le dimensioni relative con la città e  la Baie des Anges:

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L'importanza dello studio delle comete sta nel luogo in cui si formano. Anzi nei luoghi, visto che si ritiene che quelle a corto periodo nascano nella cintura di Kuiper e quelle a lungo periodo nella nube di Oort, due regioni periferiche del sistema solare.

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Queste due zone corrisponderebbero ai residui rimasti dalla condensazione della nebulosa da cui si formò il sistema solare stesso. Ciò che proviene da lì contiene quindi la materia incontaminata da cui esso si è formato e ci può dare informazioni preziosissime su come è nato e su come vi si è sviluppata la vita. 

Contrariamente a quanto si possa pensare, i nuclei cometari sono tra gli oggetti  più scuri conosciuti. La sonda Giotto scoprì che il nucleo della Cometa di Halley riflette circa il 4% della luce con cui viene illuminato, anche se i cristalli di acqua e gas vaporizzati riflettono la luce nel modo spettacolare che sappiamo.
Spesso polveri e gas formano due code distinte, che puntano in direzioni leggermente differenti, a causa della diversa gravità cui sono sottoposti i componenti di peso diverso.

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La serata avrebbe dovuto concludersi con l'osservazione del cielo, che però era troppo nuvoloso, anche se ha permesso di scrutare un po' la Luna e Marte.
Terminiamo quindi con una seduta al planetario dove il cielo simulato ci offre comunque una visione sempre spettacolare e ci racconta un sacco di storie.
Le stesse che vi leggevano gli antichi molto prima di noi. 

Scienza, storia, letteratura, arte, mitologia, una serata all'Astrorama è molto più di un'incontro su temi astronomici. Qui si sperimentano la grandezza dell'uomo e quella dell'universo e si ammirano la potenzialità dell'uomo nell'universo, la sua eredità e il suo futuro.


Il Planetario "Ulrico Hoepli" di Milano

Al planetario di Milano, che è il più grande d'Italia, ci ero già stata 20 anni fa (!) in visita scolastica con la mia professoressa di Scienze (pace all'anima sua) tanto temuta dall'intera classe, quanto rigorosa e ineccepibile nel metodo che applicava alla vita come nelle sue lezioni (ciao Antonietta, ovunque tu sia lassù, ormai ho poco meno della tua età di allora e posso darti del tu). Ma divago.

Non ricordo molto di quella prima visita, ma una cosa è rimasta impressa in modo indelebile nella mia mente di giovane appassionata di astronomia: il momento in cui sulla cupola che funge da schermo per il complesso proiettore di astri si simula il passaggio dal giorno alla notte con il sole che tramonta, la luna che sorge e, finalmente, la notte che si accende.

Ecco, quell'istante in cui il cielo si fa nero e appaiono prima i due pianeti più luminosi e poi migliaia di stelle (in realtà molte di più di quelle che si possono vedere ad occhio nudo nella maggior parte delle situazioni di osservazione) è davvero commovente: le mura dell'edificio d'un tratto spariscono e anche il tempo sembra di colpo tornare a una qualche situazione primordiale, quando l'uomo per cercare il suo posto sulla terra interrogava il cielo. 

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Inutile dire che mi sono commossa esattamente come 20 anni fa. 

Le attività del Planetario di Milano sono date dal 2016 in concessione all'Associazione L'Officina, che si occupa di organizzare tutti gli eventi per il pubblico e per le scuole. Il programma è molto ricco e cambia ogni mese. 
Le conferenze domenicali e gran parte di quelle del sabato sono più divulgative, sostanzialmente dedicate all'osservazione e alla conoscenza della volta stellata. Il martedì e il giovedì sera invece sono previsti incontri con astronomi ed esperti, spesso di fama internazionale, per approfondimenti sulle nuove scoperte dell'Astronomia.

Qui di seguito gli incontri di febbraio, ma il programma è di volta in volta aggiornato e facilmente scaricabile dal sito.

