Architecture

Il MuSe di Trento

Il Museo delle Scienze di Trento, inaugurato il 27 luglio del 2013, prosegue l'attività di quello che era il Museo Tridentino di Scienze Naturali. Di questa prima sede resta al nuovo allestimento la grande collezione di animali impagliati e riproduzioni a grandezza naturale (o aumentata) installate in forma di piramide nel grande varco (Big Void) che occupa i quattro piani del palazzo, una piramide che percorre da un lato la progressione evolutiva, partendo dal seminterrato con gli scheletri dei dinosauri, dall'altro quello degli ambienti naturali che li ospitano, progredendo dallo scheletro di una balenottera per arrivare ai piani superiori sulle ali degli uccelli che abitano i cieli.

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Il MuSe si trova immediatamente a sud dello storico palazzo delle Albere, in un palazzo all'interno del quartiere residenziale Le Albere, entrambi progettati da Renzo Piano nell'ambito di un più ampio disegno di riqualificazione urbana dell'area industriale dismessa dove sorgevano gli stabilimenti Michelin di Trento.

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Il percorso espositivo del MuSe si sviluppa usando la metafora della montagna, stilizzata dallo stesso profilo dell'architettura del palazzo che ricorda l'andamento frastagliato delle montagne trentine e in particolare delle Dolomiti. La vetta, l'ultimo piano è infatti dedicato ai ghiacciai. 

In questa sezione i visitatori possono comprendere come si formano i ghiacciai e fenomeni naturali quali l'erosione delle rocce. È inoltre presente la perfetta riproduzione (in ghiaccio) di un tipico ghiacciaio del Trentino.

Piano_quattro

Mano a mano che si scende si incontra la natura alpina, la geologia, l'evoluzione dell'uomo sulla terra e infine lo spazio per i bambini dedicato ai sensi,

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In questa sezione del museo è possibile ripercorrere tutto il viaggio della vita sul nostro pianeta grazie a grafici, fossili e ricostruzioni di alcune delle più antiche forme di vita del nostro pianeta.


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Infine si arriva alla storia della vita del piano interrato e della serra tropicale.

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La serra ricostruisce l'ambiente dei Monti Udzungwa, in Tanzania, dove il MuSe ha un Centro di monitoraggio ecologico che rappresenta una delle sue sedi territoriali. Nella serra è inoltre presente una coppia di turaco verde, unica fauna della serra.

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L'esposizione temporanea attuale e che resterà al MuSe fino al 7 gennaio 2018 
è dedicata a "Archimede, l'invenzione che diverte". La mostra  presenta al pubblico la figura di Archimede quale massimo protagonista della cultura universale. 
Tra ricostruzioni di macchinari e video multimediali, il percorso racconta le sue intuizioni nel campo della tecnologia meccanica e offre testimonianze della civiltà tecnico-scientifica del III secolo a.C., periodo durante il quale visse lo scienziato. Dopo un excursus storico e un focus sulle principali invenzioni e ricerche, l'esposizione approfondisce anche la seconda rinascita di Archimede, che avviene a partire dal XIII secolo con la progressiva riscoperta dei suoi scritti, e l'influenza esercitata su studiosi e geni rinascimentali del calibro di Leonardo da Vinci e Galileo Galilei. 

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Il MuSe svolge un'importante attività di ricerca, organizzata in sette sezioni:
Botanica, per la quale può giovarsi delle seguenti infrastrutture: la banca del germoplasma del Trentino, l'erbario tridentino, un laboratorio di germinazione, una serra di propagazione e quattro giardini botanici (la serra tropicale afromontana, gli Orti del MUSE, le Viote del Bondone e l'Arboreto di Arco).
Limnologia e Algologia che si occupa della biologia delle acque interne. Negli ultimi anni sono stati studiati anche altri ambienti come il Lago di Garda e torrenti mediterranei.
Zoologia degli Invertebrati e Idrobiologia, zoologia dei Vertebrati, biodiversità tropicale, geologia e preistoria.

Il MuSe è soprattutto per Trento un'incredibile fucina di idee e di
attività. Conferenze, incontri, visite guidate ma anche semplici aperitivi: Drink and think, tutti i giovedì sul parco antistante l'ingresso del museo, è l'deale per passare un momento di convivialità senza rinunciare a riflettere in modo leggero su temi scientifici.

