Art

Nuit des Musées 2018 - Mamac, Nice

Sabato 19 maggio si è svolta, come da 14 anni a questa parte la Notte europea dei Musei.
Questa iniziativa, che ha come scopo di aprire le porte di sale solitamente adibite all'esposizione anche ad altre tipologie di performance, permette alle arti di incrociarsi tra loro, dando vita a prospettive insolite e ad energie portatrici di nuovi spunti ed intuizioni.
Nove erano i musei di Nizza che prevedevano l'ingresso gratuito e l'apertura serale, oltre ad ospitare eventi come concerti, rappresentazioni, allestimenti speciali, conferenze e performance di danza.
Noi, come l'anno scorso, ci siamo diretti verso il Mamac, il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Nizza, anche se le iniziative erano talmente tante e interessanti che la scelta è stata comunque difficile, ma non ci ha certo delusi.

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Le sale della collezione permanente, che di recente hanno subito una riconfigurazione nell'allestimento, ospitavano diversi eventi e performance di musica e danza. Per quel che riguarda quest'ultima, tre sono stati gli spettacoli che la Compagnie Humaine ha proposto in diversi spazi del Museo.

Tre coreografie che hanno preso vita in forma di dialogo con le opere e l'architettura del museo stesso.
La prima nella sala Yves Klein ha visto musica e danza scivolare attorno al blu dell'artista in una ricerca di spiritualità che vede nel distacco dal suolo la sua espressione più pura.

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La seconda performance nella sala Niki de Saint Phalle ha permesso alle celebri Nanas di questa artista di danzare assieme a un'eterea ballerina seguendo le note di una chitarra elettrica.

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Infine l'ultima esibizione prende le mosse dall'architettura stessa del museo: lungo uno dei corridoi vetrati che collegano le sezioni della sua struttura quadrilatera i due ballerini hanno raccontato una storia di sentimenti intensi, evoluzioni, incontri e perdite. 

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Un assaggio delle loro performance qui:



La serata prevedeva anche la partecipazione del progetto musicale « HHH », creato da tre allievi della sezione elettroacustica del Conservatorio di Nizza, la misteriosa parata equestre Starship, realizzata in occasione dell'esposizione Si c’était à refaire de Renaud-Auguste Dormeuil nella galleria contemporanea e l'accensione della poetica scultura di fuoco Mur de feu di Yves Klein sulla terrazza all'ultimo piano, che chiudeva l'evento poco prima di mezzanotte.

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Esposizione Henjam al Castello del Catajo

Il castello del Catajo,  splendido palazzo cinquecentesco dal bellissimo parco e dai saloni affrescati ricchi di storia e leggende, ospiterà dal 29 aprile fino al 12 maggio un'esposizione di opere Henjam, in occasione della rassegna Emergere in Arte che vedrà altre mostre prendervi vita nei prossimi mesi. Siamo a Battaglia Terme sui Colli Euganei in provincia di Padova in una location davvero eccezionale. Si tratta di una delle dimore storiche europee più imponenti e monumentali: villa principesca, reggia e salotto letterario, di qui sono passati nei secoli nobili e artisti di tutta Europa.

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In queste stesse stanze Henjam ha il piacere di presentare la sua produzione artistica più recente, con qualche excursus verso opere passate ma collegate ad esse per stile e poetica e una digressione riguardante le ultime sculture lignee di Alberto Festi. Il nucleo centrale dell'esposizione è costituito dalle opere della serie Limes (2017). Questi grandi dipinti su juta in cui il dialogo fra mondi inconciliabili sembra sempre sul punto di realizzarsi sono in realtà intimamente legati alle opere su juta del 2003. Oltre al supporto e alla tecnica esse partecipano infatti della stessa capacità evocativa nel creare mondi sospesi tra il presente e l'attesa. Anche qui come in Limes il passaggio non si realizza mai, ma l'universo resta più nudo e metafisico, mentre le più recenti immagini di confine ostentano materia e carnalità.

