Art

Henjam - Le opere pittoriche (1994-2017)

Metà acronimo, metà slang inglese. Anche nel nome che hanno scelto questi due artisti non smentiscono la loro anima versatile e predisposta alla collazione di molteplici estetiche e differenti tecniche.
Henjam, Hic Et Nunc Jam, questo significa questa parola dal suono così esotico: una marmellata immanente, una poltiglia semantica che ha senso solo nell'attimo e nel luogo in cui si manifesta. 

Henjam sono due artisti dalle caratteristiche differenti ma capaci di stimolarsi a vicenda per creare opere dalla bellezza e dalla grandiosità stupefacente, spesso di grande impatto emotivo e sempre fortemente significative. Questa fusione di individualità e di intenti fa di loro una realtà davvero singolare, rara nel campo dell'arte, dove tanta importanza ha in genere l'accento posto sul personalismo di colui che appone la propria firma all'opera. 
Henjam è individuo e assieme gruppo, realtà che si vuole aperta a tutto ciò che riesce in qualche modo a farne parte. 

Qui  trovate il loro sito, la loro storia e loro opere. La collaborazione tra Alberto Festi e Matteo Tonelli inizia nel 1994 e tocca varie modalità espressive, spaziando dalla scultura alla pittura, dagli interventi in spazi pubblici e privati alla rielaborazione plastica di forme note che acquistano sotto il loro sguardo e le loro mani un senso tutto nuovo.
Nella sezione Gallery del loro sito si possono trovare tutte quelle che sono uscite dalla loro vena creativa incredibilmente ricca. 
Parte delle loro prime opere ruota attorno allo studio dell'oggetto come feticcio, ma già la loro prima collaborazione segna le linee guida che negli anni a venire contraddistingueranno le grandi opere pittoriche, quelle su juta.

All'origine c'è la Madre (1994), Questa grande tela di 270 x 270 cm inaugura la collaborazione tra i due artisti, che qui si firmano ancora come ®distribuzione. La ripetizione è il motivo alla base di quest’opera che è composta da 24 dipinti cuciti su una base di juta, diversi per tecnica e realizzazione, ma raffiguranti tutti lo stesso soggetto. Si tratta di un arnese di uso comune nel lavoro agricolo, dalla forma semplice e stilizzabile, costruito con un materiale primitivo, non lavorato; sono infatti dei semplici rami di legno incrociati a formare una sorta di maniglia da impugnare con uno scopo ben preciso.
“Mangheneti” in dialetto trentino, piccoli “mangani” che hanno la significativa forma della croce a stigmatizzare sin dall’inizio uno dei temi che diventerà tra più ricorrenti e semanticamente pregnanti nell’opera di Henjam: il feticcio per eccellenza della spiritualità che si fa tangibile.

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Emblematica, oltre che la forma, è anche la funzione di questo attrezzo che serve a tendere i fili di ferro nei filari delle vigne, ma anche i fili spinati che fungono da recinzione nei campi coltivati in campagna. E la tensione sembra davvero correre in quest’opera da un riquadro all’altro, nel ripetersi di questa forma eloquente che mima al tempo stesso quella della negazione, del rifiuto, del divieto d’accesso e quella della moltiplicazione.

Moltiplicazione per 24, perché tanti sono i tasselli di questo puzzle che non è affatto necessario ricostruire, dato che ogni dipinto costituisce un’opera a sé, e che diventa corale solo nel momento in cui la juta si fa trama fisica e narrativa fungendo da collante alla serie di immagini.

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Henjam torna alla pittura nel 2003 con le grandi opere su juta. La juta rappresenta un ritorno alle origini sia per il richiamo alla Madre, sia per la qualità stessa della materia, non raffinata e per certi versi primordiale come il suo colore che riporta a quello della nuda terra.
L’origine appare anche nei temi che vi sono sviluppati: minimali, privi di qualunque sovrastruttura significante, essi rappresentano lo sguardo di Henjam che si posa su un mondo ancora incontaminato da qualsiasi giudizio, un mondo in cui costruzioni ancora vergini dispiegano il loro vuoto che è quasi un’attesa.
Si tratta di grandi opere (dai 250 ai 200 cm x 140 cm) dal cromatismo essenziale in cui grandi campiture di toni neutri vanno a creare elementi architettonici dalle linee quasi irreali nella loro immaterialità. Poche sono le ombre in questi interni immaginari, praticamente assenti le linee curve, là dove una luce meridiana tutto disegna seguendo la retta dei suoi raggi.

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photo credits: ©Paolo Pisetta

 

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E’ il passaggio il tema essenziale che affiora nitido dalle opere di questa serie, un passaggio che però si manifesta sempre nel suo non realizzarsi: finestre di cui si intravede appena l’apertura, scale sospese tra piani che restano oltre il nostro campo visivo, porte che portano ad altre porte in una mise en abîme significativamente ricorsiva e soprattutto quella recinzione che anziché chiudere il passaggio si apre su un vuoto denso come la trama della juta su cui è disegnato, un vuoto circondato dalla preziosità dell’oro che ne resta inesorabilmente al di fuori.

