Art

Jean-Michel Fauquet al Musée de la Photographie di Nizza

Esposto fino al 21 gennaio al Musée de la Photographie Charles Nègre di Nizza, Jean-MIchel Fauquet è molto di più di un fotografo. Le sue opere infatti sono il risultato di un lavoro su diversi piani che, quando non parte dalla scultura, si compone comunque di arte fotografica, stampa, pittura e installazione. Qui una galleria delle sue opere.

A Nizza sono esposti 150 suoi lavori tra sculture, disegni e sopratutto fotografie che danno vita a un mondo abitato da oggetti all'apparenza surreali ma il cui intento è di fare appello a una parte di noi su cui non abbiamo potere: la memoria. 

L'artista vuole infatti in questo modo dare vita a un racconto, che lo spettatore può elaborare a partire dai suoi ricordi e dal suo personale immaginario. Per questo è importante anche il modo in cui le opere vengono installate nell'esposizione.

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Ciò che rende le sue foto speciali è che esse, dopo la stampa, vengono alterate da molteplici interventi manuali: scalfita, caricata di inchiostro o grafite, ridipinta ad olio l'immagine viene poi cerata e incorniciata di nero.
Ma non è solo ciò che avviene dopo la stampa ad essere parte della creazione artistica, anche ciò che precede lo scatto fa parte del processo creativo. Le foto di Fauquet sono fatte sulla base di oggetti che lui stesso crea a partire da materiali effimeri, come i cartoni che trova per strada e che rielabora per dar vita a un mondo in cui gli uomini esistono solo se privati d'identità.

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O come le sue sculture. Esse si avvicinano a volte a forme architetturali, oppure vegetali, più raramente antropomorfe.

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Spesso poste su un espositore a mo' di nature morte, sembra possano suggerire un'importante utilità, che però è inesistente. Il loro aspetto antico farebbe pensare a una funzione dimenticata, incomprensibile perché appartenente al passato. Nulla di tutto ciò: la stessa poca importanza del materiale di cui spesso sono fatti rivela che si tratta di falsi idoli.

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E' la fragilità la costante di fondo della sua opera. La fotografia in low-key, che rivela l'attesa costante di una luce che arrivi a illuminare il suo universo, ricorda che l'unica cosa reale è la concezione che di quella realtà ci si riesce a fare.

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Fuori dallì'atelier sono gli alberi ad attirare la sua attenzione, nodosi, scarni o in gruppo compatto.

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Gli alberi. 


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Passaggio da Giotto - La Cappella degli Scrovegni

Era da tanto che desideravo visitarla, ma l'unica volta che mi ero trovata a passare per Padova, subito dopo il restauro avvenuto nel 2001, avevo scoperto con grande delusione che è possibile farlo solo previa prenotazione da farsi almeno il giorno prima.
Era da un po' che volevo farlo, tanto che quando Matteo mi ha proposto di accompagnarlo a Padova per una visita di ricognizione dei locali in cui verrà allestita la prossima mostra delle opere Henjam, il mio primo pensiero è corso lì in mezzo a quegli affreschi. E tanto che quando poi Matteo mi ha detto "magari poi andiamo a vedere la Cappella degli Scr.." "sìììì!!!!" è stata la mia immediata risposta.

Il primo consiglio pratico per chi si trovi di passaggio a Padova e desideri visitare la Cappella degli Scrovegni è dunque quello di ricordarsi di prenotare la visita. Pagando con carta di credito è possibile farlo fino alla sera prima, ma organizzatevi bene la giornata perché è necessario riservare l'ora precisa, essendo previsto un ingresso ogni 20 minuti di gruppi di al massimo 25 persone.
Capisco che non tutti possono avere il timing perfetto di me e Matteo, che infatti siamo famosi per l'accuratezza di tutto ciò che facciamo, soprattutto quando agiamo in sinergia, ma con un po' di organizzazione ce la si può fare.
Sorvolando su questi dettagli che è meglio non approfondire (l'importante è che finora non abbiamo mai fatto danni, non grossi almeno) e concentrandoci sul fatto che alla Cappella degli Scrovegni siamo arrivati alle 14.40 in punto, giusto in tempo per trovarci accodati agli altri visitatori che stavano entrando al nostro stesso orario, il consiglio è di non arrivare proprio all'ultimo momento, perché lì, loro, sono piuttosto precisi.

Il secondo consiglio, nel nostro caso collegato al primo, è di non seguire Waze per arrivarci, soprattutto se siete un po' giusti con i tempi, perché, come capita spesso con questo sistema di navigazione, poi succede che trova un percorso alternativo che fa risparmiare 2 minuti, ma che, facendoti arrivare da una strada che non prevede indicazioni visibili per la localizzazione del sito e nemmeno del parcheggio, ne perdi poi 15, quando va bene.
Comunque noi l'abbiamo trovato (sempre grazie alle nostre doti sopraffine di previsione e precisione), ma voi aprite gli occhi perché le indicazioni sono davvero carenti, anche per localizzare l'ingresso alla Chiesa degli Eremitani e quindi alla Cappella adiacente.