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Noi abbiamo partecipato alla conferenza I colori del cielo: aurore, nebulose e stelle colorate.
Appena scesa la notte nel cielo invernale il sipario si è aperto su Orione, e come non notare quella stella in alto a sinistra così fortemente colorata di rosso? Se Betelgeuse è rossa, Rigel è blu e non per tutti è così immediato capire perché la temperatura colore è tanto più calda quanto più una stella è fredda. Ma l'ottimo relatore ci illumina. 
Orione però è lì anche per raccontare le storie di caccia che hanno come protagonista lui e i suoi cani. Ma quanto corrono le costellazioni nel cielo a sud? In questa notte accelerata fermiamo qualche minuto la volta del cielo per imparare a riconoscere le più famose e visibili di questo periodo.

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Il Toro, Castore e Polluce, Orione, appunto, con i Cani Maggiore e  Minore sono lì anche questa sera, a raccontare le loro storie da tempo immemore e per tanti secoli ancora quanti saranno quelli in cui la permanenza della memoria dell'umanità li vorrà perpetuare.

Mi è piaciuta molto l'immagine utilizzata dal relatore, Gianluca Ranzini, quando ha sottolineato che nel cielo è a sud che accadono le cose visto che a nord esso ruota sempre più lentamente fino a fissarsi immobile nei pressi della stella polare. Mi sono figurata il cielo come un grande schermo, una specie di panavision su cui gli antichi passavano il tempo guardando scorrere le peripezie dei loro eroi, quelli della mitologia classica.
Rivolti a sud (come è giusto che sia).

La conferenza è molto divulgativa e tocca, spiegandoli in modo accessible, un sacco di argomenti e temi astronomici. In questo il relatore è coadiuvato anche da un sistema multimediale allestito all'uopo.

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Lo schermo emisferico è infatti utilizzato anche per proiettare immagini, filmati ed effetti speciali attraverso tre videoproiettori e due laser.

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Nel nostro caso, trattandosi dei colori degli oggetti celesti, oltre alle supergiganti rosse e agli ammassi di stelle blu, abbiamo ammirato anche le nebulose in cui nascono le stelle: lì sono i gas che le costituiscono a dar loro i diversi colori, purtroppo non visibili dalla terra.

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Sempre nel cielo ma molto più vicine sia come luogo di origine che di manifestazione sono le aurore polari, quelle sì perfettamente visibili, ma solo ai pochi fortunati che si trovano nei pressi del circolo polare quando il vento solare carico di elettricità colpisce la ionosfera. Per lo più verdi, possono assumere però anche svariati colori, dal rosso al violetto, più raramente blu.

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L'interessante conferenza ci tiene per circa un'ora con il naso all'insù, ma veniamo a parlare del "planetario", che è altrettanto interessante in sé da valere da solo la visita al luogo.

Con questo termine si intende propriamente lo strumento atto a proiettare su uno schermo a cupola gli astri e i fenomeni astronomici come potrebbero apparire da qualunque punto della terra e in qualunque istante, presente passato o futuro.
E' un apparecchio molto complesso, che si presenta come un traliccio cilindrico con due sfere alle estremità. Delle lastre circolari di vetro completamente annerite tranne che nei punti corrispondenti alle stelle generano le immagini delle stesse in ogni settore del cielo. 
Lo strumento può ruotare attorno a tre assi per simulare il moto diurno, la precessione degli equinozi e il movimento in latitudine.
Nella parte centrale del traliccio ci sono i proiettori fissi degli oggetti diffusi (Via Lattea e nubi di Magellano) e quelli mobili del sistema solare visibili a occhio nudo, la cui immagine è ingrandita per ragioni didattiche.

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Ma "planetario" è anche il termine che per metonimia indica di solito l'edificio che ospita il complicato strumento di cui sopra. 
Quello di Milano, donato alla città dal celebre editore di pubblicazioni scientifiche Ulrico Hoepli, è un edificio ottagonale in stile neoclassico e si trova nei giardini "Indro Montanelli" vicino a Porta Venezia.