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Le opere della serie Limes segnano il ritorno alla pittura di Henjam nel 2017. E’ ancora la juta che torna a fare da schermo tutt’altro che neutro a delle visioni che si definiscono appunto “immagini di confine”.
I soggetti  di queste opere non possono prescindere dal supporto utilizzato, materia grezza, fortemente corporea su cui il colore si stende leggerissimo, spirituale e quasi immateriale.
Il Confine qui è concepito più come linea da attraversare che come separazione e divisione tra due mondi distinti. Quelli rappresentati non sono infatti dei limiti che definiscono ma delle frontiere che lasciano passare e fanno conversare tra loro mondi apparentemente inconciliabili.
Se si dovesse trovare una patria elettiva per queste opere visionarie essa sarebbe senz’altro Despina, la città che Calvino disegnò al confine tra due deserti e che appare sotto forma di cammello a chi viene dal mare e come nave a chi viene dal deserto.
Come a Despina anche nelle opere di questa serie ciò che affiora è il desiderio. Desiderio soprattutto di completezza, di fusione dell’inconciliabile, di unione di corpo e di spirito.
La simbologia è evidente in Limes Opera Iª dove una cattedrale monocroma ed eterea fa da sfondo e si intreccia con un campo da gioco, in cui in palio non vi è nulla di spirituale.

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La carnalità esce più prepotente ancora in Limes Opera IIIª dove delle carni da macello espongono la loro cruda corporeità attraverso una rete da cantiere. Questa membrana si abbassa ma lo spettatore ne resta al di fuori, vicino abbastanza per avvertirne gli effluvi sanguigni, ma estraneo ad essi.

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Il cantiere, simbolo dell’azione tanto cara a Henjam, torna anche in Limes Opera IVª, dove la struttura di un edificio industriale in costruzione si erge in forma di cimitero costellato di croci, di fronte e quasi in affronto alla vita che lì accanto sembra osservare senza ancora poterlo davvero fare.

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La spiritualità nella sua forma materiale dell’effigie religiosa riappare infine nella "Madonna del Gelato” (Limes Opera IIª ) in cui il confine tra l’evanescenza di ciò che si vuole ultraterreno si scontra fin quasi a fondersi con uno dei simboli più intensi del godimento sensoriale: il dolce zuccherino di un gelato, la freschezza che svanisce sciogliendosi sul palato.

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 Gli ultimi due dipinti in ordine temporale di Henjam costituiscono due opere a sé.

Oceano: qui la scelta del supporto si fa estrema. Henjam interpreta la massima espressione della bellezza naturale su un rifiuto artificiale. L’idea è quella di rappresentare il mare su un supporto  che spesso ne è contenuto.
Il fatto che si tratti di una tela cerata che in genere è utilizzata per il trasporto su strada sfiora solo accidentalmente temi ambientalistici. Non c’è giudizio, Henjam registra, rielabora e crea.
Quello che esce letteralmente da questa superficie difficile e al tempo stesso fortemente significativa è una massa in movimento, un volume tridimensionale che prende forma e vita quanto più ce ne si allontana per mettere a fuoco l’opera nel suo insieme. La trama della base allora perde la sua ruvidità filettata per rivelare quasi involontariamente la sua trasparenza di fondo, esattamente come fa l’acqua che cercando di riflettere il cielo non può fare a meno di lasciar misurare la sua profondità.

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Varco
:
Ancora juta per quest'opera che arriva quasi all'iperrealismo nella raffigurazione di una tromba delle scale vista dall'alto. Il soggetto, realizzato con l'intenzione specifica di immortalare un ricordo altrui, si vuole infatti più vero e più perfetto della stessa realtà, quasi a riprodurre quello che non può esistere che fuori dal tempo.
E' la finzione di una finzione, un quadro al quadrato, un ricordo ricordato.
E' un'apertura su una quarta dimensione, la presenza immanente di qualcosa che non c'è.

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Senza fine (vite)

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Terra di Cassel
Lacca di Garanza
Ocra Gialla Naturale
Verde Cinabro Scuro
Blu di Prussia
Bianco di Zinco
Bianco di Titanio

Sette, sono solo sette i colori utilizzati per creare questo dipinto: 7 come le 7 meraviglie dell'antichità, i 7 colori dell'iride, le 7 note della scala musicale, le 7 virtù ma anche i 7 vizi capitali, le 7 vite del Gatto, i giorni della settimana e persino i 7 nani.
E come le stelle principali di Orione.

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Chissà quale mano avrà spinto gli antichi a tracciare una linea che unisce proprio quei puntini lì nel cielo, chissà come hanno fatto a vederci proprio un cacciatore.
Io ci ho sempre visto una clessidra.

Ma la storia d'amore tra me e il tempo è una cosa complessa e si perde nelle sue stesse pieghe, che sono le labbra della memoria, quelle che sussurrano parole a volte patetiche ma sempre vere.

E di memoria qui si tratta perché il soggetto di questo dipinto è la tromba delle scale della casa che mi ha visto bambina, lì dove sono cresciuta fino a 14 anni, esattamente fino alla fine della mia frequenza alle scuole medie. Buffo a volte come certi confini diventino centrali. 

Questo dipinto è opera infatti anche del mio compagno di banco delle medie, quello che non ho mai più rivisto in seguito e che assieme a Matteo ha voluto farmi dono di questa meraviglia.
Alberto e Matteo sono Henjam e li trovate qui, nel sito che sto aiutandoli a creare.
Per ora non è ancora completo, ma andateci a visitarlo, loro ci sono già in gran parte con le loro opere e presto sarà terminato. Anche se è prevista una sezione blog in continuo aggiornamento che fa sì che sarà sempre un po' in fieri.
La bellezza è azione, mi ha detto qualcuno una volta.