In ogni caso ce l'abbiamo fatta e l'unico rammarico in questa spettacolare esperienza è che nella cappella ci si possa trattenere solo 20 minuti. 
La visita infatti avviene secondo dei criteri molto rigidi che prevedono una sosta preventiva di 20 minuti in una sala in cui viene trasmesso un filmato introduttivo (noioso, diciamocelo, di nessun interesse) ma che ha in realtà lo scopo di far acclimatare i visitatori all'atmosfera speciale della Cappella e soprattutto all'umidità controllata. Essa è stata infatti il principale responsabile della degradazione degli affreschi.
In realtà sul sito ho poi visto che sono previste delle visite serali eccezionali dalla durata doppia. Se potete approfittarne fatelo, perché 20 minuti immersi in quegli affreschi passano davvero in fretta.
All'inizio infatti si è catturati dall'insieme e solo poco a poco si riesce ad entrare nei dettagli. E' solo allora che si gustano le espressioni dei visi, il pathos della mimica, le posture dei vari personaggi, la definizione dei paesaggi, la ricchezza delle architetture, della flora e della fauna: le Storie della vita di Gesù e della Vergine sono raccontate con una dovizia di particolari che si moltiplicano quanto più tempo si riesce a passare ad osservarle.

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Il Giudizio Universale è lo spettacolo più coinvolgente, l'Inferno soprattutto con i dannati così realisticamente raffigurati nel loro tormento eterno e Lucifero e i demoni e le fiamme a torturarli. Da 700 anni e ancora per molti secoli, l'Eternità essendo una parola grossa e francamente un concetto un po' antico.

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Ecco un altro po' di foto. Se ne trovano forse di migliori sul web, ma le mie le metto qui, che poi magari ci torno.
Qui. A Padova non so.

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Pirelli Hangar Bicocca

E' all'inizio del '900 che il quartiere Bicocca di Milano diventa uno degli insediamenti industriali più importanti di Italia, quando la Breda e poi Pirelli, Falck e Marelli si spostano in quest'area.

Gl edifici che ospitano oggi le esposizioni di arte contemporanea erano occupati originariamente dalla Pirelli: nello Shed, realizzato negli anni '20 con mattoni a vista e tetti a doppio spiovente venivano costruiti componenti per locomotive e macchine agricole. Il Cubo e le Navate sono invece costruiti tra gli anni '50 e '60. In quest'ultimo edificio dal 2004 sono installati i I Sette Palazzi Celesti dell’artista tedesco Anselm Kiefer.
Depositi e baracche, demoliti attorno al 2000, sorgevano nel giardino dove dal 2010 è situata La Sequenza di Fausto Melotti.

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A partire dagli anni '80 l'area viene riqualificata con la creazione degli edifici universitari e di residenze private e nel 2004 Pirelli Hangar Bicocca viene trasformato in spazio espositivo per l'arte contemporanea. 
Lo stesso anno viene presentata l'opera I Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, concepita espressamente per questi spazi. Nel 2015 viene aperta al pubblico. Cinque opere pittoriche di grandi dimensioni si aggiungono alle sette torri, richiamandone i temi cabalistici.

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Un'altra installazione permanente è l'opera di Fausto Melotti La Sequenza (1981) posta nei giardini antistanti l'ingresso come simbolica soglia.

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Le mostre temporanee attualmente presenti sono invece quella dedicata a Lucio Fontana, Ambienti/Environments eTake me I'm yours, un'esposizione collettiva di oltre 50 artisti.

Ambienti/Environments raccoglie nello spazio delle Navate per la prima volta nove Ambienti spaziali e due interventi ambientali, realizzati da Lucio Fontana tra il 1949 e il 1968 per gallerie e musei italiani e internazionali. Si tratta di stanze e corridoi concepiti e progettati dall’artista e quasi sempre distrutti al termine dell’esposizione,  opere sperimentali e meno note proprio per la loro natura effimera.

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Take Me (I'm Yours)
è una mostra collettiva che reinventa le regole con cui si fa esperienza di un’opera d’arte. Il visitatore è infatti invitato a modificare, scambiare, acquistare, portarsi con sé o creare a sua volta parte delle opere esposte, modificando l'assetto dell'esposizione stessa che di fatto vive così di vita propria, potendo arrivare anche all'estinzione.
Allestita per la prima volta nel 1995 alla Serpentine Gallery di Londra la mostra ha avuto origine da una serie di riflessioni tra il curatore Hans Ulrich Obrist e l’artista Christian Boltanski sulla necessità di ripensare i modi in cui un’opera d’arte viene esposta. In particolare, l’idea per il progetto è iniziata con un lavoro di Boltanski costituito da montagne di vestiti di seconda mano che il pubblico poteva prendere e portare via in una busta marchiata con la scritta “Dispersion”: un’opera destinata per sua natura a disperdersi e a scomparire.

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A Milano, accanto a Dispersion di Christian Boltanski, le opere di oltre cinquanta artisti sono allestite nei mille metri quadrati dello Shed di Pirelli HangarBicocca.

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Liz Magor al Mamac

"Gli oggetti che mi interessano sono quelli che passano inosservati, che restano discreti, senza importanza, ordinari (...) cerco di toglierli leggermente dall'ordinario per portarli nello "straordinario". Un po' come nel surrealismo: il reale è leggermente trasformato per scivolare in uno spazio insolito" (Liz Magor, 2016)

La peculiarità di questa artista canadese risiede proprio nel servirsi di oggetti modesti, quotidiani per creare un universo in cui la patina del tempo e il vissuto di ogni cosa vengono creati attraverso l'illusionismo di oggetti finemente elaborati.
Liz Magor dà una vita nuova ad oggetti umili e insieme ne ricrea di nuovi, modellandoli con un'estrema raffinatezza. 
La sua attenzione all'usura del tempo, la preziosità delle riparazioni che apporta agli oggetti la situa anche nel solco di un'etica della cura e della preservazione.

