RACCONTO IN 5 EPISODI PROVVISORIAMENTE SENZA TITOLO COME LA SCULTURA CHE VERRÀ (5ª e ultima puntata)

5. Epilogo

 

Le tracce restano scolpite nella carne anche se si cancellano da tutto il resto.
La via d’uscita non c’è sempre, ma se non hai mai smesso di cercare la tua, alla fine la trovi comunque.
Se la trovi tutto trova il suo senso. Nel senso di significato non di direzione.
Perché non c’è percorso, è già tutto lì e i puntini sono per sempre uno sopra l’altro.

 

Ci sono voluti giorni per dare un nome a tutte le vittime, di alcune delle quali era rimasta solo qualche traccia. Ce ne vogliono ancora un po' per trovare quello di questa scultura che Alberto presto completerà.

 

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RACCONTO IN 5 EPISODI PROVVISORIAMENTE SENZA TITOLO COME LA SCULTURA CHE VERRÀ (4ª puntata)

4. Exit

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C’è un pensiero che mi accompagna sin da bambina ed è la certezza che esista sempre una via di uscita.
Ero una ragazzina delle scuole medie quando per la prima volta -non ricordo di fronte a quale difficoltà, ma dovevo viverla come insormontabile- mi sono detta che non importava quanto grave fosse il problema, quanto forte il dolore, perché tanto un’uscita di sicurezza ci sarebbe sempre stata.
In realtà non ne sono più così sicura, in effetti a volte non c’è. Oppure semplicemente non la vedi.
C’è che non sempre l’uscita di sicurezza è segnalata con luci verdi ben visibili, a volte è nascosta dietro un’intuizione, un ricordo, una presenza lontana, un pensiero che guida il tuo passo.
Un passo, uno qualunque, può essere quello che ti salva.
La mano che non avevi mai smesso di cercare può essere quella che ti mette al sicuro.

Molti quella sera non si sono salvati. Molte di quelle ombre sono diventate carne viva le cui tracce sono affiorate a lungo dall’asfalto rossiccio. Il sole battente su quella pavimentazione porosa ha continuato per giorni a liquefarle in tante minuscole gocce rosse che ridisegnavano quotidianamente, nelle ore più calde, la forma di parte di quello che qualche giorno prima era ancora un corpo o le impronte degli pneumatici che gli erano passati sopra.
Vapori volatili che volevano solo svanire, ma che sono rimasti lì ancora un po’, ad aspettare inutilmente di fissarsi da qualche parte.

RACCONTO IN 5 EPISODI PROVVISORIAMENTE SENZA TITOLO COME LA SCULTURA CHE VERRÀ (3ª puntata)

3. Samskara

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I fatti in genere lasciano tracce.
Samskara nella filosofia indù sono le impressioni del mondo esterno sull’io, quelle che forgiano giorno dopo giorno, vita dopo vita la personalità di un essere umano.
Possono essere paragonate a delle incisioni leggere che la natura pratica passando attraverso di noi e scolpendo così la nostra essenza in modo sempre più preciso.
E quando lo scalpello passa sempre nello stesso punto scava a fondo anche se è lieve.
Incisioni leggere.
Ci sono fatti di cui persiste solo l’odore e che si può indovinare essere stati sgradevoli solo perché quella traccia lo è.
Ci sono fatti di cui non resta che l’eco e diventa quindi impossibile individuarne la vera sorgente sonora.
 
 
C’era musica quella sera per strada. La musica nasce dalle oscillazioni, ha origine nei solchi e ne lascia per sua natura, le ombre invece no, anche se sono fitte.
C’erano dei lampi di luce quella sera in cielo e di essi è rimasta per qualche istante l’impressione sulla retina di quelle che sembravano solo ombre spesse ammassate a guardare.
Di colpo il silenzio. È incredibile come il vento forte e freddissimo riesca a portare lontano i rumori.
Non ricordo le grida, vedo solo le bocche spalancate, non ho sentito gli spari, riconosco solo del fumo bianco sopra il mio capo.
Vibrazioni, moto ondoso, fluire di stormi neri che rotolano sui sassi bianchi della spiaggia. Nel ricordo tutto è accaduto in silenzio. I
l rumore è tormato solo nei miei passi che finalmente trovavano la via di casa.