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Oceano (2017) è un'opera a sé. Questo dipinto grandioso prende le sembianze di una scultura tanto è abitato da un movimento ondoso tridimensionale, a sua volta contenuto dall'acciaio immoto della cornice, in una costante tensione che sembra non risolversi mai.

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Se Oceano è il movimento, La Madre rappresenta le radici. Quest'opera monumentale del 1994 segna l'inizio della collaborazione artistica tra Alberto Festi e Matteo Tonelli. La tensione qui corre da un riquadro all'altro, creata da quello stesso attrezzo che serve appunto a tendere i filari delle viti,  ripetuto per 24 volte con tecniche diverse in altrettanti dipinti cuciti su juta.

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E proprio la tensione, assieme alla capacità evocativa, è il secondo polo su cui ruota l'esposizione. Le ultime sculture di Alberto Festi (2018) completano in questo senso il discorso sull'energia potenziale racchiusa nell'opera d'arte. Potenti, immediate e intense raccontano una realtà dall'evidenza che sorprende per la sua purezza e bellezza assoluta.

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La visita al castello e all'esposizione vi emozionerà. La sintonia tra il fascino un po' decadente dei locali che la ospitano e il potere evocativo di queste opere è davvero perfetta.

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Il castello è aperto nei pomeriggi di martedì, giovedì, venerdì e domenica dalle 15 alle 19.

 

 


Oltre lo Specchio (Barbablù rivisitato)

Oltre lo Specchio è uno spettacolo di Elisa Salvini e Martina Pomari ispirato a La Camera di sangue (1979) di Angela Carter, un racconto che dà anche il nome ad un'intera sua antologia di narrazioni ispirate a celebri fiabe.
Nelle fattispecie La Camera di sangue è la riscrittura della favola di Barbablù di Charles Perrault, che narra la vicenda di un sanguinario uxoricida, ucciso dalla madre della sua ultima giovane sposa proprio un attimo prima di averle tolta la vita.

La trasposizione teatrale ad opera delle due giovani artiste prende la forma del monologo attraverso la voce di Elisa Salvini ed è accompagnata dalla presenza in scena di Martina Pomari che, oltre ad impersonare la sposa bambina, è anche la creatrice dei dipinti che raffigurano le scene e i momenti più intensi della fiaba. Dipinti che vengono modificati e in qualche modo ricreati ogni volta che avviene la rappresentazione.

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Opera della stessa pittrice e grafica  sono anche la locandina e i ritratti delle artiste creati per l'occasione:

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La storia narra la vicenda di una giovane pianista di talento che finisce in sposa ad un vecchio e ricco marchese che non ama. Gli agi in cui vive le fanno comunque accettare le perversioni sessuali dell'uomo, che ella scopre una volta arrivata alla villa.
Un viaggio d'affari, probabilmente simulato, decide infine della sorte della fanciulla, che, anche se avvertita dal marito di non entrare nella stanza segreta di cui le confida tra le altre la chiave, cede alla curiosità per scoprire infine l'orrore: i corpi delle mogli precedenti fanno qui mostra di sé nonché della perversione dell'uomo con cui si trova a condividere la vita.
Sarà la madre della ragazza a salvarla in extremis alla fine del racconto.

L'idea di unire due forme artistiche diverse come la recitazione e la pittura aggiunge una dimensione in più allo spettacolo, che, accompagnato dalle musiche originali della violinista Maya Parisi, ha un potere evocativo tutto speciale.
La superba interpretazione di Elisa, che veste i pani di Barbablù, si sposa con la presenza silenziosa di Martina e delle sue opere, mentre i molti simboli presenti nella narrazione materializzano in qualche modo tutto quello che sulla scena non si vede.
Non si vede perché resta "oltre lo specchio", quello specchio che, oltre a permettere ai protagonisti il riconoscimento di sé, d'un tratto si fa anche porta, passaggio, varco che introduce lo spettatore in un mondo che è fatto di orrore, ma anche, come in ogni fiaba che si rispetti, di salvezza.