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Il lavoro esposto al Mamac consta di una cinquantina di opere, create tra il 1989 e il 2017 . Attraverso di esse Liz tenta di oltrepassare il carattere statico della scultura, unendo sapientemente oggetti trovati, altri riparati e altri ancora creati nel suo atelier: sculture che imitano asciugamani, vestiti e piatti si articolano intimamente con oggetti reali, sigarette, birra, bottiglie, generando una confusione tra la produzione in atelier e l'oggetto di manifattura che lascia spiazzati.
Per realizzare le sue opere l'artista utilizza la tecnica del calco in gesso polimerizzato che rende possibile riprodurre le qualità visive dei materiali iniziali.

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L'esposizione si apre con la presentazione di quello che potrebbe essere un magazzino per mobili, un universo in transizione, nato essenzialmente dall'accumulazione di oggetti reali: One bedroom apartment (1996-2017)

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“Una casa è come una vetrina per esporre i ricordi degli oggetti che hanno un significato. Tutti questi materiali morti occupano la casa. Le persone li utilizzano come piccoli significanti della loro soggettività al fine di crearne una versione solida”.

Liz Magor (conversazione con Céline Kopp, ottobre 2013).

Riallestita recentemente in Francia e in Europa One Bedroom apartment è stata ricreata per l’esposizione al Mamac. Questa esposizione interpella il bisogno di rifugio, ma anche la voglia di accumulare, proteggere e nascondere.
L’artista ricompone un appartamento fittizio a partire dalla raccolta di materiale locale di mobili e piccoli oggetti recuperati, ma è un appartamento in via di trasloco, non è più funzionale, è "in attesa di", aspetta di tornare se stesso altrove. Eppure quello che ne esce è un'idea di rifugio.
L’unica costante dell’installazione è la scultura di un cane bianco, sprovvisto di sguardo e pelliccia: il cane esiste in funzione di tutto ciò che è accumulato attorno lui, è la sua casa, anche se completamente smontata.

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Double cabinet (Blue) 2001, appare all’inizio come una pila di asciugamani ripiegati con cura. Tuttavia questa pila non ha né spessore né densità, poiché si tratta di una facciata, di un guscio vuoto, un nascondiglio per una riserva di bottiglie di alcolici.

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Carton II (2006) lo stesso principio per nascondere in questo caso la dipendenza dalle sigarette.

Style (2017): l’osservatore è in un primo momento attirato dal candore che esce dall’installazione .Le tre statuette di gatti rimandano a quelle chincaglierie che si ammassano a volte sugli scaffali per prendere la polvere e essere presto dimenticate. L’artista dà loro una seconda vita, disponendole su una base in forma di tappeto volante che evoca gli imballaggi su cui sono disposti gli oggetti nei mercati delle pulci.

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In Soft yellow (2015) un uccello imbalsamato è posto su una scatola e avvolto da un sacchetto protettivo mentre giace su una mano. È evidente qui la sua volontà di creare un'immagine di tenerezza, cura e protezione.

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Banff chair (1991): Nei primi anni '90 produce una serie di sedie basate sul design iconico dell’inizio del 900 mescolati con la scelta di materiali tradizionalmente associati con la conquista del west. Questa è ispirata alla sedia Bibendum di Eileen Gray , ma è in pelliccia marrone e sul suo dorso si trovano un paio di guanti in pelle. 

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Sleeping bag 2 (1998) rappresenta uno spazio vuoto, una sorta di sarcofago o una specie di bozzolo di insetto. 

Sleeper #2 (1999): si tratta di teste di bambole avvolte in un involucro di silicone. Come gran parte delle sue opere anche questa unisce elementi di recupero con altri da lei forgiati. L’emozione che sprigiona è ambigua in quanto queste forme richiamano al tempo stesso un bambino in fasce e un corpo imbalsamato. 
Il rapporto tra contenitore e contenuto costituisce un tema ricorrente nelle sue opere. 

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Party pet (2016) è una delle opere che utilizzano pupazzi in peluche. La sua volontà dichiarata è quella di cercare di dare a questi oggetti poco nobili una loro dignità, nel tentativo di onorare il bisogno umano di pienezza o di espressione affettiva.
“Je ne veux pas dire que les objects ont un contenu affectif. Ce sont des écrans sur lesquels je projette mes émotions.”
Sono degli schermi sui quali vengono proiettate le emozioni.

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Good Shepherd (2016): la maglia, la coperta e la fotografia del collie che sembra proteggere l’agnellino sono disposti su una superficie che ricorda una scatola di cartone appoggiata al muro.
Tweed (kidney) (2008): una bottiglia alcolica inserita in uno stampo di una giacca di lana dal realismo sorprendente. Nonostante l’apparente immobilismo ciò che ne esce è di forte tensione. 
Stack of Trays (2008): vassoi, mozziconi, chewing gum, dolcetti, un pacchetto di sigarette, bottiglie di alcolici sono ammucchiati come alla fine di una serata. Tra questi oggetti spicca un roditore addormentato come se fosse sazio dopo la festa.
Vera natura morta contemporanea questa scultura unisce al realismo dei resti dei bagordi la delicatezza di questo intruso di solito indesiderabile.

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Molte delle sue sculture rimandano alla nozione del rifugio. Tutti i contenitori oscillano tra busta protettrice e la membrana morbida, ricordando in questo modo la vulnerabilità materiale dei corpi e degli oggetti.

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Le sue sculture parlano di obsolescenza e sparizione, quella degli oggetti e la nostra. Questa percezione è fortificata dalla presenza di animali, immobilizzati tra un sonno dolce e l'eterrno riposo.
Esse giocano anche sul registro dell'assenza e della reminiscenza, disegnando le storie e le possibili identità dei vecchi proprietari attraverso la loro stessa assenza.