 
(continua)

RACCONTO IN 5 EPISODI PROVVISORIAMENTE SENZA TITOLO COME LA SCULTURA CHE VERRÀ (2ª puntata)

2. Memorie

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Tracce.
È incredibile quanto i ricordi possano essere ingannevoli. A volte a fissarsi nella memoria sono solo sogni, premonizioni o ricordi altrui, altre volte invece sono i nostri stessi ricordi a scomparire, volontariamente o accidentalmente cancellati.
Il vero confonde allora i suoi tratti, apparentemente così definiti, nel magma del verosimile.
Il fatto è che non c’è niente di più volatile di una traccia, anche quelle che ci sembrano indelebili alla fine svaniscono.
Fotografie, parole scritte, byte archiviati nei dischi, lettere nascoste nei libri: con l’intento di fermare il tempo ho sempre cercato di conservarne il più possibile di tracce. Solo per accorgermi però che, lungi dall’essere prove certe, esse restano -quando restano- sempre solo indizi, segni interpretabili di ciò che è stato fatto.

Quella sera era buio più del solito, questo è un fatto.
Quella sera le persone si confondevano con le loro ombre fitte e dense, anche questo è un fatto.
E c’era un vento freddo fortissimo. Questo è un fatto molto strano per una sera di mezza estate sulla passeggiata del lungomare di Nizza.
Quella sera alla fine sono uscita di casa anch’io, assieme a tutti gli altri.
 
(continua)
 

RACCONTO IN 5 EPISODI PROVVISORIAMENTE SENZA TITOLO COME LA SCULTURA CHE VERRÀ

1. Puntini

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Ero convinta di aver fatto un percorso che avesse un senso. Nel senso di direzione, non di significato.

L’illusione del tempo genera per sua natura questo inganno: si crede di aver camminato passo dopo passo disegnando una linea che inizia da A e arriva a B e poi a C, a D e via dicendo, finché non si muore.
E in genere si è anche bravi a spiegarsi il come, il perché e il quando si sia fatta una scelta di fronte ad un immaginario bivio, prendendo un cammino al posto di un altro. Come se queste diverse strade esistessero davvero in quanto possibilità, come se esistessero tanti ipotetici cammini tracciati e tracciabili.
Niente di più falso.
Le tracce le riconosciamo solo dopo che sono state lasciate. Sull’asfalto, nella melma, nella materia molle dei nostri ricordi, nel liquido interstiziale delle nostre cellule come tossine da eliminare e nell’aria stessa che respiriamo in quanto scie di odori che si percepiscono a volte senza che ce ne rendiamo nemmeno conto.
Tracce. Le tracce esistono solo dopo che tutto è successo.
Ero convinta che mettere in fila gli istanti passati potesse servire a capire cosa sarebbe accaduto dopo. L’idea di disegnare un percorso crea l’illusione che questo possa continuare, forse all’infinito.
O che comunque ci sia un progetto ultimo che metta insieme tutti i puntini costruendo poi un’opera compiuta, magari anche bella.

Niente di più falso.
Il dopo a un certo punto non c’è più. Un passo, uno qualunque, può essere l’ultimo.

Quella sera di casa io non volevo proprio uscire. 

(continua)


La Chiesa di Santa Maria presso San Satiro a Milano

C'è un gioiello a Milano poco lontano da piazza Duomo.
Avevo una vaga memoria dell'esistenza di questo bizzarro esempio di trompe l'oeil architettonico, ma ci è voluto l'aiuto di un amico che ha guidato i miei passi attraverso i suoi ricordi per riscoprirlo e visitarlo dal vero qualche settimana fa.
 Lui è uno che si entusiasma nel farsi sorprendere almeno quanto ama sorprendere gli altri, per questo credo mi abbia condotto qui.