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La superficie della cupola, costituita da pannelli di alluminio forato è di 600 m2 e la sala può contenere 320 ospiti. Le sedie risalgono agli anni '30, come il profilo della città riprodotto sul bordo della cupola, che infatti è ancora privo del grattacielo Pirelli e della Torre Velasca, mentre vi si vedono riprodotte numerose ciminiere, oggi scomparse dallo skyline milanese.

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Sul profilo della cupola sono indicati anche i punti cardinali ed è guardando questi ultimi che, appena entrata, ho avuto un moto di stupore. "Ma come?" ho detto a Marco "l'est non può essere da quella parte!" e poi ho aggiunto "vabbè Milano la conosco poco ma mi deprime un po' perdere così spesso il mio proverbiale senso dell'orientamento". Armato di iPhone con bussola lui mi ha subito risposto "no, no guarda un po'... hai ragione tu!"
Ed ecco svelato l'arcano:

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Per farla breve i punti cardinali all'interno della cupola sono modificati perché il relatore sia idealmente rivolto a sud, come gli antichi, per poter guardare e spiegare "le cose che vi succedono". Trovandosi la postazione di comando ad est, per comodità questo è stato obbligato a diventare un "finto nord" , trascinando con sé tutto il resto della bussola. 
Che quindi non ero stata io a perdere.

La qual cosa, oltre ad avermi rassicurata sulla mia capacità di darmi un posto nel mondo, mi ha ancora una volta confermato una grande verità: le cose interessanti succedono quando si guarda a sud, è lì che le cose si muovono è lì che ci sono più stelle, più cielo e... più acqua (ok, quella è un problema mio, ma vabbè, concedetemelo).

 

 


Village des Sciences et de l'Innovations à Juan les Pins

In occasione della Festa della Scienza al Palais des Congrès di Antibes-Juan les Pins è stato organizzato questo week end e per il secondo anno consecutivo il Village des Sciences et de l'Innovation.
Lo scopo è quello di presentare al pubblico tutte le innovazioni sviluppate nel polo scientifico di Sophia-Antipolis in forma concreta, divulgativa e ludica. 
Erano più di 60 gli stand che presentavano tematiche scientifiche e tecnologiche: prove e spiegazioni relative a r
obot, giochi, oggetti connessi, stampanti 3D, droni, c'era l'imbarazzo della scelta purché si avesse la curiosità di capirne il funzionamento e le utilizzazioni.

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Animazioni, conferenze, proiezioni, atelier per i bambini, il programma dell'evento era davvero ricco e variato.

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L'osservazione del cielo ha immediatamente attirato la mia attenzione. Grazie alla gentile scienziata dell'Observatoire de Nice ho anche scoperto un bellissimo programma per la simulazione dell'osservazione del cielo: Stellarium (che invito gli interessati a scaricare qui, è open source quindi gratuito)

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Marco invece ha voluto dirigersi per prima cosa al terzo piano dove erano le onde radio a farla da padrone.
Qui, tra l'altro, abbiamo trovato la ricostruzione dell'apparecchiatura con cui Marconi riuscì a trasmettere il primo segnale radio.

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Geologia, biologia, agronomia, neurologia, matematica, informatica, le branche della scienza cui ci si poteva avvicinare da esperti o neofiti erano molteplici.

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Le conferenze più interessanti cui abbiamo assistito sono state quella sul tempo, la sua misurazione e la sua percezione e quella sulla geometria digitale per la realizzazione di modelli in 3D. Entrambe condotte magistralmente, soprattutto in considerazione del fatto che trattavano temi dai risvolti matematici anche complessi.

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Qui di seguito un breve montaggio con i momenti che più hanno catturato la nostra attenzione.

 


Le animazioni prevedevano anche atelier e proiezioni di film, cui purtroppo non abbiamo fatto in tempo ad assistere.
Il programma era davvero ricchissimo.