Questo dipinto però ha qualcosa di speciale e non solo per me che lo vivo con partecipazione emotiva squisitamente privata.

Questo dipinto è più che una composizione perfetta in cui le rette giocano con la sezione aurea e le linee curve si mimetizzano nascendo come per magia dall’affiancarsi di angoli acuti.

Questo dipinto è più che una realizzazione perfetta di colori sapientemente modulati per arrivare a creare una morbida tridimensionalità là dove non c’è che una superficie piatta ma al tempo stesso difficile e scabra quale è la iuta. 

Questo dipinto è molto di più della finzione di una finzione, perché in quanto tale tende ad avvicinarsi intimamente alla verità, che è perfetta proprio perché non si realizza mai se non come astrazione totale. 
Quadro di un quadro, quadro al quadrato, ricordo di un ricordo, ricordo ricordato.
Riflesso del riflesso in occhi altrui che lo hanno restituito alla memoria. La mia.

Questo dipinto è anche molto più della rappresentazione di un ricordo. E’ il ricordo stesso che si sveglia da un sonno in cui non sapeva di essere precipitato. E si sorprende di non aver più saputo di avere proprio quel colore e quella forma lì, quella rotondità nei pomoli d’ottone, quella ruvidità della pietra e quel colore del legno verniciato e un tempo un po’ scheggiato e i riccioli, soprattutto quei riccioli di metallo nitido.

Questo dipinto è molto di più di un dono, è la presenza immanente di qualcosa che non c’è.

Questo dipinto è un varco. 

Lo vedi e ti porta dentro, ti porta oltre, ti porta attraverso. Lo sguardo punta avanti ma al tempo stesso va verso il basso. Questo dipinto è quella quarta dimensione che non riuscivi a concepire e d’un tratto ti appare, epifania inaspettata.
E allora il basso diventa alto, il dentro fuori, il prima dopo. 

E ci sei solo tu qui ed ora, che fissi la tua nuca, mentre lo sguardo va verso il basso, gli occhi diventano liquidi e si fanno cascata che precipita verso il rosso di quelle piastrelle, promessa di un’intimità ancora bambina, quella che non ricordavi e che profuma di cipria e naftalina.
E’ rosa, antica e conservata per sempre nell’armadio del cambio stagione. 

Questo dipinto presto tornerà a casa. La sua.

 

 

 


Galleria Campari a Sesto San Giovanni

Tutto per me è nato da questa immagine.

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Negli anni in cui ci capitava di passare nei paraggi per vicinanza abitativa e logistica questo posto era un cantiere. Si tratta dell'edificio in cui si trova la sede della Campari a Sesto San Giovanni, costruito su progetto dell'architetto Mario Botta proprio negli anni 2007-2009 e che ha recuperato lo storico fabbricato realizzato nel 1904 da Davide Campari, che risulta ora incastonato in questa struttura futuristica. E futurista.

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Futurista perché l'ispirazione e il tributo di Mario Botta verso Fortunato Depero è più che evidente.

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La collaborazione di Depero con Campari fu lunga e prolifica. Questo sopra è il progetto del 1933 per il padiglione Campari in un'esposizione internazionale. 
Il tributo di questa struttura all'artista roveretano è sottolineato anche dalla dedica e dalla realizzazione dei due "intarsi" sulle facciate laterali dell'edificio originario, che riproducono appunto due disegni di Depero per Campari.

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Depero è à l'honneur, ma la visita alla Galleria Campari offre un'interessante panoramica sulla sorprendente capacità di comunicazione di questa azienda, che si è avvalsa di artisti eccezionali, di innovazioni all'avanguardia e di intuizioni geniali per far vivere e conoscere il proprio marchio sin dai primi decenni del secolo scorso.

Aperta al pubblico nel 2010, in occasione dei 150 anni di vita dell'azienda, raccoglie un incredibile quantità di materiale di grande valore storico e artistico.

La struttura ospita gli uffici amministrativi della Campari e serve anche come spazio per eventi, realizzabili nella lobby di 1000 mq o nel grande parco all'esterno.

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La Galleria è un vero e proprio museo, la cui visita è un'esperienza sensoriale completa, visto che per compierla ci si avvale di sistemi multimediali, come il video wall con 15 schermi dedicati ai caroselli dagli anni ‘50 agli anni ‘70, i proiettori con i manifesti d’epoca, le immagini dedicate agli artisti, ai calendari e agli spot pubblicitari fino alle recenti "12 storie" emesse quest'anno su youtube in sostituzione del calendario cartaceo. 
Infine un tavolo interattivo con 12 schermi touch screen consente di fruire gran parte del vasto patrimonio artistico dell’azienda.

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Al primo piano della galleria, dopo un'interessante excursus sulla storia della Campari, si possono ammirare tra il resto i manifesti originali della Belle Epoque e le grafiche pubblicitarie dagli anni ‘30 agli anni ‘70 firmate da importanti artisti come Marcello Dudovich, Leonetto Cappiello, Fortunato Depero, Franz Marangolo, Guido Crepax e Ugo Nespolo.

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Al piano superiore l'esposizione continua con oggetti dei decenni successivi, firmati da affermati designer come Matteo Thun, Dodo Arslan, Markus Benesch e Matteo Ragni. 