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Habitat potentiel pour une artiste - Tatiana Wolska alla Galerie de la Marine

La Galerie de la Marine a Nizza, i cui locali erano nell' '800 dedicati alla vendita del pesce, è uno spazio espositivo speciale. Ogni anno ospita infatti le esposizioni dei giovani artisti laureatisi alla Villa Arson, la scuola nazionale superiore d'arte di Nizza.

Nel 1976 queste sale cominciano ad essere dedicate alle mostre d'arte contemporanea, con l'intento di promuovere i giovani artisti sulla scena nazionale e internazionale.  

Tatiana Wolska, nata nel 1977 in Polonia e diplomatasi alla Villa Arson di Nizza, vive e lavora a Bruxelles e si dedica da 10 anni a progetti di scultura in grande formato legati all'architettura, che giocano con gli oggetti abbandonati che lei taglia, ricostruisce e assembla dando loro nuova vita. Alla Galerie de la Marine  presenta un'opera in legno che si situa tra l'architettura e la scultura abitabile. 
Al tempo stesso installazione e scultura informale Habitat potentiel pour une artiste è innanzitutto il luogo in cui l'artista ha vissuto e lavorato per tre settimane. Attraverso la sua volontà di creare con le sue proprie mani l'artista sfugge alla tentazione minimalista, sfruttando piuttosto i materiali di recupero, che taglia, scava, ricostruisce per dar loro una forma che si avvicina alla costruzione abbandonata o all'architettura d'emergenza.
Senza essere un'ecologista assidua Tatiana Wolska valorizza quello che è a tutti gli effetti un rifiuto.

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Gianfranco Baruchello alla Villa Arson a Nizza

L'esposizione dedicata a Gianfranco Baruchello alla Villa Arson di Nizza è davvero ricca e permette di spaziare tra le opere di questo artista che è quasi impossibile calssificare, vista l'ampiezza dei modi e delle forme in cui ha saputo esprimersi.
Agricoltore, poeta, realizzatore cinematografico e pittore, egli ha spesso prodotto opere incredibilmente avanti con i tempi.

Nato nel 1924 a Livorno ha presto preso le distanze dalle idee filogovernative del padre durante il ventennio fascista. A 19 anni segue lo zio diplomatico in Ucraina, dove comincia a scrivere e disegnare documentando la ritirata dell'esercito italiano dal fiume Don.
Dopo gli studi di Diritto, nel 1962 avviene la sua consacrazione nel mondo dell'arte, quando la sua opera arriva a Parigi in una delle gallerie più importanti della città. Qui conosce Marcel Duchamp di cui diventa amico e collaboratore. 
Seguiranno gli anni di New York: il film ricostruito a partire da frammenti di 47 vecchie pellicole destinate al macero, Verifica incerta (1965), viene presentato al MoMA e al Guggenheim Museum.
Qui conosce anche John Cage e si confronta con la pop art e l'espressionismo astratto americano.

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Nel 1973 inizia l'esperimento di Villa Cornelia, una grande tenuta agricola alle porte di Roma, che parte dal presupposto che ha molto più valore dedicarsi a una terra incolta che occuparsi di teorie politiche e attivismo intellettuale. Ora vi si trova la sede della Fondazione Baruchello, creata assieme alla moglie e che si occupa, oltre che del suo immenso archivio, anche di progetti che riguardano giovani artisti.

Questa di Nizza è la prima retrospettiva dedicata in Francia all'artista livornese.

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Nelle opere esposte si legge soprattutto una poetica del minuscolo, una sorta di frammentazione del linguaggio visivo e verbale che mira in realtà alla dilatazione del mondo. Dettagli, oggetti, parole, frammenti di frasi sono spesso sparpagliati su grandi spazi, nei quali, anziché perdersi, cercano al contrario di costruire, attraverso una grammatica tutta nuova, un codice linguistico e semantico alternativo.

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La sua opera comprende anche dei box showcases montati a muro in cui sono esposti ritagli di carta e oggetti vari.