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La Chiesa di Santa Maria presso San Satiro si trova lungo via Torino in uno slargo che si apre sul lato destro salendo, appena prima di piazza Duomo. L'edificio non si nota quasi passando, con quella facciata grigia un po' anonima stretta tra i palazzi circostanti e una volta entrati ci si stupisce un po' dell'ampiezza dello spazio occupato dalle tre navate e dalla pianta a croce di questa chiesa.


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Ma questa ampiezza si scopre presto essere generata in parte da un inganno. Un perfetto inganno prospettico opera del Bramante.

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Quando la Chiesa fu costruita, alla fine del '400, il progetto iniziale dovette scontrarsi con uno spazio disponibile più ridotto del previsto. Da lì l'idea di creare un abside "fasullo", un coro che simula in uno spazio di soli 97 cm una lunghezza dieci volte superiore.

L'illusione è perfetta, solo avvicinandosi e osservando lateralmente lo spazio dietro all'altare ci si accorge dello stratagemma pittorico: le colonne e le decorazioni a cassettoni imitano la prospettiva che si avrebbe se davvero esistesse quello spazio dietro all'altare.

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È una cosa geniale, oltre che sorprendente per la sua realizzazione. 
È geniale soprattutto perché rappresenta una sfida, è la risposta ad un limite, a quello che in teoria poteva essere un problema insormontabile. E invece.
E invece Bramante ha saputo usare un vincolo, una limitazione per creare bellezza dal nulla, nel senso che nasce proprio dall'assenza di spazio, da quello che non c'è. 

Ci sono tanti altri aspetti notevoli nel capolavoro rinascimentale rappresentato da questo edificio: c'è il sacello di San Satiro -che era il primo nucleo preesistente la costruzione della Chiesa poi dedicata alla Madonna- e la Sagrestia, per esempio, anch'essa opera del Bramante. Ci sono le opere scultoree, gli affreschi, i dipinti ma il vero capolavoro presente in questa superba realizzazione rinascimentale non è quello che c'è, ma quello che non c'è e fa finta di esserci.

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Galleria {MDC} Massimo De Carlo

Dureranno fino al prossimo 13 luglio le esposizioni in corso nella storica sede della Galleria Massimo de Carlo di via Ventura a Lambrate. Sono tra l'atro tra le ultime ad avere luogo nell'ex fabbrica della Faema che dal 1987  ha visto passare artisti del calibro di Alighiero Boetti, Rudolf Stingel, Maurizio Cattelan e Yan Pei Ming. Dal prossimo autunno la sede principale della Galleria si trasferirà infatti a Milano in un palazzo degli anni '30.
Le mostre correnti vedono protagonisti due artisti: Betrand Lavier e Karin Gulbran.

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Bertrand Lavier presenta Hier, Oggi, una retrospettiva di opere selezionate che vanno dagli anni '80 ad oggi. Nella prima sala l'accento è posto sull'esplorazione del colore. È soprattutto il rosso che cerca di definire se stesso, da un lato mirando all'astrazione dal suo lato materico, attraverso la sua riproduzione fotografica, dall'altro alla coincidenza assoluta con la materia stessa, nella scultura cubica che altro non è che una massa formata dalla pasta stessa che le dà il colore, probabilmente ancora molle al suo interno.

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Una serie di opere degli anni '80, '90 e 2000 -Formica Red (1983), Timex (1987), Charles Eames Chair (2002) e SMEG (2002)- sfidano il concetto del Ready Made: gli oggetti trasformati attraverso il gesto pittorico ci interpellano sull'ibridazione a vari livelli: quello del mezzo attraverso cui l'artista si esprime e quello dei soggetti, che a volte cercano di innestarsi l'uno nell'altro, in altri casi, pur accostati, restano isolati e fluttuanti.