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New York New York - Arte Italiana: La riscoperta dell'America

Fino al 17 settembre 2017 è ancora aperta a Milano la mostra NEW YORK NEW YORK. Arte Italiana: la riscoperta dell’America.

L'esposizione si sviluppa tra il Museo del Novecento, in piazza Duomo e le Gallerie d'Italia, in piazza della Scala e comprende circa 150 opere.
Si parte idealmente dalle sale del Museo del Novecento, dove viene rappresentata la "scoperta dell'America" da parte dell'arte contemporanea italiana.
Si tratta in realtà di una scoperta speculare e reciproca, perché se da un lato gli autori italiani scoprono a partire dai primi decenni del Novecento New York e la sua modernità, dall'altra il mondo dell'arte americano fa la conoscenza e comincia a promuovere nei musei e nelle gallerie numerosi artisti italiani.

Il ruolo degli Stati Uniti nel sostenere e indirizzare gli sviluppi dell'arte contemporanea nel corso del Novecento si è fatto sempre più importante e questo ha giovato ai tanti autori italiani che si erano recati negli Stati Uniti portando la loro arte a confrontarsi con la cultura americana.
Afro, Paolo Baratella, Corrado Cagli, Pietro Consagra, Giorgio De Chirico, Fortunato Depero, Tano Festa, Lucio Fontana, Emilio Isgrò, Sergio Lombardo, Titina Maselli, Costantino Nivola, Gastone Novelli, Vinicio Paladini, Arnaldo Pomodoro, Mimmo Rotella, Alberto Savinio, Toti Scialoja, Tancredi, Giulio Turcato sono qui presenti con opere che rappresentano l’immaginario americano. 

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Nell'ottobre del 1928 Fortunato Depero lascia l'Italia per New York dove presenta una prima esposizione alla Guarino Gallery e apre una "Casa d'arte futurista". Negli Stati Uniti, dove resterà fino all'autunno 1930 la sua produzione spazierà dagli interventi decorativi ai progetti nell'ambito delle scenografie teatrali. I due pannelli esposti facevano parte di un progetto teatrale sul tema della metropoli moderna, che assume però l'immagine di una "nuova Babele".

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Giorgio De Chirico si reca negli Stati Uniti nel 1936 spinto dal desiderio di mostrare la sua opera più recente rispetto alla sua stagione metafisica degli anni Dieci. I suoi quadri metafisici vengono letti come anticipazione di aspetti del Surrealismo, sia nella personale realizzata nel 1935 sia nella mostra che ha luogo al Museum of Modern Art nel 1936 Fantastic Art, Dada and Surrealism

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Il benessere economico degli anni Sessanta trova nella società americana la forza di generare nuove mitologie, legate principalmente al cinema, alla letteratura e alla politica. L'America continua ad essere promessa di libertà nelle parole di martin Luther King e di J.F. Kennedy. Questa nuuova aspirazione libertaria affascina gli artisti italiani che sempre più compiono viaggi negli Stati Uniti e partecipano alla vita culturale di quel paese.

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Una sezione a sé è dedicata al fotografo Ugo Mulas e al suo memorabile progetto “New York: arte e persone“, realizzato tra il 1964 e il 1967 negli studi degli artisti newyorkesi Barnett Newman, Jasper Johns, Robert Rauschenberg, Andy Warhol e Tom Wesselmann.

Il libro, il cui titolo originale è New York: The New Art Scene, raccoglie oltre 500 fotografie in cui l'autore percorre la città, gli studi degli artisti, le gallerie, le case dei collezionisti, i nuovi spazi di condivisione creativa. 

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Se al Museo del Novecento sono gli autori italiani a scoprire l'America, alle Gallerie d’Italia è invece l'America a fare la scoperta dell'arte italiana.

Il percorso della mostra è volto infatti a sottolineare l'attenzione per gli autori italiani nel mondo americano del secondo dopoguerra.
La partenza è identificata nella mostra XX Century Italian Art, con la quale il Museum of Modern Art di New York nel 1949 offriva una lettura dell'arte italiana della prima metà del secolo. Troviamo qui quindi presentati alcuni capolavori di Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Carlo Carrà e Giorgio Morandi per poi proseguire con opere di autori degli anni Cinquanta e Sessanta.

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Quella che viene messa in luce è una situazione considerata alternativa al ruolo svolto da Parigi nella prima metà del secolo: viene rilevato il carattere originale condotto da una parte a partire dal futurismo e dall'altra con De Chirico e la Metafisica a reinterpretare la tradizione.

Tra gli autori che vengono messi particolarmente in evidenza vi è Giorgio Morandi. La mostra si spinge a documentare le presenze che caratterizzano l'immediato dopoguerra come quelle degli artisti riuniti nel Fronte Nuovo delle Arti tra cui Renato Guttuso, Armando Pizzinato, Alberto Viani.
Anche la scultura attraverso l'attenzione per Marino Marini, Giacomo Manzù, Arturo Martini, ha un ruolo importante all'interno di un progetto destinato ad avvicinare il mondo delle gallerie e del collezionismo all'arte italiana.