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L'ultima zona è dedicata alle esposizioni temporanee, in questo caso si trattava di foto storiche del Giro d'Italia di cui la Campari è stata a lungo sponsor.

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Cap Sosno

Dal 27 aprile al 27 settembre la cittadina di Saint-Jean-Cap-Ferrat ospita un'esposizione à ciel ouvert di opere monumentali di Sacha Sosno
L'artista, scomparso tre anni fa, è noto per essere uno dei principali esponenti della "Scuola di Nizza", movimento nato a partire dalla fine degli anni '50 che raggruppa varie correnti e artisti del calibro di Yves Klein, Arman e Venet.
Una delle sue opere più incredibili è la struttura della Tête au Carré Géant che ospita a Nizza gli uffici della Biblioteca, ma sono molte le sue opere monumentali presenti nell'architettura azuréenne.


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Spuntano a volte un po' a sorpresa nel tessuto urbano, come la grande statua di donna intrappolata nella facciata del AC Hôtel o il cavallo incastrato nel suo salto che si trova all'ingresso dell'Ippodromo di Cagnes-sur-mer.

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O la fontana che si trova aux Arénas o un'altra sua più recente scultura abitata, Le Guetteur, che si trova al centro commerciale Polygone Riviera

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Qui
 la galleria delle sue maggiori realizzazioni urbane.

Per quel che riguarda le sculture la sua cifra stilistica principale è stata definita quella dell'obliterazione. Si tratta di un'arte della cancellazione che per lo più mira a far diventare presenza un'assenza, ma anche a ratificare, attraverso una sorta di "stampigliatura" che l'oggetto è stato usato e non serve più.

L'esposizione a Cap Ferrat è una passeggiata attraverso 15 opere che si propongono di percorrere "L'Art de cacher pour mieux voir", l'arte di nascondere per vedere meglio. 

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Aperture che si aprono su campiture metalliche monocrome che diventano in questo modo cornici ricche di significato per il panorama che si apre davanti ai nostri occhi, in questo caso quello superbo di Cap Ferrat.
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E poi forme, busti e corpi in cui i vuoti si fanno pieni e silouhettes stilizzate che diventano a volte oggetti utilizzabili, come la panchina Concertation.

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L'esposizione, inserita com'è in un tessuto urbano e paesaggistico  corrisponde alla perfezione, come tiene a ricordare la moglie di Sacha, Maschat Sosno al desiderio dell'artista di «sortir des galeries, des musées, pour investir les boulevards, les ports, les façades, les toits, les jardins…»

 


Mamac - La nuit des musées 2017

Sabato 20 maggio per la tredicesima volta in Europa si è festeggiata la Notte dei Musei, che prevede non solo l'apertura serale e notturna dei più importanti musei, ma anche la programmazione di eventi e spettacoli che hanno i medesimi come palcoscenico speciale. In questo modo questi luoghi di esposizione e cultura posssono essere vissuti in modo diverso e vivo, accogliendo concerti, rappresentazioni, conferenze o incontri che più che una semplice apertura delle porte sono apertura della mente e del cuore.

Non sorprende che il programma della Ville de Nice fosse molto ricco. Nizza è la seconda città di Francia per numero di musei e la proposta per questa serata era davvero interessante. Sono infatti 11 i luoghi aperti per l'occasione che accolgono performance di tutti i tipi: concerti itineranti al Musée Matisse, musica indiana al Palais Lascaris, visita delle collezioni solitamente non esposte al Museo archeologico di Cimiez e di Terra Amata, musica e poesie iraniane al Musée d'art Naïf, concerti, sfilate e altro ancora nei numerosi musei della città.

Noi siamo andati al Mamac, il Museo di arte moderna e contemporanea, il più importante forse della città per l'ampiezza e la ricchezza delle collezioni in esso custodite. Il programma della serata prevedeva numerosi eventi.

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La Soirée Electrons libres era incentrata su numerose performance coreografiche che hanno animato le sale del museo. Qui di seguito quella proposta dalla compagnia Le Sixièmeétage « This is tomorrow »

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Un percorso ad enigmi  è stato allestito all'interno delle sale delle collezioni permanenti da parte della compagnia teatrale Fox'Art. 

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Sulla terrazza del museo si è potuto assistere alla performance dell'artista Rémi Voche e al cine concerto dell'artista Merakhaazan, mentre nell'anfiteatro si è esibita la compagnia Libertivore con la danza aerea « Hêtre »

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È stata anche un'ottima occasione per riscoprire le opere eccezionali raccolte in questo museo: Niki de Saint-Phalle, Yves Klein e gli altri artisti della scuola di Nizza, nonché numerose opere di artisti internazionali e la presenza di esposizioni temporanee sempre notevoli come quella attuale di Gustav Metzger. 

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Le Musée Jacquemart-André

Il Musée Jacquemart-André lo avevo scoperto anni fa in compagnia di una cara amica ed era nostro progetto di tornarci presto assieme. In realtà il destino ha voluto che per me accadesse prima, ma la cosa non esclude certo una seconda prossima visita. L'esperienza di questo piccolo museo è infatti un tale piacere per gli occhi e per lo spirito che l'idea di volerci tornare più volte sorge quasi spontanea, fosse anche solo per vedere l'esposizione temporanea del momento o per il brunch domenicale, servito al caffè ristorante allestito nel salone da pranzo al pian terreno e al quale si può accedere anche a prescindere dalla visita.