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D'in su la vetta della Torre Branca

Era inevitabile.
Sono tantissimi i luoghi di Milano in cui il pensiero non può che correre a Tommaso Labranca, ma questo forse più di molti altri. Sarà forse l'assonanza con il suo nome, sarà che la poesia da cui questo verso è tratto fa parte di quelle Poesie dell'Agosto Oscuro (2005), così rappresentative della sua intelligenza e sensibilità, sarà che da lassù si vede tutta la sua Milano, ma la salita su questa Torre per me è stato qualcosa di altamente simbolico. 

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Altamente sì, per la precisione 108,60 metri di simbolo. Realizzata nel 1933 su progetto di Giò Ponti, fu inaugurata con il nome di Torre Littoria in occasione della V Triennale di Milano. Chiusa alle visite nel 1972 è tornata visitabile nel 2002, dopo l'acquisizione e la ristrutturazione da parte della società Branca, quella del Fernet, che vi installò dapprima un bar ristorante e che oggi la gestisce come punto panoramico.
E la vista sulla città è davvero unica.

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Non era una giornata particolarmente tersa, il caldo afoso rendeva l'aria molto pesante, ma, chissà per quale assurda contingenza atmosferica, si riuscivano stranamente a vedere le Alpi. Innevate.
E mentre la guida ci raccontava un po' la storia della Torre, ripetendo più volte "la Branca, la Branca, la Branca" per riferirsi all'azienda che ha ridato vita alla costruzione, a me veniva da sorridere un po'.

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Ecco il sonetto con relative note dell'autore. E' uno dei due di ispirazione leopardiana che Tommaso Labranca ha dedicato al locale di tendenza che si trova ai piedi della Torre Branca. 

 

Due sonetti dinanzi al Just Cavalli1

D’in su la vetta della Torre Branca2
Passerei solitario questa estate
Spaziando il guardo oltre le vetrate
Sulla città che adesso è giù in Sri Lanka

A Formentera, Cuba o nelle Azzorre.
Io solo resterei là sulla torre
A individuare i luoghi in cui ho vissuto
Cercandoli felice nel tessuto

Urbano, ma il passo mi è precluso
Da un buttadentro dallo sguardo ottuso.
La torre condivide il suo portale

Con quello che conduce ad un locale
D’uno stilista dal casato equino
Che non gradisce v’entri il popolino.

 

 

1Il Just Cavalli è un locale di presunta tendenza, decorato con eccessi estetici tipici del barocco brianzolo (cfr. Tommaso Labranca, Estasi del Pecoreccio, Castelvecchi 1995). Si trova a Milano, nel Parco Sempione sotto la Torre Branca.

2La Torre Branca (ex Torre Littoria) è una torre metallica alta oltre 100 metri, uno dei pochi punti da cui si può vedere Milano dall'alto. È opera dell'architetto Giò Ponti, inaugurata nel 1933 in occasione della Quinta Triennale di Milano. E' stata riaperta recentemente al pubblico, ma spesso l'ottusa security del Just Cavalli non vi permette l'accesso temendo che il visitatore ipsofilo della torre devii in realtà verso i divani zebrati dell'esclusivo locale.

 


Galleria Campari a Sesto San Giovanni

Tutto per me è nato da questa immagine.

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Negli anni in cui ci capitava di passare nei paraggi per vicinanza abitativa e logistica questo posto era un cantiere. Si tratta dell'edificio in cui si trova la sede della Campari a Sesto San Giovanni, costruito su progetto dell'architetto Mario Botta proprio negli anni 2007-2009 e che ha recuperato lo storico fabbricato realizzato nel 1904 da Davide Campari, che risulta ora incastonato in questa struttura futuristica. E futurista.

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Futurista perché l'ispirazione e il tributo di Mario Botta verso Fortunato Depero è più che evidente.

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La collaborazione di Depero con Campari fu lunga e prolifica. Questo sopra è il progetto del 1933 per il padiglione Campari in un'esposizione internazionale. 
Il tributo di questa struttura all'artista roveretano è sottolineato anche dalla dedica e dalla realizzazione dei due "intarsi" sulle facciate laterali dell'edificio originario, che riproducono appunto due disegni di Depero per Campari.

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Depero è à l'honneur, ma la visita alla Galleria Campari offre un'interessante panoramica sulla sorprendente capacità di comunicazione di questa azienda, che si è avvalsa di artisti eccezionali, di innovazioni all'avanguardia e di intuizioni geniali per far vivere e conoscere il proprio marchio sin dai primi decenni del secolo scorso.

Aperta al pubblico nel 2010, in occasione dei 150 anni di vita dell'azienda, raccoglie un incredibile quantità di materiale di grande valore storico e artistico.