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Nel filmato seguente, l'artista conversa con il curatore della mostra, Nicolas Bourriaud.
Ciò che emerge è innanzitutto il suo stupore davanti alla lettura fatta delle sue opere, il fatto che un percorso basato sulle idee più che sulla cronologia possa fargli scoprire a 94 anni ancora qualcosa di sé.

 

"mostrare l'idea attraverso la pittura è più complicato che mostrare semplicemente la pittura"


Dominique Ghesquière alla Galerie des Ponchettes a Nizza

Quello di Dominique Ghesquière è al tempo stesso un lavoro di scultura e di installazione. Si tratta di esposizioni effimere in cui l'artista si interroga sulla natura e sulla presenza dell’uomo in essa.
I paesaggi composti uniscono elementi presi dal regno naturale ed altri pazientemente elaborati, ma in modo che non è immediatamente comprensibile distinguerli gli uni dagli altri. L’artista gioca sottilmente con la nostra percezione e il registro dell’illusione, distribuendo nello spazio delle specie ibride, a metà strada tra il naturale e l’artificiale.

Quella ricreata nell'installazione alla Galerie des Ponchettes a Nizza è la quintessenza dell’universo mediterraneo: tronchi cavi che evocano le cortecce dei platani, aghi di pino, onde e un letto di sassi. La purezza degli elementi e delle forme nella loro sobrietà voluta sono sufficienti a evocare il ricordo di un paesaggio e della sua esperienza sensoriale.

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Rideau d’arbres
(2016) Dei tronchi vuoti scandiscono lo spazio della galleria e arrivano attraverso la loro presenza minimale a evocare la presenza dell’albero. La solidità del legno è assente, la densità è suggerita solo dall’alternanza dei colori che non sono quelli della materia ma piuttosto l’illusione che ne giunge ai nostri occhi. La corteccia dei platani è evocata da una sorta di merletto che arriva solo all’altezza dello sguardo di un bambino, richiamando così alla memoria i boschi delle fiabe e dando al tempo stesso l’illusione di una possibile crescita.

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Oiseau
(2014): uno storno impagliato fissato in pieno volo. La sua posizione in verticale con il dorso al muro lo mette in posizione di elevazione ma al tempo stesso di fragilità, visto che espone in questo modo il ventre e il piumaggio più umile.

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Pierres roulées
(2014): dei sassi grigi venati di bianco, tipici dei lungomare sono ammucchiati sul pavimento. L’accostamento di linee bianche crea un insieme di tratti allacciati e di serpentine richiamando l’idea di una rete preesistente poi trasformata in caos dal movimento delle onde del mare.

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Herbes rares
(2017): dei piccoli cespugli appuntiti sono disseminati nello spazio dell’esposizione. Si tratta di composizioni di aghi di pino cucite pazientemente che imitano un oggetto naturale. L’opera oscilla tra fragilità e forza, tra la debolezza della spina singola e la protezione della barriera creata dalla loro unione.

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Vagues
(2017): le linee di sculture in terracotta disegnano degli orizzonti fragili e molteplici. Se la loro materialità e il loro colore evocano la solidità delle montagne, queste forme fluide e basse disegnano allo stesso tempo una successione di onde fissate nel movimento.

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L'esposizione è visitabile alla Galerie des Ponchettes (sezione dedicata alle installazioni e all'arte contemporanea del Mamac) sul Quai des Etats Unis a Nizza fino al 3 giugno. 


Atto gratuito - Scultura di Alberto Festi

"Atto gratuito” (Legno di larice - 153x26x3 cm) - scultura di Alberto Festi

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“Ce n’est pas tant des événements que j’ai curiosité, que de moi-même. Tel se croît capable de tout, qui, devant que d’agir recule… Qu’il y a loin entre l’imagination et le fait!”
[Non è tanto degli avvenimenti che sono curioso, quanto di me stesso. Ci sono persone che si credono capaci di tutto, ma al momento di agire si tirano indietro... Che enorme distanza tra l'immaginazione e il fatto!]