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Nella seconda sala sono esposti tre dei suoi dipinti a specchio. Tre cornici, rappresentanti in modo emblematico e ironico l'età antica, quella moderna e quella contemporanea, racchiudono degli specchi dipinti con una pittura spessa che lascia solo indovinare la sagoma del riflesso di chi osserva. Il fulcro della ricerca che è alla base di questi lavori è il tempo, stigmatizzato dalle epoche storiche cui fanno riferimento le diverse cornici e nel quale l'artista immerge il fruitore dell'opera rendendolo fluttuante, indefinito e sfuggente come l'istante che non si riesce a cogliere.

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La seconda artista è Karin Gulbran, che qui presenta Weird Sisters, una serie di sculture e oggetti in ceramica che danno vita a un universo popolato da creature fantastiche. L'artista evoca con esse un mondo mitologico che è sintetizzato dal Budding Branch with White Flower, un vaso di piccole dimensioni su ogni lato del quale compare un ramo nelle diverse fasi della fioritura circondato da un paesaggio disabitato. 

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AniManiMism - Michael Fliri

L’esposizione di Michael Fliri alla Galleria Raffaella Cortese di Milano ha come filo conduttore la maschera.
Scultura, installazione, video, performance, fotografia, qualunque sia il mezzo scelto dall'artista, in questi lavori si tratta sempre di penetrare quella terra di nessuno che è l'involucro che ci separa dal resto del mondo.

Where do I end and the world begins  è il titolo della parte di esposizione che riguarda una serie di maschere in polvere di ceramica che sono per l'appunto la materializzazione del nostro confine, di quell’intercapedine sottilissima che ci separa da tutto ciò che è altro da noi. 
Le sculture sono tutte il risultato di un doppio calco (concavo e convesso) di maschere etniche (più una tra quelle in negativo che è il ritratto dell'artista) provenienti dal Mask Museum di Diedorf in Germania.
Il confine tra sé e il mondo si concretizza qui nello spessore di materia che separa la maschera convessa che mostra la parte esterna di noi al mondo e quella concava che aderisce alla nostro io interno, quello che è diverso per definizione, che nessuno vede ma che ci definisce a noi stessi. 

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My Private Fog
 è una serie di fotografie che prosegue questo tema volto-maschera. L'artista dopo aver modellato del materiale plastico trasparente sulla forma di sassi e concrezioni rocciose che ricordano gli scenari ghiacciati delle montagne della regione di cui è originario (l'Alto Adige), ritrae se stesso nell'atto di coprirsi il volto con questa sorta di membrana. La nebbia è quella del suo stesso respiro, che è la materia in questo caso volatile che si frappone tra l'individuo e il mondo.

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Le sculture della serie Gloves richiamano anch'esse la maschera, nelle forme fatte prendere dalle mani per coprire il viso, un po' come nei giochi dei bambini che nella maschera cercano la metamorfosi del sé, il cambiamento, la crescita. 
 
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E la metamorfosi è protagonista anche della video installazione a quattro canali AniManiMism. Il titolo, che dà il nome anche alla mostra, gioca con le parole che fanno riferimento da un lato all'animazione e al mimetismo dall'altro alle mani, all'anima e al sé. Nei quattro video proiettati contemporaneamente, ciascuno con una colonna sonora che si intreccia in modo molto evocativo con le altre, la mano dell'artista fa danzare una maschera in materiale trasparente in modo da creare un gioco d'ombre e di forme di notevole forza evocativa.

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La mostra è visitabile presso la Galleria Raffaella Cortese in via Stradella 1-4 a Milano fino al 28 luglio (martedì – sabato h. 10:00 – 13:00 / 15:00 – 19:30 e su appuntamento).