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"Soirée ciel ouvert" à l'Astrorama

L'Astrorama, situato a 650 metri sulla Grande Corniche al Col d'Èze tra Nizza e la Turbie, è un luogo aperto al pubblico, dove chiunque può scoprire il mondo dell'astronomia, attraverso telescopi, planetario, eventi e conferenze su temi specifici.
Le animazioni sono organizzate dall'associazione Parsec, fondata nel 1986 con lo scopo di divulgare le scienze astronomiche e spaziali.
Aperto il 27 agosto 1986 l'Astrorama occupa gli spazi della polveriera di Feuillerins, nei pressi del forte della Revère. Da questa posizione privilegiata sono possibili osservazioni astronomiche di buona qualità grazie ai telescopi messi a disposizione ai visitatori.
 
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Il punto luminoso a sinistra del binocolo è Giove, con i satelliti del quale avrò a breve il piacere di fare la conoscenza!

Tra le attività promosse dall'associazione, oltre alle numerose conferenze, alle visite a Thalès Alenia Space, agli "spectacles aux étoiles" ci sono le "soirées ciel ouverts", come quella cui abbiamo preso parte sabato scorso.
 Appuntamento alle 19, il cielo limpidissimo mentre saliamo sulla grande corniche si colora di rosso acceso ad ovest e comincia ad accendersi di stelle ad est. 

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La serata di luna quasi piena non è proprio l'ideale per l'osservazione delle stelle, ma ci ha comunque permesso di vedere i mari e i crateri lunari più o meno così:

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E' stato bellissimo poterli riconoscere come se li stessi guardando su una mappa o una fotografia di un testo di astronomia.
In ogni caso, per quel che riguarda l'osservazione del cielo la cosa che mi ha emozionato di più è stato vedere Giove, in questi giorni nitidissimo, con ben tre dei suoi satelliti galileiani al seguito (Io, Europa e Callisto).
Quando ho appoggiato l'occhio al telescopio quello che ho visto è stato più o meno questo, al netto di un'inclinazione di circa 45° in senso orario (andate qui se volete sapere cosa vedrebbe in questo istante Galileo se puntasse il suo cannocchiale in quella direzione):
 
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Era proprio così, fasce dovute alle perturbazioni dell'atmosfera di Giove comprese! Fantastico.
L'osservazione del cielo continuerà in seguito, dopo gli atelier che si svolgono all'interno della costruzione fortificata che ospita oggi la sala per le conferenze e il planetario.

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Un primo atelier ci ha immerso nel vortice inebriante delle distanze dell'universo. Balzando da un'immagine ad un'altra dieci volte più
grande si viene trasportati fino ai confini dell'universo, al momento in cui la luce che ne viene emessa non esisteva ancora. Impariamo qui a conoscere le galassie, le nebulose e gli ammassi stellari che ci guardano ammiccanti dal passato. 

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In realtà durante la stagione estiva, quando alle 19 il sole è ancora alto il primo momento di studio riguarda proprio l'osservazione del nostro astro e delle sue macchie. Torneremo tra qualche mese per farne esperienza.
 
Un secondo momento di informazione è stato una sorta di JT, di telegiornale con le attualità astronomiche del momento. Abbiamo così ricordato quello che è successo e succederà a breve nel settore della ricerca astronomica e spaziale.
L'allineamento di 5 pianeti visibili dalla terra per un mese, Plutone sorvolato da una sonda il 14 luglio scorso, la prossima messa in orbita attorno a Cerere da parte della sonda Dawn e la scoperta di un nuovo pianeta nel sistema solare. 
 
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E poi ancora la missione di Philae sulla cometa e la recentissima conferma dell'esistenza delle onde gravitazionali.
 
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Una seconda lezione ci ha fatto viaggiare tra i vari pianeti del sistema solare. Siamo passati dall'incredibile escursione termica di Mercurio (+400/-200° C circa) all'atmosfera infernale di Venere e alle rocce ferrose di Marte. Giove e Saturno con i loro satelliti e anelli, Urano e Nettuno.

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Segue una seduta al planetario, durante la quale le costellazioni del momento saranno il pretesto per capire come gli antichi osservavano il cielo ad occhio nudo.

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Torniamo infine all'osservazione della volta celeste.