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A seguito della mostra XX Century Italian Art importanti galleristi americani incominciano a rivolgere la loro attenzione agli artisti italiani: Marino Marini, Afro, Alberto Burri sono tra i primi a risvegliare grande interesse. Anche altri autori come Giuseppe Capogrossi, Mirko e Luciano Minguzzi figurano in posizione di preminenza in grandi mostre museali tese a presentare in America la nuova scena artistica europea, come Younger European Painters al Solomon Guggenheim Museum nel 1953 e The New Decade al MoMA nel 1955. Emilio Vedova consegue a New York il prestigioso Guggenheim International Award 1956, con l'opera presentata in questa sezione insieme a una scelta esemplificativa di opere di arte italiana esposte negli Stati Uniti negli anni Cinquanta.

Un'altra mostra che fa nascere attenzione verso altri artisti italiani è The New Realists alla Sidney Janis Gallery di New York nel 1962, che presenta esponenti del "Nouveau Réalisme" francese ed europeo, accanto ad autori americani del New Dada e della nascente Pop Art. In quell'occasione Enrico Baj , Gianfranco Baruchello, Tano Festa, Mimmo Rotella e Mario Schifano rappresentano i nuovi caratteri di un'arte di immagine che si fonda sulla critica ai modelli e ai mezzi della produzione e del consumo. 

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Una sezione è dedicata all'interpretazione dell'idea di spazio caratteristica dell'arte italiana dei primi anni Sessanta, in relazione alla cultura americana: lo Spazialismo di Lucio Fontana nella sua evoluzione specifica in dialogo con l'immagine di New York, la superficie estroflessa di Enrico Castellani come alternativa alle tele sagomate statunitensi, e poi le sculture di Francesco Somaini e la forma di Arnaldo Pomodoro
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Henjam - Le opere pittoriche (1994-2017)

Metà acronimo, metà slang inglese. Anche nel nome che hanno scelto questi due artisti non smentiscono la loro anima versatile e predisposta alla collazione di molteplici estetiche e differenti tecniche.
Henjam, Hic Et Nunc Jam, questo significa questa parola dal suono così esotico: una marmellata immanente, una poltiglia semantica che ha senso solo nell'attimo e nel luogo in cui si manifesta. 

Henjam sono due artisti dalle caratteristiche differenti ma capaci di stimolarsi a vicenda per creare opere dalla bellezza e dalla grandiosità stupefacente, spesso di grande impatto emotivo e sempre fortemente significative. Questa fusione di individualità e di intenti fa di loro una realtà davvero singolare, rara nel campo dell'arte, dove tanta importanza ha in genere l'accento posto sul personalismo di colui che appone la propria firma all'opera. 
Henjam è individuo e assieme gruppo, realtà che si vuole aperta a tutto ciò che riesce in qualche modo a farne parte. 

Qui  trovate il loro sito, la loro storia e loro opere. La collaborazione tra Alberto Festi e Matteo Tonelli inizia nel 1994 e tocca varie modalità espressive, spaziando dalla scultura alla pittura, dagli interventi in spazi pubblici e privati alla rielaborazione plastica di forme note che acquistano sotto il loro sguardo e le loro mani un senso tutto nuovo.
Nella sezione Gallery del loro sito si possono trovare tutte quelle che sono uscite dalla loro vena creativa incredibilmente ricca. 
Parte delle loro prime opere ruota attorno allo studio dell'oggetto come feticcio, ma già la loro prima collaborazione segna le linee guida che negli anni a venire contraddistingueranno le grandi opere pittoriche, quelle su juta.

All'origine c'è la Madre (1994), Questa grande tela di 270 x 270 cm inaugura la collaborazione tra i due artisti, che qui si firmano ancora come ®distribuzione. La ripetizione è il motivo alla base di quest’opera che è composta da 24 dipinti cuciti su una base di juta, diversi per tecnica e realizzazione, ma raffiguranti tutti lo stesso soggetto. Si tratta di un arnese di uso comune nel lavoro agricolo, dalla forma semplice e stilizzabile, costruito con un materiale primitivo, non lavorato; sono infatti dei semplici rami di legno incrociati a formare una sorta di maniglia da impugnare con uno scopo ben preciso.
“Mangheneti” in dialetto trentino, piccoli “mangani” che hanno la significativa forma della croce a stigmatizzare sin dall’inizio uno dei temi che diventerà tra più ricorrenti e semanticamente pregnanti nell’opera di Henjam: il feticcio per eccellenza della spiritualità che si fa tangibile.

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Emblematica, oltre che la forma, è anche la funzione di questo attrezzo che serve a tendere i fili di ferro nei filari delle vigne, ma anche i fili spinati che fungono da recinzione nei campi coltivati in campagna. E la tensione sembra davvero correre in quest’opera da un riquadro all’altro, nel ripetersi di questa forma eloquente che mima al tempo stesso quella della negazione, del rifiuto, del divieto d’accesso e quella della moltiplicazione.

Moltiplicazione per 24, perché tanti sono i tasselli di questo puzzle che non è affatto necessario ricostruire, dato che ogni dipinto costituisce un’opera a sé, e che diventa corale solo nel momento in cui la juta si fa trama fisica e narrativa fungendo da collante alla serie di immagini.

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Henjam torna alla pittura nel 2003 con le grandi opere su juta. La juta rappresenta un ritorno alle origini sia per il richiamo alla Madre, sia per la qualità stessa della materia, non raffinata e per certi versi primordiale come il suo colore che riporta a quello della nuda terra.
L’origine appare anche nei temi che vi sono sviluppati: minimali, privi di qualunque sovrastruttura significante, essi rappresentano lo sguardo di Henjam che si posa su un mondo ancora incontaminato da qualsiasi giudizio, un mondo in cui costruzioni ancora vergini dispiegano il loro vuoto che è quasi un’attesa.
Si tratta di grandi opere (dai 250 ai 200 cm x 140 cm) dal cromatismo essenziale in cui grandi campiture di toni neutri vanno a creare elementi architettonici dalle linee quasi irreali nella loro immaterialità. Poche sono le ombre in questi interni immaginari, praticamente assenti le linee curve, là dove una luce meridiana tutto disegna seguendo la retta dei suoi raggi.