La struttura ospita gli uffici amministrativi della Campari e serve anche come spazio per eventi, realizzabili nella lobby di 1000 mq o nel grande parco all'esterno.

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La Galleria è un vero e proprio museo, la cui visita è un'esperienza sensoriale completa, visto che per compierla ci si avvale di sistemi multimediali, come il video wall con 15 schermi dedicati ai caroselli dagli anni ‘50 agli anni ‘70, i proiettori con i manifesti d’epoca, le immagini dedicate agli artisti, ai calendari e agli spot pubblicitari fino alle recenti "12 storie" emesse quest'anno su youtube in sostituzione del calendario cartaceo. 
Infine un tavolo interattivo con 12 schermi touch screen consente di fruire gran parte del vasto patrimonio artistico dell’azienda.

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Al primo piano della galleria, dopo un'interessante excursus sulla storia della Campari, si possono ammirare tra il resto i manifesti originali della Belle Epoque e le grafiche pubblicitarie dagli anni ‘30 agli anni ‘70 firmate da importanti artisti come Marcello Dudovich, Leonetto Cappiello, Fortunato Depero, Franz Marangolo, Guido Crepax e Ugo Nespolo.

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Al piano superiore l'esposizione continua con oggetti dei decenni successivi, firmati da affermati designer come Matteo Thun, Dodo Arslan, Markus Benesch e Matteo Ragni. 

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L'ultima zona è dedicata alle esposizioni temporanee, in questo caso si trattava di foto storiche del Giro d'Italia di cui la Campari è stata a lungo sponsor.

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Palazzo della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Trovandoci in zona a Milano non potevamo non passare a vedere la nuova sede della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.
Il palazzo, inaugurato il 13 dicembre 2016 e progettato da Herzog & De Meuron, sorge in viale Pasubio, accanto a Porta Volta ed è formato da due edifici adiacenti ma distinti, il più piccolo dei quali occupato dalla Fondazione, il più grande dal quartier generale di Microsoft in Italia. 

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La struttura lunga e stretta, dalle prospettive affilate e la cui modularità delle linee nasconde imprevedibili incidenze e discontinuità, fa dell'edificio quasi una membrana tra la città reale e quella che si sviluppa idealmente oltre le ampie vetrate, dentro gli spazi aperti e attraverso l'estesa area verde.
L'allestimento di quest'ultima per la verità non è ancora terminato, ma si può già indovinare e prevede un grande giardino con viali e piste ciclabili. 

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Al piano terra da una parte la libreria Feltrinelli, dall'altra lo spazio vendita di Microsoft, ma entrambi gli esercizi sono anche e soprattutto luoghi di ritrovo, bar e al tempo stesso soggiorni in cui la cultura e la tecnologia si uniscono all'intrattenimento, allo studio e al gioco.

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La Fondazione Feltrinelli ai piani superiori ospita spazi per concerti e spettacoli, uffici e aule per incontri e seminari. La sala di lettura si trova al quinto e ultimo piano. 

 

 

 

 


Palazzo Lombardia - Dall'Isola a Corso Como

Domenica mattina a Nizza, apro gli occhi e penso che devo ancora preparare la borsa per i prossimi due giorni di trasferta a Milano e dintorni. Una trasferta solo accidentalmente turistica, tanto che non abbiamo ancora deciso bene come passare la giornata che abbiamo davanti e che è più che altro propedeutica al lunedì successivo, con i suoi impegni per lo più lavorativi.

Apro gli occhi e come in genere succede al Marco, che evidentemente negli ultimi tempi manca un po' di ispirazione, ho la mia illuminazione quotidiana: "ma non è la domenica che si può salire al Palazzo della Regione Lombardia?" "ah sì aspetta che controllo, bella idea"

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Eccoci quindi, dopo circa quattro ore, a fare la nostra prima tappa milanese: Palazzo Lombardia e relativo belvedere.

E' solo un caso se abbiamo evitato le incredibili code che si sono create per salire sulla torre nelle ore successive. Un consiglio spassionato è infatti quello di recarsi a fare la visita al 39° piano, che è accessibile al pubblico solo la domenica dalle 10 alle 18, in mattinata o nelle prime ore del pomeriggio perché dopo l'attesa rischia di essere davvero lunga, visto che il numero di persone che sono ammesse nelle sale del belvedere è limitato e strettamente controllato.

L'ascensore che ci porta in pochi secondi a circa 160 metri di altezza è velocissimo (43 km/h ci ha detto l'addetto) e soprattutto in discesa ha conseguenze tangibili su chi ha la pressione un po' bassa come me. 