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Questo museo è un gioiello, un vero scrigno di bellezza sia per quel che riguarda il sito stesso, che per la meraviglia delle opere che custodisce.
Si trova al 158 di Boulevard Haussmann a Parigi ed è gestito da Culturespaces, una società che cura alcuni tra i più bei siti museali di Francia tra cui quelli di Nîmes, Orange, Baux-de-Provence e la Villa Ephrussi de Rotschild di Cap Ferrat, le cui foto fatte a suo tempo mi sono valse l'invito a questo piccolo tesoro che si trova un po' nascosto tra i palazzi dei grandi Boulevard che si diramano dall'Arc de Triomphe, nei pressi degli Champs Êlisées.

La novità rispetto alla mia prima visita è che ora si possono fotografare gli interni (eccezion fatta per l'esposizione temporanea, per la quale evidentemente ci sono diritti diversi da rispettare), cosa che mi permette di raccontare qui la sua esperienza per immagini. Invece mancava rispetto ad allora uno dei pezzi forti della collezione, il "San Giorgio e il drago" di Paolo Uccello, attualmente in restauro.

L'edificio era l'abitazione di una coppia appartenente all'alta borghesia parigina di fine '800.
Édouard André e sua moglie Nélie Jacquemart erano grandi estimatori d'arte (Nélie pittrice lei stessa) e soprattutto erano provvisti di una fortuna considerevole che permise loro di creare una collezione privata dall'importanza davvero impressionante. Édouard aveva il progetto di costituire una collezione di quadri, sculture e oggetti d'arte del XVIII secolo mentre Nélie si interessava soprattutto alla pittura italiana. Per misurare l'ampiezza di quello che è riuscita a raccogliere basta dire che la maggior parte dei quadri italiani dai primitivi al Rinascimento presenti a Parigi si trovano qui. 
Alla loro morte la villa è stata donata all'Institut de France.

Attraversare queste stanze è un'esperienza immersiva nella ricchezza d'arte che ha permeato la vita di questa coppia di appassionati. Mobilio, sculture, dipinti, arazzi, affreschi, ceramiche, ovunque l'occhio si posi trova opere d'arte incredibilmente preziose.
La visita inizia dal Salon des peintures che è una sorta di anticamera che precede il Gran Salon: Boucher, Chardin, Canaletto, Nattier sono i prestigiosi artisti che si trovano qui riuniti. Il Gran Salon, dalle caratteristiche linee semicircolari era la stanza di ricevimento per eccellenza. Un meccanismo idraulico permetteva di far sparire le pareti che lo separavano dalle sale adiacenti per aumentarne la capienza fino a mille invitati. 

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Da qui si accede alla Sala della Musica, ricca di dipinti del '700 francese e quindi alla Sala da Pranzo, il cui elemento più importante è l'affresco sul soffitto, opera di Giambattista Tiepolo, proveniente da Villa Contarini a Mira.
Seguono il Salon des Tapisseries e il Cabinet de Travail, anch'esso decorato da un affresco del Tiepolo, il Boudoir, destinato inizialmente ad accogliere l'appartamento privato di Mme Jacquemart e poi la Biblioteca, inizialmente camera da letto di Nélie, decorata da dipinti fiamminghi e olandesi del XVII secolo, tra cui spiccano dei Rembrandt e un Van Dyck. 

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Il Fumoir, secondo la moda del Secondo Impero è decorato in stile orientale, mentre il Jardin d'Hiver è una caratteristica dell'epoca di Napoleone III. Questo atrio vetrato rivestito in marmo si apre su un'incredibile scala doppia, di una leggerezza sorprendente malgrado i materiali di cui è costituita (marmo, pietra, ferro, bronzo). L'affresco di Tiepolo che vi si trova in alto è il culmine della sua decorazione.

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Il Museo Italiano, dove la coppia riunisce tutte le opere raccolte in Italia si apre sulla Sala delle sculture, che inizialmente era l'atelier di Nélie. Si trattava un po' del loro giardino secreto, la cui visita era riservata a pochi.

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La Salle Florentine è concepita come una cappella che racchiude opere per lo più ad ispirazione religiosa, tra cui dei dipinti di Sandro Botticelli e del Perugino.

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La Salle Vénitienne raggruppa le opere di Venezia e delle scuole del Nord Italia con capolavori di Bellini, Mantegna, Crivelli e Carpaccio.

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La visita termina con gli appartamenti privati, tre stanze al piano terra, comprendenti le due stanze da letto e l'anticamera. 


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La Basilica di Sant'Ambrogio a Milano

Voluta dallo stesso vescovo Ambrogio che ne promuove la costruzione a partire dal 379, la basilica era destinata ad accogliere la sua tomba, ma il ritrovamento nel 386 nell’area della necropoli delle spoglie di Gervasio e Protasio lo convince a dedicarla ai due Santi: la basilica prende infatti il nome di basilica Martyrum.

Dell’originaria costruzione ambrosiana si conserva solo la pianta a tre navate divise da 13 colonne per lato. La basilica Martyrum aveva probabilmente una sola abside e presentava copertura lignea. Nel IX secolo subì importanti ristrutturazioni, tra cui la costruzione della grande abside decorata da un prezioso mosaico. Anche il ciborio fu decorato in questo periodo, lo stesso cui risale l'Altare di Sant'Ambrogio, capolavoro dell'oreficeria carolingia.