I due animatori rispondono in modo molto preparato alle nostre domande e Samantha è davvero istrionica, aggiungendo tutta una serie di miti che ci spiegano il motivo per cui determinate costellazioni, rappresentanti personaggi mitologici, si trovino in un punto o nell'altro del cielo o addirittura spariscano sotto la linea dell'orizzonte celeste quando altri personaggi improvvidamente vi appaiono.
Unendo mitologia, etimologia e scienza questa relatrice è stata in grado di raccontare in modo accessibie al pubblico variegato e di tutte le età che aveva di fronte leggi fisiche anche molto complesse, facendo capire anche a chi si sente sicuro di quello che sa che spesso le nostre certezze si fondano su assiomi per nulla scontati, per la scoperta dei quali dobbiamo ringraziare gli antichi che ci hanno preceduti.

Mi ha fatto ricordare che la scienza è sempre umile. Grazie Samantha.

Eccoci dunque a immaginare il Leone che si impadronisce della Luna.

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Orione nelle vesti di cacciatore, i Gemelli, il Toro e la costellazione del cane

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con tutte le storie legate ai personaggi che nell'antichità facevano del cielo un luogo abitato, ma soprattutto ordinato, dallo spazio tracciabile e cui i miti davano un senso.

Assieme all'Orsa maggiore e all'Orsa Minore nel cielo è la costellazione di Orione che spicca di più: persino nella foto a mano libera che ho fatto io si distinguono il colore rosso di Betelgeuse e quello azzurro di Rigel

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Betelgeuse è infatti una gigante rossa di dimensioni enormi: se il sole avesse la sua stessa grandezza arriverebbe fino all'orbita di Marte. Me essa è poco densa e il suo colore rosso indica appunto una temperatura più bassa, non solo di quelle che appaiono blu, ma anche del Sole che è una nana gialla. 
Rigel è invece una supergigante blu, caldissima e dal diametro pari a  50 volte quello del Sole.

Sotto le stelle della cintura la nebulosa di Orione è chiaramente visibile al telescopio.
Più ad ovest ben visibili anche le sette Pleiadi.

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La serata è terminata alle 23 circa. Durante le dimostrazioni è prevista una pausa per consumare un pasto al sacco portato da casa o un sandwich acquistato sul posto, previa prenotazione.

Il calendario delle manifestazioni è presente sul sito www.astrorama.net, dove è necessario anche registrarsi per effettuare le prenotazioni ai vari eventi.


Kennedy Space Center

"coperto di sabbia, di asfalto e di sale marino il luogo è così brutto che, quando ci sei non ti resta che andar sulla luna dove, se non è meglio, peggio non è"


La frase è di Oriana Fallaci, all'epoca inviata dell'Europeo per commentare gli storici momenti dello sbarco sulla luna.
Nulla di meno corrispondente alla realtà! Infatti l'area su cui sorge lo Space Center è un enorme parco naturale , coperto di vegetazione lussureggiante e abitato da una fauna ricchissima, che i dipendenti della NASA si premurano di far scappare con apposite sirene qualche giono prima di ciascun lancio, per evitare che il rumore li uccida.

 

Il paesaggio è ampio, verde e silenzioso, sugli alberi si scorgono nidi di aquile americane e nelle acque nuotano i coccodrilli.

 

Ma passiamo al tour riservato ai visitatori del centro. Il nostro comincia dallo Space Shuttle, il cui prototipo campeggia accanto allo Shuttle Launch Simulator.

musettishuttle artprototipo shuttle

L'ampiezza della stiva è impressionante, ma dopo aver visto le parti della stazione spaziale che deve trasportare viene comunque da domandarsi come faccia a contenerle. Un altro paragone che è inevitabile fare è il confronto dimensionale con il Satuno V, ma quello lo vedremo tra un po'....

nella cabinastrumentazioneprototipo

Lì accanto sorge lo Shuttle Launch Simulator, un'esperienza virtuale che fa provare l'emozione di un lancio nello spazio. Il simulatore crea l'impresssione di un lancio in verticale, con la spinta gravitazionale della terra, le vibrazioni dei razzi vettori che si staccano nel vuoto e la sensazione di fluttuare in assenza di gravità.
 

simulazionela terra dallo spaziosimulazione lancio shuttle

In questa parte del centro la maggior parte delle esibizioni si riferiscono alle prime esperienze di viaggi nello spazio, a cominciare dal "Rocket Garden", in cui troviamo anche il Saturn 1B, dell'altezza di 110 metri.
 