Ma quando si arriva lassù la vista di cui si può godere è davvero eccezionale.

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Anche se la giornata non è limpidissima sono visibili molti degli edifici più rilevanti della città, compreso il grande catino di San Siro a 5 km di distanza. A dire il vero la vaga foschia che accarezzava gli edifici più lontani e da cui sembravano spuntare la torre Isozaki e il costruendo "Storto" davano quasi un tocco di magia all'immensa città che si estendeva sotto i nostri piedi.

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Palazzo Lombardia è un complesso di edifici 
curvilinei collegati da una piazza di forma ovoidale con una copertura in materiale plastico, che è la piazza coperta più grande d'Europa. È intitolata alle Città di Lombardia e può raggiungere una capienza superiore alle tremila persone. 

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Da qui ci dirigiamo in seguito verso Piazza Gae Aulenti attraversando il quartiere Isola.
Quesa zona deve il suo nome al fatto di essere rimasta isolata, più di un secolo fa, dal resto della città a causa del passaggio della ferrovia. Quartiere un tempo abitato soprattutto da famiglie operaie, conserva ancora una atmosfera da villaggio, che si amalgama oggi in modo piuttosto originale con le costruzioni moderne spuntate tutt'attorno negli ultimi anni.

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Passiamo sotto al celebre Bosco Verticale mentre la Torre Unicredit ci sovrasta all'orizzonte.

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Piazza Gae Aulenti è diventata un nuovo centro città. Devo ancora capire se tutte le volte che ci vengo il cielo è sorprendentemente blu per pura coincidenza o se non siano piuttosto i palazzi a renderlo tale riflettendosi l'un con l'altro nei rispettivi cristalli azzurrati.

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Un nuovo percorso urbano si è aperto con lo sviluppo di questa zona: da qui si passa direttamente a Corso Como e infine a Piazza 25 Aprile dove una sosta a Eataly ci permette di procurarci il necessario per l'aperitivo.

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Aperitivo che avrà luogo non troppo lontano, nell'accogliente alloggio che ci ospita di fronte al Palazzo Diamante, in quello che è oggi chiamato Samsung District.

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Io la trovo sempre più affascinante questa città che dimostra di saper far nascere il nuovo coltivando le sue preziose radici storiche.

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La Basilica di Sant'Ambrogio a Milano

Voluta dallo stesso vescovo Ambrogio che ne promuove la costruzione a partire dal 379, la basilica era destinata ad accogliere la sua tomba, ma il ritrovamento nel 386 nell’area della necropoli delle spoglie di Gervasio e Protasio lo convince a dedicarla ai due Santi: la basilica prende infatti il nome di basilica Martyrum.

Dell’originaria costruzione ambrosiana si conserva solo la pianta a tre navate divise da 13 colonne per lato. La basilica Martyrum aveva probabilmente una sola abside e presentava copertura lignea. Nel IX secolo subì importanti ristrutturazioni, tra cui la costruzione della grande abside decorata da un prezioso mosaico. Anche il ciborio fu decorato in questo periodo, lo stesso cui risale l'Altare di Sant'Ambrogio, capolavoro dell'oreficeria carolingia.

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La struttura attuale risale alla fine dell'anno Mille quando venne ricostruita secondo i canoni dell’architettura romanica per volontà del vescovo Anselmo. La nuova costruzione aveva tre navate e tre absidi, non aveva il transetto e manteneva il quadriportico. I monaci Benedettini, per primi, si occuparono dell’amministrazione della basilica, ma nel 1497 furono sostituiti dai Cistercensi. Nel 1799 fu chiusa in seguito alla dominazione napoleonica e solo con la fine di questa fu riaperta al culto. Danneggiata dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, dovette subire numerosi interventi di restauro.

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La facciata a capanna è caratterizzata da due logge posizionate una sopra l’altra e da archetti pensili. Ai lati della facciata ci sono due campanili risalenti a periodi differenti, quello di destra, che sembra una torre difensiva, si chiama Torre dei Monaci e venne costruito nell’VIII secolo, mentre l’altro, denominato Torre dei Canonici, è del XII secolo.

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Il quadriportico, cioè il cortile porticato su quattro lati antistante la chiesa, serviva un tempo a riunire i catecumeni al cospetto della chiesa, ma prese in seguito quella di radunare le persone per assemblee religiose o civili.