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photo credits: ©Paolo Pisetta

 

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E’ il passaggio il tema essenziale che affiora nitido dalle opere di questa serie, un passaggio che però si manifesta sempre nel suo non realizzarsi: finestre di cui si intravede appena l’apertura, scale sospese tra piani che restano oltre il nostro campo visivo, porte che portano ad altre porte in una mise en abîme significativamente ricorsiva e soprattutto quella recinzione che anziché chiudere il passaggio si apre su un vuoto denso come la trama della juta su cui è disegnato, un vuoto circondato dalla preziosità dell’oro che ne resta inesorabilmente al di fuori.

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Le opere della serie Limes segnano il ritorno alla pittura di Henjam nel 2017. E’ ancora la juta che torna a fare da schermo tutt’altro che neutro a delle visioni che si definiscono appunto “immagini di confine”.
I soggetti  di queste opere non possono prescindere dal supporto utilizzato, materia grezza, fortemente corporea su cui il colore si stende leggerissimo, spirituale e quasi immateriale.
Il Confine qui è concepito più come linea da attraversare che come separazione e divisione tra due mondi distinti. Quelli rappresentati non sono infatti dei limiti che definiscono ma delle frontiere che lasciano passare e fanno conversare tra loro mondi apparentemente inconciliabili.
Se si dovesse trovare una patria elettiva per queste opere visionarie essa sarebbe senz’altro Despina, la città che Calvino disegnò al confine tra due deserti e che appare sotto forma di cammello a chi viene dal mare e come nave a chi viene dal deserto.
Come a Despina anche nelle opere di questa serie ciò che affiora è il desiderio. Desiderio soprattutto di completezza, di fusione dell’inconciliabile, di unione di corpo e di spirito.
La simbologia è evidente in Limes Opera Iª dove una cattedrale monocroma ed eterea fa da sfondo e si intreccia con un campo da gioco, in cui in palio non vi è nulla di spirituale.

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La carnalità esce più prepotente ancora in Limes Opera IIIª dove delle carni da macello espongono la loro cruda corporeità attraverso una rete da cantiere. Questa membrana si abbassa ma lo spettatore ne resta al di fuori, vicino abbastanza per avvertirne gli effluvi sanguigni, ma estraneo ad essi.

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Il cantiere, simbolo dell’azione tanto cara a Henjam, torna anche in Limes Opera IVª, dove la struttura di un edificio industriale in costruzione si erge in forma di cimitero costellato di croci, di fronte e quasi in affronto alla vita che lì accanto sembra osservare senza ancora poterlo davvero fare.

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La spiritualità nella sua forma materiale dell’effigie religiosa riappare infine nella "Madonna del Gelato” (Limes Opera IIª ) in cui il confine tra l’evanescenza di ciò che si vuole ultraterreno si scontra fin quasi a fondersi con uno dei simboli più intensi del godimento sensoriale: il dolce zuccherino di un gelato, la freschezza che svanisce sciogliendosi sul palato.

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 Gli ultimi due dipinti in ordine temporale di Henjam costituiscono due opere a sé.

Oceano: qui la scelta del supporto si fa estrema. Henjam interpreta la massima espressione della bellezza naturale su un rifiuto artificiale. L’idea è quella di rappresentare il mare su un supporto  che spesso ne è contenuto.
Il fatto che si tratti di una tela cerata che in genere è utilizzata per il trasporto su strada sfiora solo accidentalmente temi ambientalistici. Non c’è giudizio, Henjam registra, rielabora e crea.
Quello che esce letteralmente da questa superficie difficile e al tempo stesso fortemente significativa è una massa in movimento, un volume tridimensionale che prende forma e vita quanto più ce ne si allontana per mettere a fuoco l’opera nel suo insieme. La trama della base allora perde la sua ruvidità filettata per rivelare quasi involontariamente la sua trasparenza di fondo, esattamente come fa l’acqua che cercando di riflettere il cielo non può fare a meno di lasciar misurare la sua profondità.

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Varco
:
Ancora juta per quest'opera che arriva quasi all'iperrealismo nella raffigurazione di una tromba delle scale vista dall'alto. Il soggetto, realizzato con l'intenzione specifica di immortalare un ricordo altrui, si vuole infatti più vero e più perfetto della stessa realtà, quasi a riprodurre quello che non può esistere che fuori dal tempo.
E' la finzione di una finzione, un quadro al quadrato, un ricordo ricordato.
E' un'apertura su una quarta dimensione, la presenza immanente di qualcosa che non c'è.

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Senza fine (vite)

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Terra di Cassel
Lacca di Garanza
Ocra Gialla Naturale
Verde Cinabro Scuro
Blu di Prussia
Bianco di Zinco
Bianco di Titanio

Sette, sono solo sette i colori utilizzati per creare questo dipinto: 7 come le 7 meraviglie dell'antichità, i 7 colori dell'iride, le 7 note della scala musicale, le 7 virtù ma anche i 7 vizi capitali, le 7 vite del Gatto, i giorni della settimana e persino i 7 nani.
E come le stelle principali di Orione.

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Chissà quale mano avrà spinto gli antichi a tracciare una linea che unisce proprio quei puntini lì nel cielo, chissà come hanno fatto a vederci proprio un cacciatore.
Io ci ho sempre visto una clessidra.