 

passerellaincapsulatocapsula apollo

In quesa area troviamo anche alcune ricostruzioni delle capsule per le missioni mercury, gemini e apollo: è impressionante vedere gli ambienti ridottissimi in cui dovevano viaggiare questi autentici pionieri dello spazio.
Un'esposizione vicina mostra reperti, ambienti e oggetti che ci ricordano queste prime eccezionali esperienze. Altre mostre e film (fra i quali anche una proiezione IMAX in 3D) sono visibili in questa prima parte del centro.

 

razzotuta neil armstrongricostruzione sala di controllo

 

Ma il momento clou del nostro gro è rappresentato dallo Space Shuttle.
Eccolo: è il Discovery! Siamo stati davvero fortunati perché lo stavano trasportando alla rampa per prepararlo al lancio inizialmente previsto per il 25 agosto, ma già rimandato ai primi di settembre; è necessario infatti circa un mese di allestimento prima che sia pronto alla partenza, ma se fossimo arrivati qualche giorno dopo sarebbe stato interamente ricoperto dalla struttura che si intravede nelle foto successive e che serve a ripararlo dagli agenti atmosferici e da possibili danneggiamenti.
Il trasporto avviene su giganteche corsie attraverso i Crawler Transporters, i veicoli più pesanti del mondo (2722 tonnellte) che trasportano la navetta dal VAB (Vehicle Assembly Building) alla rampa di lancio alla velocità di circa un chilometro all'ora. Normalmente impiega sei ore ma martedì ne ha impiegate undici, a causa del fango lasciato dal temporale della sera precedente.

VAB

Bellissimo il Discovery, accoppiato al suo External Tank (che da giallo diviene a mano a mano rosso a causa della luce del sole) e agli External Solid Boosters, che vengono recuperati in mare dopo ogni lancio e che possono essere riutilizzati fino a 25 volte:
 

La vista sulle rampe di lancio è affascinante. Lo Shuttle attualmente parte solo dalla 39 A, in quanto la 39 B è ora in fase di allestimento per la futura missione Ares, che nei prossimi decenni ci porterà nuovamente sulla luna e poi su marte.

 

 

VAB

Un'altra sosta emozionante è quella al padiglione che contiene il Saturno V completamente restaurato. Qui si assiste anche a uno spettacolo che riproduce il momento dello sbarco dell'uomo sulla luna.

 

ricostruzione sala di controllosaturn Vsimulazione

 

... quasi inquietante pranzare sotto il Lem originale utilizzato per la missione Apollo 14...

 

lem

Le missioni Apollo hanno qui la loro celebrazione, che coincide in questi giorni con il 40° anniversario del primo sbarco dell'uomo sul suolo lunare.

capsula40 anni di Apolloallunaggio

L'ultima tappa del tour è dedicata alla Space Station, la stazione spaziale internazionale nella quale vengono realizzati esperimenti sulla microgravità. Interessante notare come numerosi parti destinate alla sua costruzione siano di fabbricazione italiana.
 

"nella space station"ricostruzione space stationesperimenti

 

laboratori space stationmirspace station

Prima di lasciare il centro, un ultimo sguardo al passato, in memoria di tutti gli astronauti che hanno perso la vita nelle missioni spaziali:
 

e uno al futuro, verso il prossimo programma Constellation, che si propone di tornare coraggiosamente ad esplorare lo spazio, anziché girare a vuoto attorno alla terra...

 

 

 


Un teorema e un romanzo: la matematica insegnata ai pappagalli

Pierre de Fermat (1601-65)


L'ultimo Teorema di Fermat afferma che non esistono soluzioni intere positive all'equazione: 


aⁿ + b ⁿ = cⁿ        se n > 2.