All’interno della basilica si trova il sacello di San Vittore in Ciel d’Oro, una cappella costruita nel IV secolo, prima della basilica stessa e dedicata dal vescovo Materno a San Vittore, famosa per la presenza di un mosaico che raffigura alcuni santi, tra i quali anche Sant’Ambrogio.

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Sotto l'altare si trovano le reliquie dei Santi, visibili da una finestrella nella cripta costruita nella seconda metà del X secolo.

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Complessivamente, la luce non appare diffusa e leggera come nelle chiese paleocristiane ma scarsa
 e fortemente contrastata. Essa non fu accentuata neppure dall'aggiunta del tiburio che si limita ad illuminare il cerchio ad esso sottostante.

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Nella basilica sono conservati a testimonianza della fase paleocristiana dell’edificio pochi ma significativi pezzi di notevole livello artistico.

L’ambone in marmo sorretto da un loggiato di colonnine antiche è riconosciuto come una delle più importanti espressioni del romanico lombardo. Realizzato tra il 1130 e il 1143, la sua complessa decorazione è in gran parte ispirata dai testi scritti da Sant’Ambrogio che trattano il tema del Peccato e della Redenzione

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Al di sotto dell’Ambone romanico si può ammirare un imponente sarcofago in marmo di Carrara degli anni 385-390 decorato con scene del Vecchio e del Nuovo Testamento, noto come “sarcofago di Stilicone”, dal nome del generale Vandalo al comando degli eserciti degli imperatori Teodosio e Onorio.

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Nella piazza, sul lato sinistro rispetto alla basilica è presente una colonna, detta "la colonna del diavolo". Di epoca romana e trasportata qui da altro luogo presenta due fori, che la tradizione vuole siano stati lasciati dalle corna del demonio mentre cercava di trafiggere il Santo. In realtà questa colonna veniva usata per l'incoronazione degli imperatori germanici. 

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Un'altra colonna, all'interno questa volta, ospita invece alla sua sommità il "Serpente di Mosè". È una scultura in bronzo (in passato creduta quella originaria di Mosè) donata dall'imperatore Basilio II nel 1007. Al serpente si indirizzano preghiere per scacciare alcuni tipi di malanni e si dice che la fine del mondo verrà preannunciata dalla sua discesa da questa colonna
.

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Milano Nuova

Porta Nuova. Attraverso la ricomposizione dei tre quartieri Garibaldi, Varesine e Isola, il progetto Porta Nuova, che si estende per oltre 290.000 m2 includendo un percorso pedonale continuo con aree verdi, piazze, ponti e un grande parco, è il volto nuovo di una città che qui sembra davvero proiettata verso il futuro.

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La
 Piazza Gae Aulenti è il centro del nuovo distretto Isola. Progettata dall'architetto argentino Cesar Pelli, sopraelevata rispetto al livello della strada, la piazza è dominata dalla Unicredit Tower che con i suoi 231 metri è il grattacielo più alto d'Italia.

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La piazza Gae Aulenti è arricchita da tre fontane circolari, circondate da una panchina-scultura. Al centro Solar Tree, l’albero fotovoltaico progettato per Artemide da Ross Lovegrove, composto da bolle di led che si illuminano di notte grazie alla luce accumulata durante il giorno dai pannelli fotovoltaici.

Da questa futuristica piazza sono visibili anche le torri Garibaldi, i grattacieli del Bosco Verticale, la torre Solaria, il Palazzo Lombardia e il Grattacielo Pirelli. Un passaggio pedonale collega la piazza con Corso Como.

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Al confine tra la piazza e i giardini di Porta Nuova sorge l'Unicredit Pavilion. E' uno spazio polifunzionale per conferenze, concerti ed esposizioni ed è composto da un nucleo in cemento armato e uno scheletro esterno in legno.

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In questo periodo la piazza ospita un mercatino natalizio, una pista di pattinaggio coperta e l'albero di Natale offerto da Unicredit che riporta gli auguri in tutte le lingue in cui il gruppo bancario è presente. 

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La piazza è arricchita dalla prima opera di arte urbana di Alberto Garutti dedicata a chi, passando, “penserà alle voci e ai suoni della città”: Le voci della città è composta da ventitré tubi in alluminio ossidato ottone che si allungano attraverso il varco che permette il ricircolo dell’aria dai piani del parcheggio a quelli superiori.

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Cap Moderne

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Come può un piccolo lembo di terra piuttosto scosceso tra Cap Martin e Monaco, che scivola dolcemente verso il mare chiuso tra la suddetta penisola, la ferrovia che taglia la montagna su cui sorge Roquebrune e il golfo della plage du Buse, riunire nello spazio di pochi anni alcuni dei nomi più emblematici dell'architettura moderna?