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La struttura attuale risale alla fine dell'anno Mille quando venne ricostruita secondo i canoni dell’architettura romanica per volontà del vescovo Anselmo. La nuova costruzione aveva tre navate e tre absidi, non aveva il transetto e manteneva il quadriportico. I monaci Benedettini, per primi, si occuparono dell’amministrazione della basilica, ma nel 1497 furono sostituiti dai Cistercensi. Nel 1799 fu chiusa in seguito alla dominazione napoleonica e solo con la fine di questa fu riaperta al culto. Danneggiata dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, dovette subire numerosi interventi di restauro.

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La facciata a capanna è caratterizzata da due logge posizionate una sopra l’altra e da archetti pensili. Ai lati della facciata ci sono due campanili risalenti a periodi differenti, quello di destra, che sembra una torre difensiva, si chiama Torre dei Monaci e venne costruito nell’VIII secolo, mentre l’altro, denominato Torre dei Canonici, è del XII secolo.

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Il quadriportico, cioè il cortile porticato su quattro lati antistante la chiesa, serviva un tempo a riunire i catecumeni al cospetto della chiesa, ma prese in seguito quella di radunare le persone per assemblee religiose o civili.

All’interno della basilica si trova il sacello di San Vittore in Ciel d’Oro, una cappella costruita nel IV secolo, prima della basilica stessa e dedicata dal vescovo Materno a San Vittore, famosa per la presenza di un mosaico che raffigura alcuni santi, tra i quali anche Sant’Ambrogio.

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Sotto l'altare si trovano le reliquie dei Santi, visibili da una finestrella nella cripta costruita nella seconda metà del X secolo.

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Complessivamente, la luce non appare diffusa e leggera come nelle chiese paleocristiane ma scarsa
 e fortemente contrastata. Essa non fu accentuata neppure dall'aggiunta del tiburio che si limita ad illuminare il cerchio ad esso sottostante.

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Nella basilica sono conservati a testimonianza della fase paleocristiana dell’edificio pochi ma significativi pezzi di notevole livello artistico.

L’ambone in marmo sorretto da un loggiato di colonnine antiche è riconosciuto come una delle più importanti espressioni del romanico lombardo. Realizzato tra il 1130 e il 1143, la sua complessa decorazione è in gran parte ispirata dai testi scritti da Sant’Ambrogio che trattano il tema del Peccato e della Redenzione

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Al di sotto dell’Ambone romanico si può ammirare un imponente sarcofago in marmo di Carrara degli anni 385-390 decorato con scene del Vecchio e del Nuovo Testamento, noto come “sarcofago di Stilicone”, dal nome del generale Vandalo al comando degli eserciti degli imperatori Teodosio e Onorio.

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Nella piazza, sul lato sinistro rispetto alla basilica è presente una colonna, detta "la colonna del diavolo". Di epoca romana e trasportata qui da altro luogo presenta due fori, che la tradizione vuole siano stati lasciati dalle corna del demonio mentre cercava di trafiggere il Santo. In realtà questa colonna veniva usata per l'incoronazione degli imperatori germanici. 

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Un'altra colonna, all'interno questa volta, ospita invece alla sua sommità il "Serpente di Mosè". È una scultura in bronzo (in passato creduta quella originaria di Mosè) donata dall'imperatore Basilio II nel 1007. Al serpente si indirizzano preghiere per scacciare alcuni tipi di malanni e si dice che la fine del mondo verrà preannunciata dalla sua discesa da questa colonna
.

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Cap Moderne

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Come può un piccolo lembo di terra piuttosto scosceso tra Cap Martin e Monaco, che scivola dolcemente verso il mare chiuso tra la suddetta penisola, la ferrovia che taglia la montagna su cui sorge Roquebrune e il golfo della plage du Buse, riunire nello spazio di pochi anni alcuni dei nomi più emblematici dell'architettura moderna?

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Certo, Eileen Gray era la compagna di Jean Badovici e Le Corbusier, che amava questa parte del Mediterraneo aveva fatto nel frattempo conoscenza con Thomas Rebutato, ma fu senz'altro anche il caso a metterci lo zampino, visto che Eileen si era indirizzata in un primo tempo verso Saint Tropez per costruire la sua Villa E-1027, che divenne poi un vero manifesto dell'architettura moderna.

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Sullo stesso sito, a distanza di poche decine di metri e pochi livelli di terrazzamenti si trovano oggi, infatti, anche il bar ristorante l'Etoile de mer, allora proprietà di Thomas Rebutato e il Cabanon con le unità di campeggio di Le Corbusier.

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Tra il 1926 e il 1929, Eileen Gray, decoratrice e designer, sperimenta con la Villa che costruisce assieme al compagno Jean Badovici, una nuova architettura.

Il nome di questa residenza per le vacanze nasce dalla fusione dei nomi dei due creatori E per Eileen, 10, come la decima lettera dell'alfabeto (J di Jean) 2, la seconda (B di Badovici) e 7 la settima (G di Gray). 
Vera icona dell'architettura moderna, la villa E-1027 fu la prima creazione architetturale di Eileen Gray e testimonia della sua riflessone attenta nel disegno di ogni singolo dettaglio. Ha valore di manifesto tanto per l'architettura stessa, quanto per l'arredamento, mobile e fisso, i lampadari e le decorazioni.