André Gide, Les Caves du Vatican

Non solo un gesto volontario, non solo una traccia appositamente lasciata di sé: è l’atto gratuito, l’azione immotivata il soggetto di quest’opera. Esattamente come, nel romanzo di Gide, il protagonista getta un altro viaggiatore dal treno senza alcun motivo, così l’artista deforma la materia e lo fa con tutto il peso del suo corpo, quello vero e quello ideale.
Lo fa come gesto di volontà pura, che assume valore proprio perché lui stesso non ne conosce la ragione e lo fa trasformando nelle sue tre dimensioni una forma geometrica perfetta, calpestando l’ordine delle cose e facendo debordare la materia là dove prima non era, verso il dominio dell’immaginario.

La lunga asse in larice è il percorso già tracciato, la via su cui corre il convoglio con il suo contenuto dal moto relativo nullo. L’impronta è la volontà di agire, la prova che non ci “si tira indietro”, che c’è un’enorme distanza, appunto, tra l’immaginazione e il fatto.

Ma se l’azione è ciò che l’autore riserva a se stesso, egli consegna invece tutta l’immaginazione allo spettatore che non può fare a meno di domandarsi il come e il perché e che inevitabilmente cerca di costruire una storia attorno a ciò che non c’è.
Che non c’è più o che non c’è mai stato perché non era lui o non era il momento.
Ci si chiede allora dove sia l’artista, che attraverso questo gesto sembra a sua volta cercare se stesso, per scoprire che è proprio lì, in quell’azione incisiva quanto i segni lasciati sulla materia, anche se l’impronta è l’unica cosa che ne resta.

Non è però assenza la sua, bensì presenza in negativo. È calco, sagoma invisibile da ricostruire, con una storia diversa per chiunque abbia voglia di leggerla. O di scriverla chissà.

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Per conoscere gli altri lavori di Alberto Festi, nonché quelli di Matteo Tonelli con il quale lavora come Henjam, la strada è qui: henjam-blog.com

 


Jean-Michel Fauquet al Musée de la Photographie di Nizza

Esposto fino al 21 gennaio al Musée de la Photographie Charles Nègre di Nizza, Jean-MIchel Fauquet è molto di più di un fotografo. Le sue opere infatti sono il risultato di un lavoro su diversi piani che, quando non parte dalla scultura, si compone comunque di arte fotografica, stampa, pittura e installazione. Qui una galleria delle sue opere.

A Nizza sono esposti 150 suoi lavori tra sculture, disegni e sopratutto fotografie che danno vita a un mondo abitato da oggetti all'apparenza surreali ma il cui intento è di fare appello a una parte di noi su cui non abbiamo potere: la memoria. 

L'artista vuole infatti in questo modo dare vita a un racconto, che lo spettatore può elaborare a partire dai suoi ricordi e dal suo personale immaginario. Per questo è importante anche il modo in cui le opere vengono installate nell'esposizione.

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Ciò che rende le sue foto speciali è che esse, dopo la stampa, vengono alterate da molteplici interventi manuali: scalfita, caricata di inchiostro o grafite, ridipinta ad olio l'immagine viene poi cerata e incorniciata di nero.
Ma non è solo ciò che avviene dopo la stampa ad essere parte della creazione artistica, anche ciò che precede lo scatto fa parte del processo creativo. Le foto di Fauquet sono fatte sulla base di oggetti che lui stesso crea a partire da materiali effimeri, come i cartoni che trova per strada e che rielabora per dar vita a un mondo in cui gli uomini esistono solo se privati d'identità.

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O come le sue sculture. Esse si avvicinano a volte a forme architetturali, oppure vegetali, più raramente antropomorfe.

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Spesso poste su un espositore a mo' di nature morte, sembra possano suggerire un'importante utilità, che però è inesistente. Il loro aspetto antico farebbe pensare a una funzione dimenticata, incomprensibile perché appartenente al passato. Nulla di tutto ciò: la stessa poca importanza del materiale di cui spesso sono fatti rivela che si tratta di falsi idoli.