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Certo, Eileen Gray era la compagna di Jean Badovici e Le Corbusier, che amava questa parte del Mediterraneo aveva fatto nel frattempo conoscenza con Thomas Rebutato, ma fu senz'altro anche il caso a metterci lo zampino, visto che Eileen si era indirizzata in un primo tempo verso Saint Tropez per costruire la sua Villa E-1027, che divenne poi un vero manifesto dell'architettura moderna.

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Sullo stesso sito, a distanza di poche decine di metri e pochi livelli di terrazzamenti si trovano oggi, infatti, anche il bar ristorante l'Etoile de mer, allora proprietà di Thomas Rebutato e il Cabanon con le unità di campeggio di Le Corbusier.

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Tra il 1926 e il 1929, Eileen Gray, decoratrice e designer, sperimenta con la Villa che costruisce assieme al compagno Jean Badovici, una nuova architettura.

Il nome di questa residenza per le vacanze nasce dalla fusione dei nomi dei due creatori E per Eileen, 10, come la decima lettera dell'alfabeto (J di Jean) 2, la seconda (B di Badovici) e 7 la settima (G di Gray). 
Vera icona dell'architettura moderna, la villa E-1027 fu la prima creazione architetturale di Eileen Gray e testimonia della sua riflessone attenta nel disegno di ogni singolo dettaglio. Ha valore di manifesto tanto per l'architettura stessa, quanto per l'arredamento, mobile e fisso, i lampadari e le decorazioni.

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La villa è piccola ma ognuno deve poter essere libero e indipendente. 
L'ingresso è anche l'inizio di un percorso che si vuole ordinato e che prevede sensi unici, sensi vietati e indicazioni su dove si trovano gli oggetti.
Importante anche la possibilità di sfruttare lo spazio in modo organizzato, per questo inventa dei mobili molto funzionali di cui cura ogni dettaglio. 
La sua creatività si esprime al meglio laddove dà vita ad oggetti trasformabili, che rivisitano i modelli di costruzione canonica per acquisire più funzionalità.
Tavoli allungabili, cassetti pivotanti, specchi scomponibili, pareti divisorie attrezzate sono solo alcune tra le sue invenzioni più geniali.

Nel salone al piano terra troviamo le riproduzioni delle sue creazioni più celebri, la poltrona "Transat"  e quella "Bibendum", la panca "Roquebrune" in pelle nera e acciaio cromato, il tappeto " Marine d'abord" e molti altri oggetti, le cui copie sono tuttora in vendita presso Aram.
Altri mobili sono integrati, come la testiera del divanetto nel salone o i cassetti rotanti vicino allo specchio "Satellite" della camera degli amici.

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Il giardino a terrazze a sud-ovest diventa un salone esterno protetto dai pini marittimi. La piscina originariamente non c'era e la zona era dedicata a solarium.

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Le pareti della villa furono concepite bianche da Eileen e solo in seguito furono affrescate da Le Corbusier. Egli soggiornò nella villa a più riprese tra il 1938 e il 1939 realizzando le pitture con l'incoraggiamento iniziale di Badovici che solo in seguito all'incrinarsi della loro amicizia minacciò di distruggerle.
Danneggiate durante la guerra furono restaurate dallo stesso Le Corbusier nel 1949 e nel 1963. Quelle che rimangono ora sono satate restaurate dall'Associazione o sono in corso di restauro.
 
Sul terreno confinante con la villa si trova il bar ristorante Etoile de Mer. Con la sua terrazza panoramica sul mare e il suo giardino terrazzato rappresenta bene il modo di vivere mediterraneo.

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E' dapprima un capanno per riporre le canne da pesca quello che Thomas Rebutato costruisce nel 1947 sul terreno vicino alla Villa E-1027. Nel 1949, terminata la sua attività di idraulico lo trasforma in bar-ristorante. Le Corbusier ne divenne uno dei primi clienti e vi realizzò le pitture murali che ornano la facciata e un muro della camera.
 
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Prototipo di un ambiente minimalista, l'Etoile de Mer in origine comprende una stanza principale con cucina, dei WC e una camera. Dalla parte del mare una porta finestra si apre su una terrazza su cui dà anche la finestra della camera.

In seguito Thomas Rebutato ha ingrandito il ristorante e ornato il bancone e i muri con suoi dipinti.
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E' come prolungamento del ristorante che il celebre architetto costruisce nel 1952 il suo celebre Cabanon, il capanno in legno per le vacanze, costruito per la moglie.
Anche se di dimensioni modeste questo capanno è una sorta di modello per le ricerche sul sistema di proporzioni chiamato Modulor. 