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La villa è piccola ma ognuno deve poter essere libero e indipendente. 
L'ingresso è anche l'inizio di un percorso che si vuole ordinato e che prevede sensi unici, sensi vietati e indicazioni su dove si trovano gli oggetti.
Importante anche la possibilità di sfruttare lo spazio in modo organizzato, per questo inventa dei mobili molto funzionali di cui cura ogni dettaglio. 
La sua creatività si esprime al meglio laddove dà vita ad oggetti trasformabili, che rivisitano i modelli di costruzione canonica per acquisire più funzionalità.
Tavoli allungabili, cassetti pivotanti, specchi scomponibili, pareti divisorie attrezzate sono solo alcune tra le sue invenzioni più geniali.

Nel salone al piano terra troviamo le riproduzioni delle sue creazioni più celebri, la poltrona "Transat"  e quella "Bibendum", la panca "Roquebrune" in pelle nera e acciaio cromato, il tappeto " Marine d'abord" e molti altri oggetti, le cui copie sono tuttora in vendita presso Aram.
Altri mobili sono integrati, come la testiera del divanetto nel salone o i cassetti rotanti vicino allo specchio "Satellite" della camera degli amici.

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Il giardino a terrazze a sud-ovest diventa un salone esterno protetto dai pini marittimi. La piscina originariamente non c'era e la zona era dedicata a solarium.

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Le pareti della villa furono concepite bianche da Eileen e solo in seguito furono affrescate da Le Corbusier. Egli soggiornò nella villa a più riprese tra il 1938 e il 1939 realizzando le pitture con l'incoraggiamento iniziale di Badovici che solo in seguito all'incrinarsi della loro amicizia minacciò di distruggerle.
Danneggiate durante la guerra furono restaurate dallo stesso Le Corbusier nel 1949 e nel 1963. Quelle che rimangono ora sono satate restaurate dall'Associazione o sono in corso di restauro.
 
Sul terreno confinante con la villa si trova il bar ristorante Etoile de Mer. Con la sua terrazza panoramica sul mare e il suo giardino terrazzato rappresenta bene il modo di vivere mediterraneo.

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E' dapprima un capanno per riporre le canne da pesca quello che Thomas Rebutato costruisce nel 1947 sul terreno vicino alla Villa E-1027. Nel 1949, terminata la sua attività di idraulico lo trasforma in bar-ristorante. Le Corbusier ne divenne uno dei primi clienti e vi realizzò le pitture murali che ornano la facciata e un muro della camera.
 
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Prototipo di un ambiente minimalista, l'Etoile de Mer in origine comprende una stanza principale con cucina, dei WC e una camera. Dalla parte del mare una porta finestra si apre su una terrazza su cui dà anche la finestra della camera.

In seguito Thomas Rebutato ha ingrandito il ristorante e ornato il bancone e i muri con suoi dipinti.
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E' come prolungamento del ristorante che il celebre architetto costruisce nel 1952 il suo celebre Cabanon, il capanno in legno per le vacanze, costruito per la moglie.
Anche se di dimensioni modeste questo capanno è una sorta di modello per le ricerche sul sistema di proporzioni chiamato Modulor. 

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L'originalità del capanno è quella di associare la rusticità alla funzionalità, caratteristica principe per gli architetti del movimento moderno.
Per questo è essenziale la definizione di una cellula abitabile ridotta a uno spazio minimo che possa riunire molteplici funzioni. 
Sotto il tetto a uno spiovente del capanno sono così concentrati in una cellula quadrata di 3,66 m x 3,66 m x 2,26 m di altezza un angolo da lavoro, uno per il riposo, delle toilettes, un lavabo una tavola, degli spazi contenitivi per gli oggetti e un attaccapanni.
La struttura e tutti gli elementi in legno, fabbricati in Corsica dall'impresa Barberis, furono assemblati sul posto come pezzi di un gioco di costruzioni.
All'interno gli elementi dei mobili sono pieni di ingegnosi sistemi per separare gli spazi e le attività e per facilitare la sistemazione degli oggetti.
Le pitture murali che ornano l'entrata e le due persiane pieghevoli, il pavimento di parquet giallo e i pannelli colorati del soffitto contribuiscono all'armonia di un insieme sobriamente allegro.
A fianco del capanno un carrubo, che ne appare indissociabile. Qui sotto Le Corbusier prendeva la doccia, in perfetta osmosi con la natura.

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Da uno scambio epistolare con il costruttore si capisce che l'architetto aveva ipotizzato una costruzione in serie di questo prototipo, in legno o in metallo: Attualmente, ormai riconosciuto come un manifesto dell'architettura moderna, ne esistono due riproduzioni, regolarmente esposte attraverso il mondo.

Nel 1956 come contropartita per il terreno del capanno, Le Corbusier fece costruire per Thomas Rebutato cinque "Unités de camping" concepite come un prototipo di abitazioni per vacanza. L'interno riprende alcuni principi del Capanno: spazio ridotto sfruttato al massimo, colori vivaci e uso del legno.
Costruite su una struttura a palafitta (sotto la quale inizialmente era allestito il terreno per il jeu de boules) rappresentano la realizzazione delle sue ricerche sulle abitazioni modulari per le vacanze, adatte a un turismo balneare di massa.
Ognuna può ospitare due persone in 8 m2

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Il ristorante l’Etoile de Mer chiuse un po' prima della morte di Thomas Rebutato nel 1971.
Nel 2000, per preservare l'integrità del luogo, il figlio Robert fece dono del ristorante e delle Unità di Camping al Conservatoire du littoral, che è ormai proprietario dell'insieme del sito, ribattezzato "Cap Moderne", aperto al pubblico nell'aprile di quest'anno.