Ma la storia d'amore tra me e il tempo è una cosa complessa e si perde nelle sue stesse pieghe, che sono le labbra della memoria, quelle che sussurrano parole a volte patetiche ma sempre vere.

E di memoria qui si tratta perché il soggetto di questo dipinto è la tromba delle scale della casa che mi ha visto bambina, lì dove sono cresciuta fino a 14 anni, esattamente fino alla fine della mia frequenza alle scuole medie. Buffo a volte come certi confini diventino centrali. 

Questo dipinto è opera infatti anche del mio compagno di banco delle medie, quello che non ho mai più rivisto in seguito e che assieme a Matteo ha voluto farmi dono di questa meraviglia.
Alberto e Matteo sono Henjam e li trovate qui, nel sito che sto aiutandoli a creare.
Per ora non è ancora completo, ma andateci a visitarlo, loro ci sono già in gran parte con le loro opere e presto sarà terminato. Anche se è prevista una sezione blog in continuo aggiornamento che fa sì che sarà sempre un po' in fieri.
La bellezza è azione, mi ha detto qualcuno una volta.

Questo dipinto però ha qualcosa di speciale e non solo per me che lo vivo con partecipazione emotiva squisitamente privata.

Questo dipinto è più che una composizione perfetta in cui le rette giocano con la sezione aurea e le linee curve si mimetizzano nascendo come per magia dall’affiancarsi di angoli acuti.

Questo dipinto è più che una realizzazione perfetta di colori sapientemente modulati per arrivare a creare una morbida tridimensionalità là dove non c’è che una superficie piatta ma al tempo stesso difficile e scabra quale è la iuta. 

Questo dipinto è molto di più della finzione di una finzione, perché in quanto tale tende ad avvicinarsi intimamente alla verità, che è perfetta proprio perché non si realizza mai se non come astrazione totale. 
Quadro di un quadro, quadro al quadrato, ricordo di un ricordo, ricordo ricordato.
Riflesso del riflesso in occhi altrui che lo hanno restituito alla memoria. La mia.

Questo dipinto è anche molto più della rappresentazione di un ricordo. E’ il ricordo stesso che si sveglia da un sonno in cui non sapeva di essere precipitato. E si sorprende di non aver più saputo di avere proprio quel colore e quella forma lì, quella rotondità nei pomoli d’ottone, quella ruvidità della pietra e quel colore del legno verniciato e un tempo un po’ scheggiato e i riccioli, soprattutto quei riccioli di metallo nitido.

Questo dipinto è molto di più di un dono, è la presenza immanente di qualcosa che non c’è.

Questo dipinto è un varco. 

Lo vedi e ti porta dentro, ti porta oltre, ti porta attraverso. Lo sguardo punta avanti ma al tempo stesso va verso il basso. Questo dipinto è quella quarta dimensione che non riuscivi a concepire e d’un tratto ti appare, epifania inaspettata.
E allora il basso diventa alto, il dentro fuori, il prima dopo. 

E ci sei solo tu qui ed ora, che fissi la tua nuca, mentre lo sguardo va verso il basso, gli occhi diventano liquidi e si fanno cascata che precipita verso il rosso di quelle piastrelle, promessa di un’intimità ancora bambina, quella che non ricordavi e che profuma di cipria e naftalina.
E’ rosa, antica e conservata per sempre nell’armadio del cambio stagione. 

Questo dipinto presto tornerà a casa. La sua.

 

 

 


Galleria Campari a Sesto San Giovanni

Tutto per me è nato da questa immagine.

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Negli anni in cui ci capitava di passare nei paraggi per vicinanza abitativa e logistica questo posto era un cantiere. Si tratta dell'edificio in cui si trova la sede della Campari a Sesto San Giovanni, costruito su progetto dell'architetto Mario Botta proprio negli anni 2007-2009 e che ha recuperato lo storico fabbricato realizzato nel 1904 da Davide Campari, che risulta ora incastonato in questa struttura futuristica. E futurista.

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Futurista perché l'ispirazione e il tributo di Mario Botta verso Fortunato Depero è più che evidente.

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La collaborazione di Depero con Campari fu lunga e prolifica. Questo sopra è il progetto del 1933 per il padiglione Campari in un'esposizione internazionale. 
Il tributo di questa struttura all'artista roveretano è sottolineato anche dalla dedica e dalla realizzazione dei due "intarsi" sulle facciate laterali dell'edificio originario, che riproducono appunto due disegni di Depero per Campari.

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Depero è à l'honneur, ma la visita alla Galleria Campari offre un'interessante panoramica sulla sorprendente capacità di comunicazione di questa azienda, che si è avvalsa di artisti eccezionali, di innovazioni all'avanguardia e di intuizioni geniali per far vivere e conoscere il proprio marchio sin dai primi decenni del secolo scorso.

Aperta al pubblico nel 2010, in occasione dei 150 anni di vita dell'azienda, raccoglie un incredibile quantità di materiale di grande valore storico e artistico.

La struttura ospita gli uffici amministrativi della Campari e serve anche come spazio per eventi, realizzabili nella lobby di 1000 mq o nel grande parco all'esterno.

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La Galleria è un vero e proprio museo, la cui visita è un'esperienza sensoriale completa, visto che per compierla ci si avvale di sistemi multimediali, come il video wall con 15 schermi dedicati ai caroselli dagli anni ‘50 agli anni ‘70, i proiettori con i manifesti d’epoca, le immagini dedicate agli artisti, ai calendari e agli spot pubblicitari fino alle recenti "12 storie" emesse quest'anno su youtube in sostituzione del calendario cartaceo. 
Infine un tavolo interattivo con 12 schermi touch screen consente di fruire gran parte del vasto patrimonio artistico dell’azienda.