L'ipotesi fu formulata da Pierre de Fermat nel 1637. Egli non fornì però una dimostrazione, che fu cercata a lungo nei secoli a venire.
Fermat scrisse, a proposito di essa, ai margini di una copia dell'Arithmetica di Diofanto, sulla quale era solito formulare molte delle sue famose teorie:

   
"Dispongo di una meravigliosa dimostrazione di questo teorema, che non può essere contenuta nel margine troppo stretto della pagina".


 

La dimostrazione del "Teorema di Fermat" fu cercata tra gli altri da Eulero, che, nel XVIII secolo, formulò una dimostrazione valida solo per n=3; Adrien-Marie Legendre, che risolse il caso per n= 5; Sophie Germain, che, lavorando sul teorema, scoprì che esso era probabilmente vero per n uguale ad un particolare numero primo p, tale che 2p + 1 è anch'esso primo: i primi di Sophie Germain.
Solo nel 1994, dopo 7 anni di dedizione completa al problema, e dopo un falso allarme nel 1993, Andrew Wiles, affascinato dal teorema che sin da bambino sognava di risolvere, riuscì a dare finalmente una dimostrazione. Utilizzò tuttavia elementi di matematica ed algebra moderna che Fermat non poteva conoscere; di conseguenza, il teorema può essere riferito anche con il nome di teorema di Fermat - Wiles.

È chiaro quindi come la soluzione di Wiles (pubblicata nel 1995 e premiata due anni dopo, il 27 giugno 1997 con il Premio Wolfskehl consistente in una borsa di 50.000 dollari) non sia la stessa che Fermat affermava di aver trovato; quasi tutti i matematici sono dell'idea che Fermat si fosse sbagliato e non possedesse una dimostrazione corretta.
 

 
IL TEOREMA DEL PAPPAGALLO

Il romanzo dello scrittore e matematico algerino Denis Guedj intreccia la misteriosa storia di una  biblioteca matematica che viaggia dal Brasile a Parigi, al giallo di un omicidio annunciato collegato alla soluzione dell'ultimo teorema di Fermat, e all'intera storia della matematica dall'antichità ai nostri giorni.

Pierre Ruche è un disabile ottantaquattrenne che vive a Parigi insieme a Perrette Liard e ai figli di lei Jonathan, Lea e Max. Pierre è un appassionato di libri e non a caso possiede una libreria, la cui commessa è Perrette. La sua vita cambia radicalmente quando riceve una lettera da un suo vecchio compagno di università, Elgar Grosrouvre, che egli non vede e non sente da cinquant'anni. La lettera anticipa l'arrivo di una delle più grandi biblioteche private di matematica che Elgar aveva allestito, grazie anche a metodi poco ortodossi, a causa della sua passione per la matematica. Pierre riceve poco dopo una seconda lettera in cui Grosrouvre spiega l'imminenza della sua morte che avverrà in circostanze misteriose. Elgar infatti sostiene di aver trovato la dimostrazione dell'Ultimo teorema di Fermat e spiega a Pierre che un gruppo di persone vuole estorcergliela a tutti i costi. Ma egli non è disposto a trattare, e preferisce morire piuttosto che rivelare i suoi studi a gente poco perbene ma, pur di non farli sparire nel nulla, confida a Ruche di averli fatti imparare a un fedele compagno, dotato di eccezionale memoria. Comincia un viaggio sulle tracce degli indizi fornitigli dall'amico che è soprattutto un viaggio attraverso l' aritmetica, la geometria e l'algebra, passando dal mondo Greco, al mondo Arabo, per giungere fino ai grandi matematici europei delle età moderna e contemporanea.
Fondamentale per la trama l'ingresso in scena di un pappagallo, battezzato "Nofutur", che Max salva nel primo capitolo da due probabili trafficanti di animali. Nofutur animerà le discussioni sui vari matematici con alcune sue perle di saggezza e sarà essenziale per il prosieguo del libro.



"Perché il risultato non conta, se non hai capito la dimostrazione, il percorso, la storia che ha portato ad una determinata scoperta"