Le visite si fanno su prenotazione, dal primo novembre solo nel week end, ma il 13 dicembre è prevista una nuova chiusura al pubblico della Villa, per ulteriori lavori di ristrutturazione.

 

 


 


Mougins Monumental

Fino al 30 giugno nel centro storico di Mougins, il bel villaggio arroccato su una collina nell'entroterra di Cannes, è allestito un percorso a cielo aperto di sculture monumentali.
Passeggiare per le ruelles del Vieux Village significa quindi fare incontri inaspettati con gigantesche presenze: dai Wooden Aro, i maestosi giganti in legno di Steph Cop, ai sottili esseri bronzei appesi per aria o arrampicati sui trampoli di Nicolas Lavarenne.

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Dalle immagini scolpite in negativo di Sosno all'acciaio colorato di Théo Tobiasse

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Dalle impronte in bronzo di César ai tagli di Arman, passando per i colori sgargianti di Niki de Saint Phalle

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Sono una ventina le sculture che ci accompagnano attraverso le strade e le piazze e anche attraverso le evoluzioni del mondo artistico dagli anni 60  dai Nouveaux Réalistes in poi. Questa la mappa della loro disposizione attraverso il villaggio:

 


Musée Jean Cocteau à Menton

Realizzato da Rudy Ricciotti, il cui progetto vinse il concorso lanciato nel 2008 per la costruzione del nuovo museo, esso raccoglie le opere di Cocteau donate da Séverin Wunderman alla città di Menton. 
Una prospettiva di colonne sinuose che costeggiano il mare facendo eco alle sue onde, le arcate che si prolungano in varchi fluttuanti sul soffitto, lasciando entrare la luce incisiva tipica della Riviera: il parallelismo con l'opera dell'artista di cui si fa scrigno è evidente nella dicotomia tra luce ed ombra che la pervade.  

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Il Museo, dapprima limitato alle sale del Bastione, si è reso necessario in seguito alla donazione di Séverin Wunderman, collezionista americano di origine belga, appassionato dell'opera di Cocteau, che dopo aver raccolto sue opere per tutta la sua vita fonda nel 1958 un museo dedicato all'artista in California. Ma l'idea è quella di far approdare queste opere in Francia e più precisamente a Menton, scelta dallo stesso Cocteau; nel 2005 le 1800 opere, di cui 990 di Cocteau, vengono donate alla città.

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La collezione permanente è arricchita, oltre che dalle opere di quella già esistente del Bastione, anche di 240 fotografie di Lucien Clergue, donate dallo stesso fotografo, legate all'opera di Cocteau.

Il percorso museale viene rinnovato tutti gli anni, proponendo ogni volta una lettura della sua opera da una prospettiva differente.
Fino al 2 novembre 2015 possiamo scoprirvi "Gli Universi di Jean Cocteau". Attraverso l'incrociarsi dei vari mezzi espressivi esplorati dall'artista -poesia, romanzo, scultura, pittura, cinema- in ognuno dei quali egli affronta le sue ossessioni.

La stella con cui l'artista amava firmarsi campeggia al centro della sala dando origine con i suoi raggi agli spazi luminosi  del piano terra, mentre in quelli più bui del piano interrato la luce lascia spazio all'ombra, sia fisica che tematica: linearità, corrispondenza e indagine cedono il passo all'oscurità dell'insondabile e della morte.

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Il percorso parte dalla Perception. I
n questa sezione risalta l'importanza data all'occhio, legame tra interno ed esterno, forma magica che unisce il noto all'ignoto.
Nei profili che l'artista disegna l'occhio si dirige in lontananza, sia che si tratti dell'occhio-pesce che naviga le profondità marine, sia dell'occhio-stella, che si integra nelle costellazioni più lontane.

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Si prosegue sondando il tema dell' Endroit/Envers
Il doppio è presente ovunque nella sua opera poetica e figurativa, manifestandosi dapprima attraverso i giochi di parole, i calembour o le poesie "da leggersi allo specchio". 
Anche le numerose statue che popolano il suo cinema simboleggiano un mondo parallelo a quello degli uomini.

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Intermédiaire
è la terza sezione, in cui è il passaggio in quanto stato fisico o dell'anima, ad essere indagato. 
Nella sua opera troviamo numerosi personaggi che vivono in uno stato di transizione, come l'addormentato e l'angelo. 

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Al piano interrato ci avviciniamo alla Spiritualité dell'artista, che si avvicinò alla religione e all'esoterismo. 

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E agli 
Amours:  amore e morte sono fortemente intrecciati nella sua opera e le implicazioni insite nella dichiarazione della sua omosessualità segnarono fortemente la sua ispirazione poetica e figurativa. 

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Ultimo capitolo è quello dedicato a l'Espace Temps. 
Negli anni '50 Jean Cocteau si interessa alla fantascienza e ai fenomeni paranormali. La "dégravitation", simboleggiata dal peso di piombo che sale verso il cielo, riflette una verità ormai universale: l'uomo non è più il centro dell'universo.

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Fino al 25 maggio 2015 è presente nel museo anche l'esposizione temporanea dedicata a André Verdet "Cosmogonies"

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