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L'originalità del capanno è quella di associare la rusticità alla funzionalità, caratteristica principe per gli architetti del movimento moderno.
Per questo è essenziale la definizione di una cellula abitabile ridotta a uno spazio minimo che possa riunire molteplici funzioni. 
Sotto il tetto a uno spiovente del capanno sono così concentrati in una cellula quadrata di 3,66 m x 3,66 m x 2,26 m di altezza un angolo da lavoro, uno per il riposo, delle toilettes, un lavabo una tavola, degli spazi contenitivi per gli oggetti e un attaccapanni.
La struttura e tutti gli elementi in legno, fabbricati in Corsica dall'impresa Barberis, furono assemblati sul posto come pezzi di un gioco di costruzioni.
All'interno gli elementi dei mobili sono pieni di ingegnosi sistemi per separare gli spazi e le attività e per facilitare la sistemazione degli oggetti.
Le pitture murali che ornano l'entrata e le due persiane pieghevoli, il pavimento di parquet giallo e i pannelli colorati del soffitto contribuiscono all'armonia di un insieme sobriamente allegro.
A fianco del capanno un carrubo, che ne appare indissociabile. Qui sotto Le Corbusier prendeva la doccia, in perfetta osmosi con la natura.

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Da uno scambio epistolare con il costruttore si capisce che l'architetto aveva ipotizzato una costruzione in serie di questo prototipo, in legno o in metallo: Attualmente, ormai riconosciuto come un manifesto dell'architettura moderna, ne esistono due riproduzioni, regolarmente esposte attraverso il mondo.

Nel 1956 come contropartita per il terreno del capanno, Le Corbusier fece costruire per Thomas Rebutato cinque "Unités de camping" concepite come un prototipo di abitazioni per vacanza. L'interno riprende alcuni principi del Capanno: spazio ridotto sfruttato al massimo, colori vivaci e uso del legno.
Costruite su una struttura a palafitta (sotto la quale inizialmente era allestito il terreno per il jeu de boules) rappresentano la realizzazione delle sue ricerche sulle abitazioni modulari per le vacanze, adatte a un turismo balneare di massa.
Ognuna può ospitare due persone in 8 m2

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Il ristorante l’Etoile de Mer chiuse un po' prima della morte di Thomas Rebutato nel 1971.
Nel 2000, per preservare l'integrità del luogo, il figlio Robert fece dono del ristorante e delle Unità di Camping al Conservatoire du littoral, che è ormai proprietario dell'insieme del sito, ribattezzato "Cap Moderne", aperto al pubblico nell'aprile di quest'anno.

Le visite si fanno su prenotazione, dal primo novembre solo nel week end, ma il 13 dicembre è prevista una nuova chiusura al pubblico della Villa, per ulteriori lavori di ristrutturazione.

 

 


 


La Pedrera (Casa Milà)

Eretta tra il 1906 e il 1910 da Antoni Gaudì, la Casa Milà è uno dei monumenti del modernismo catalano e deve il suo soprannome (cava di pietra) al suo aspetto esteriore modellato in pietra calcarea.
All'inizio del XX secolo il Passeig de Gràcia era diventato una delle principali arterie della città e il luogo residenziale privilegiato della borghesia, sede di un fermento costruttivo, nel quale i migliori architetti di Barcellona davano prova della loro creatività, come nell'Illa de la Discordia, dove Gaudì aveva appena costruito la Casa Battlò.

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Fu in questo contesto che Gaudì ricevette la commissione da parte dell'imprenditore Pere Milà i Camps, che aveva sposato una ricca vedova ereditiera. Il progetto prevedeva la costruzione di un edificio di grandi dimensioni, che comprendesse la casa di famiglia, ma anche appartamenti da affittare, mentre la parte esterna sarebbe stata riservata a locali commerciali.

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L'insieme forma un'opera tipica di Gaudì, che mescola linee rette e curve, con forme organiche che evocano la natura; il culmine piastrellato della facciata fa pensare a delle cime innevate, i balconi imitano delle piante rampicanti e sulla terrazza camini ricoperti da mosaici in ceramica ricordano teste di guerrieri protette da elmi.
Vi è anche un forte simbolismo religioso: il cornicione è decorato con boccioli di rosa scolpiti con le parole dell'Ave Maria in latino.