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E' la fragilità la costante di fondo della sua opera. La fotografia in low-key, che rivela l'attesa costante di una luce che arrivi a illuminare il suo universo, ricorda che l'unica cosa reale è la concezione che di quella realtà ci si riesce a fare.

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Fuori dallì'atelier sono gli alberi ad attirare la sua attenzione, nodosi, scarni o in gruppo compatto.

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Gli alberi. 


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Passaggio da Giotto - La Cappella degli Scrovegni

Era da tanto che desideravo visitarla, ma l'unica volta che mi ero trovata a passare per Padova, subito dopo il restauro avvenuto nel 2001, avevo scoperto con grande delusione che è possibile farlo solo previa prenotazione da farsi almeno il giorno prima.
Era da un po' che volevo farlo, tanto che quando Matteo mi ha proposto di accompagnarlo a Padova per una visita di ricognizione dei locali in cui verrà allestita la prossima mostra delle opere Henjam, il mio primo pensiero è corso lì in mezzo a quegli affreschi. E tanto che quando poi Matteo mi ha detto "magari poi andiamo a vedere la Cappella degli Scr.." "sìììì!!!!" è stata la mia immediata risposta.

Il primo consiglio pratico per chi si trovi di passaggio a Padova e desideri visitare la Cappella degli Scrovegni è dunque quello di ricordarsi di prenotare la visita. Pagando con carta di credito è possibile farlo fino alla sera prima, ma organizzatevi bene la giornata perché è necessario riservare l'ora precisa, essendo previsto un ingresso ogni 20 minuti di gruppi di al massimo 25 persone.
Capisco che non tutti possono avere il timing perfetto di me e Matteo, che infatti siamo famosi per l'accuratezza di tutto ciò che facciamo, soprattutto quando agiamo in sinergia, ma con un po' di organizzazione ce la si può fare.
Sorvolando su questi dettagli che è meglio non approfondire (l'importante è che finora non abbiamo mai fatto danni, non grossi almeno) e concentrandoci sul fatto che alla Cappella degli Scrovegni siamo arrivati alle 14.40 in punto, giusto in tempo per trovarci accodati agli altri visitatori che stavano entrando al nostro stesso orario, il consiglio è di non arrivare proprio all'ultimo momento, perché lì, loro, sono piuttosto precisi.

Il secondo consiglio, nel nostro caso collegato al primo, è di non seguire Waze per arrivarci, soprattutto se siete un po' giusti con i tempi, perché, come capita spesso con questo sistema di navigazione, poi succede che trova un percorso alternativo che fa risparmiare 2 minuti, ma che, facendoti arrivare da una strada che non prevede indicazioni visibili per la localizzazione del sito e nemmeno del parcheggio, ne perdi poi 15, quando va bene.
Comunque noi l'abbiamo trovato (sempre grazie alle nostre doti sopraffine di previsione e precisione), ma voi aprite gli occhi perché le indicazioni sono davvero carenti, anche per localizzare l'ingresso alla Chiesa degli Eremitani e quindi alla Cappella adiacente.

In ogni caso ce l'abbiamo fatta e l'unico rammarico in questa spettacolare esperienza è che nella cappella ci si possa trattenere solo 20 minuti. 
La visita infatti avviene secondo dei criteri molto rigidi che prevedono una sosta preventiva di 20 minuti in una sala in cui viene trasmesso un filmato introduttivo (noioso, diciamocelo, di nessun interesse) ma che ha in realtà lo scopo di far acclimatare i visitatori all'atmosfera speciale della Cappella e soprattutto all'umidità controllata. Essa è stata infatti il principale responsabile della degradazione degli affreschi.
In realtà sul sito ho poi visto che sono previste delle visite serali eccezionali dalla durata doppia. Se potete approfittarne fatelo, perché 20 minuti immersi in quegli affreschi passano davvero in fretta.
All'inizio infatti si è catturati dall'insieme e solo poco a poco si riesce ad entrare nei dettagli. E' solo allora che si gustano le espressioni dei visi, il pathos della mimica, le posture dei vari personaggi, la definizione dei paesaggi, la ricchezza delle architetture, della flora e della fauna: le Storie della vita di Gesù e della Vergine sono raccontate con una dovizia di particolari che si moltiplicano quanto più tempo si riesce a passare ad osservarle.