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Al primo piano della galleria, dopo un'interessante excursus sulla storia della Campari, si possono ammirare tra il resto i manifesti originali della Belle Epoque e le grafiche pubblicitarie dagli anni ‘30 agli anni ‘70 firmate da importanti artisti come Marcello Dudovich, Leonetto Cappiello, Fortunato Depero, Franz Marangolo, Guido Crepax e Ugo Nespolo.

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Al piano superiore l'esposizione continua con oggetti dei decenni successivi, firmati da affermati designer come Matteo Thun, Dodo Arslan, Markus Benesch e Matteo Ragni. 

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L'ultima zona è dedicata alle esposizioni temporanee, in questo caso si trattava di foto storiche del Giro d'Italia di cui la Campari è stata a lungo sponsor.

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Cap Sosno

Dal 27 aprile al 27 settembre la cittadina di Saint-Jean-Cap-Ferrat ospita un'esposizione à ciel ouvert di opere monumentali di Sacha Sosno
L'artista, scomparso tre anni fa, è noto per essere uno dei principali esponenti della "Scuola di Nizza", movimento nato a partire dalla fine degli anni '50 che raggruppa varie correnti e artisti del calibro di Yves Klein, Arman e Venet.
Una delle sue opere più incredibili è la struttura della Tête au Carré Géant che ospita a Nizza gli uffici della Biblioteca, ma sono molte le sue opere monumentali presenti nell'architettura azuréenne.


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Spuntano a volte un po' a sorpresa nel tessuto urbano, come la grande statua di donna intrappolata nella facciata del AC Hôtel o il cavallo incastrato nel suo salto che si trova all'ingresso dell'Ippodromo di Cagnes-sur-mer.

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O la fontana che si trova aux Arénas o un'altra sua più recente scultura abitata, Le Guetteur, che si trova al centro commerciale Polygone Riviera

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Qui
 la galleria delle sue maggiori realizzazioni urbane.

Per quel che riguarda le sculture la sua cifra stilistica principale è stata definita quella dell'obliterazione. Si tratta di un'arte della cancellazione che per lo più mira a far diventare presenza un'assenza, ma anche a ratificare, attraverso una sorta di "stampigliatura" che l'oggetto è stato usato e non serve più.

L'esposizione a Cap Ferrat è una passeggiata attraverso 15 opere che si propongono di percorrere "L'Art de cacher pour mieux voir", l'arte di nascondere per vedere meglio. 

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Aperture che si aprono su campiture metalliche monocrome che diventano in questo modo cornici ricche di significato per il panorama che si apre davanti ai nostri occhi, in questo caso quello superbo di Cap Ferrat.
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E poi forme, busti e corpi in cui i vuoti si fanno pieni e silouhettes stilizzate che diventano a volte oggetti utilizzabili, come la panchina Concertation.

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L'esposizione, inserita com'è in un tessuto urbano e paesaggistico  corrisponde alla perfezione, come tiene a ricordare la moglie di Sacha, Maschat Sosno al desiderio dell'artista di «sortir des galeries, des musées, pour investir les boulevards, les ports, les façades, les toits, les jardins…»

 


Mamac - La nuit des musées 2017

Sabato 20 maggio per la tredicesima volta in Europa si è festeggiata la Notte dei Musei, che prevede non solo l'apertura serale e notturna dei più importanti musei, ma anche la programmazione di eventi e spettacoli che hanno i medesimi come palcoscenico speciale. In questo modo questi luoghi di esposizione e cultura posssono essere vissuti in modo diverso e vivo, accogliendo concerti, rappresentazioni, conferenze o incontri che più che una semplice apertura delle porte sono apertura della mente e del cuore.

Non sorprende che il programma della Ville de Nice fosse molto ricco. Nizza è la seconda città di Francia per numero di musei e la proposta per questa serata era davvero interessante. Sono infatti 11 i luoghi aperti per l'occasione che accolgono performance di tutti i tipi: concerti itineranti al Musée Matisse, musica indiana al Palais Lascaris, visita delle collezioni solitamente non esposte al Museo archeologico di Cimiez e di Terra Amata, musica e poesie iraniane al Musée d'art Naïf, concerti, sfilate e altro ancora nei numerosi musei della città.

Noi siamo andati al Mamac, il Museo di arte moderna e contemporanea, il più importante forse della città per l'ampiezza e la ricchezza delle collezioni in esso custodite. Il programma della serata prevedeva numerosi eventi.

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La Soirée Electrons libres era incentrata su numerose performance coreografiche che hanno animato le sale del museo. Qui di seguito quella proposta dalla compagnia Le Sixièmeétage « This is tomorrow »

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Un percorso ad enigmi  è stato allestito all'interno delle sale delle collezioni permanenti da parte della compagnia teatrale Fox'Art. 

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Sulla terrazza del museo si è potuto assistere alla performance dell'artista Rémi Voche e al cine concerto dell'artista Merakhaazan, mentre nell'anfiteatro si è esibita la compagnia Libertivore con la danza aerea « Hêtre »

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È stata anche un'ottima occasione per riscoprire le opere eccezionali raccolte in questo museo: Niki de Saint-Phalle, Yves Klein e gli altri artisti della scuola di Nizza, nonché numerose opere di artisti internazionali e la presenza di esposizioni temporanee sempre notevoli come quella attuale di Gustav Metzger. 

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