La visita alla Pedrera comincia dalla terrazza. Questo spazio non ha paragoni con nessuna architettura del periodo. La forma ondulata si rifà a quella della facciata e vi sono installate le uscite delle scale, i camini e le torri di ventilazione che creano un vero parco di sculture a cielo aperto.
Sul tetto vi sono trenta camini, due torri di ventilazione e sei uscite di scala dalle forme più varie. Quelle che danno sulla strada sono ricoperte di frammenti di ceramica e presentano un'ondulazione elicoidale, mentre le altre hanno la forma a campana.

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Poi si passa alla visita delle stanze che ospitavano le soffitte con i locali di servizio; qui ora è allestito lo Spazio Gaudì, un'esposizione dedicata alla vita e ai progetti dell'architetto catalano. Percorrendo questo spazio, coperto da una struttura di 270 archi catenari -che non necessita di strutture portanti e costituisce un unico corridoio aperto- si ha la sensazione di essere all'interno delle viscere di un serpente di cui si distingue chiaramente la spina dorsale e il costato.

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Scendendo ancora, al quarto piano, è possibile visitare la ricostruzione di un appartamento nell'aspetto e con l'arredamento che aveva all'epoca della costruzione del palazzo. Mobili, suppellettili e servizi sono quelli di cui poteva disporre una famiglia borghese dell'inizio del '900.

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Gli appartamenti furono disegnati da Gaudì in modo da adattarsi facilmente ai bisogni degli inquilini: in assenza di muri portanti gli spazi potevano essere ricreati seguendo le necessità e i gusti del locatario.
La decorazione dell'appartamento dei Milà, oggi destinato alle esposizioni, era una delle più lussuose dell'edificio.


La Sagrada Familia

La prima volta che ero stata a Barcellona ci avevo rinunciato. Era stata una visita lampo e la prospettiva di attesa per entrare alla Sagrada Familia avrebbe implicato la rinuncia a vedere qualunque altra parte della città. Questa volta invece, pur avendo a disposizione poco più di un week end ero decisa: fila o non fila la si visita. 
E così è stato. Fila, ovviamente; più di un'ora. Ma quando varchi il portale della Facciata della Passione quello che ti trovi di fronte ti lascia davvero senza parole. "Wow" è stato l'unico suono che mi è uscito a più riprese.
Iniziata nel 1882 l'opera della vita di Antoni Gaudi potrebbe essere completata, nella migliore delle ipotesi, per il 2026 ma in realtà il procedere dei lavori è discontinuo e dipende in larga parte dall'afflusso delle donazioni.

La nostra attesa per l'ingresso alla cattedrale comincia proprio dalla facciata principale, quella della Natività, sul lato opposto rispetto all'ingresso al pubblico.

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mentre procediamo a passo di lumaca attorno al cantiere lo sguardo sale alle gru e alle impalcature, che, è innegabile, hanno qui un fascino tutto particolare. Si tratta della maggior opera in costruzione degli ultimi secoli, un progetto grandioso e coraggioso, un simbolo potente nel quale il creatore ha voluto identificarsi.
Il creatore del progetto, intendo, ma forse anche quello dell'universo, chissà.

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L'ingresso  per i visitatori si fa dalla facciata secondaria, quella della Passione

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I campanili sono dedicati ai 12 apostoli. Quello della Passione è visitabile: si sale con l'ascensore e si scende a piedi dalle scale interne. Da lassù si può godere di una vista splendida sulla città, nonché sui particolari della chiesa in costruzione.

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La chiesa è una basilica e ha cinque navate, quella centrale è alta 45 metri e lunga 29. 
Gli elementi architettonici privilegiati da Gaudì sono quelli ispitrati alle forme che si trovano in natura e se la facciata principale è chiaramente ispirata alle concrezioni rocciose, all'interno è una vera e propria foresta che prende vita grazie alla luce che entra dalle vetrate colorate e anima di vibrazioni e sussurri le fronde dei rami, le foglie e i frutti della vegetazione rappresentata dalle multiformi colonne.

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Ogni dettaglio è ricco di simbolismi, le vetrate richiamano Santi, santuari e parabole di Gesù.

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Negli ultimi quindici anni della sua vita Antoni Gaudí ha continuato a progettare le differenti parti che avrebbero dovuto costituire la chiesa nel suo futuro. Lo ha fatto sempre privilegiando forme curve come l'iperbole e la parabola; e anche elicoidali, conoidi e ellissoidi. Un'attenzione particolare è sempre data all'illumiazione e all'acustica. La Sagrada Familia è un'esperienza plurisensoriale.

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