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Il Giudizio Universale è lo spettacolo più coinvolgente, l'Inferno soprattutto con i dannati così realisticamente raffigurati nel loro tormento eterno e Lucifero e i demoni e le fiamme a torturarli. Da 700 anni e ancora per molti secoli, l'Eternità essendo una parola grossa e francamente un concetto un po' antico.

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Ecco un altro po' di foto. Se ne trovano forse di migliori sul web, ma le mie le metto qui, che poi magari ci torno.
Qui. A Padova non so.

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Pirelli Hangar Bicocca

E' all'inizio del '900 che il quartiere Bicocca di Milano diventa uno degli insediamenti industriali più importanti di Italia, quando la Breda e poi Pirelli, Falck e Marelli si spostano in quest'area.

Gl edifici che ospitano oggi le esposizioni di arte contemporanea erano occupati originariamente dalla Pirelli: nello Shed, realizzato negli anni '20 con mattoni a vista e tetti a doppio spiovente venivano costruiti componenti per locomotive e macchine agricole. Il Cubo e le Navate sono invece costruiti tra gli anni '50 e '60. In quest'ultimo edificio dal 2004 sono installati i I Sette Palazzi Celesti dell’artista tedesco Anselm Kiefer.
Depositi e baracche, demoliti attorno al 2000, sorgevano nel giardino dove dal 2010 è situata La Sequenza di Fausto Melotti.

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A partire dagli anni '80 l'area viene riqualificata con la creazione degli edifici universitari e di residenze private e nel 2004 Pirelli Hangar Bicocca viene trasformato in spazio espositivo per l'arte contemporanea. 
Lo stesso anno viene presentata l'opera I Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, concepita espressamente per questi spazi. Nel 2015 viene aperta al pubblico. Cinque opere pittoriche di grandi dimensioni si aggiungono alle sette torri, richiamandone i temi cabalistici.

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Un'altra installazione permanente è l'opera di Fausto Melotti La Sequenza (1981) posta nei giardini antistanti l'ingresso come simbolica soglia.

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Le mostre temporanee attualmente presenti sono invece quella dedicata a Lucio Fontana, Ambienti/Environments eTake me I'm yours, un'esposizione collettiva di oltre 50 artisti.

Ambienti/Environments raccoglie nello spazio delle Navate per la prima volta nove Ambienti spaziali e due interventi ambientali, realizzati da Lucio Fontana tra il 1949 e il 1968 per gallerie e musei italiani e internazionali. Si tratta di stanze e corridoi concepiti e progettati dall’artista e quasi sempre distrutti al termine dell’esposizione,  opere sperimentali e meno note proprio per la loro natura effimera.

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Take Me (I'm Yours)
è una mostra collettiva che reinventa le regole con cui si fa esperienza di un’opera d’arte. Il visitatore è infatti invitato a modificare, scambiare, acquistare, portarsi con sé o creare a sua volta parte delle opere esposte, modificando l'assetto dell'esposizione stessa che di fatto vive così di vita propria, potendo arrivare anche all'estinzione.
Allestita per la prima volta nel 1995 alla Serpentine Gallery di Londra la mostra ha avuto origine da una serie di riflessioni tra il curatore Hans Ulrich Obrist e l’artista Christian Boltanski sulla necessità di ripensare i modi in cui un’opera d’arte viene esposta. In particolare, l’idea per il progetto è iniziata con un lavoro di Boltanski costituito da montagne di vestiti di seconda mano che il pubblico poteva prendere e portare via in una busta marchiata con la scritta “Dispersion”: un’opera destinata per sua natura a disperdersi e a scomparire.

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A Milano, accanto a Dispersion di Christian Boltanski, le opere di oltre cinquanta artisti sono allestite nei mille metri quadrati dello Shed di Pirelli HangarBicocca.

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