Gianluigi Colin - Sudari

All'esposizione di Gianluigi Colin presso la Triennale di Milano, terminata il 10 giugno scorso, abbiamo avuto il privilegio di essere stati introdotti dall'artista medesimo, che ci ha presentato personalmente il suo lavoro.

Siamo entrati "vergini" nella sala che ospitava l'esposizione Sudari, volutamente impreparati rispetto a quello che avremmo visto. E l'artista ci ha chiesto dapprima di girare per la stanza, di guardare, toccare, osservare da vicino le grandi tele colorate che vi erano esposte.
Sedici quadri più un dittico di dimensioni inferiori. Si tratta all'apparenza di grandi composizioni di pittura astratta dai colori accesi su sfondo per lo più azzurro.
"Cosa vi sembrano?"
Ricordo di aver risposto "impronte", ma non so se più per la suggestione data dal titolo della mostra o dall'effettivo ripetersi quasi meccanico delle tracce di colore su quelle superfici.
"Perché questi quadri non li ho fatti io".

Queste opere straordinarie rappresentano in effetti la massima espressione dell'arte concettuale in quanto, pur avendo in tutto e per tutto l'aspetto di quadri sono in realtà oggetti che l'artista decontestualizza e rielabora sfruttandone il lato estetico e significante in modo profondo e poetico.

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Colin, giornalista e art director del Corriere della Sera, ha infatti raccolto e selezionato porzioni di rotoli di tessuto assorbente, utilizzate per pulire le rotative dopo che il quotidiano è andato in stampa.
Quello che resta impresso sulla tela è dunque non solo una traccia, ma soprattutto uno scarto. È quello che rimane della notizia, è il rifiuto che si sedimenta sulla tela come nella nostra memoria, dopo che il presente della cronaca svanisce e viene dimenticato.


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In quei segni meccanici, in quel linguaggio cifrato che non importa affatto di decrittare perché si svincola esteticamente dagli eventi che i vari articoli riportavano in origine, c'è la persistenza della nostra memoria, quella a breve termine, quella che si appropria dei fatti per conservarne alla fine, in fondo alla coscienza, solo delle macchie colorate.
Tutto ciò che avviene in un giorno, tutte le passioni, i drammi e le speranze scorre via lasciando, come dice Bruno Corà, curatore della mostra, solo "l'eco visiva del dissolvimento di ogni residuo di comunicazione"


Holes in the Historical Record - William E. Jones

La mostra Holes in the Historical Record di William E. Jones è visitabile fino al 28 luglio al numero 7 di via Stradella a Milano, uno dei punti espositivi della Galleria Raffaella Cortese.

Servendosi di documenti della Library of Congress di Washington relativi ad uno studio fatto per documentare la recessione agricola avvenuta in America tra il 1935 e il 1944, l'artista seleziona volutamente gli scatti scartati e censurati, quelli che per motivi a noi ignoti non rispondevano ai criteri richiesti. Le fotografie ritenute inadeguate venivano denominate "killed" e forate in modo da non poter essere più utilizzate.
Quello che Jones qui realizza è dunque soprattutto un atto di rinascita. Lungi dall'essere state davvero uccise queste fotografie non solo riportano in vita la realtà agricola americana di quegli anni, ma ambiscono a far rinascere ciò che era stato dato per spacciato. E lo fanno attraverso un buco nero dal quale la luce che ha un tempo impressionato la pellicola tenta ora, contro ogni legge della fisica, nuovamente di uscire.

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Jones si serve di queste immagini in modo interlocutorio. Uniformando la posizione e la grandezza del foro egli fa di quest'ultimo una costante che si installa sull'immagine come un punto interrogativo.
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icostruire a questo punto non è più necessario, la risposta non risiede nell'immagine completa ma proprio in quel buco, nell'assenza che diventa presenza ricorrente.

Nel video che completa l'installazione esso è il punto da cui nascono e muoiono una ad una le immagini reiette: create dal vuoto ne vengono successivamente riassorbite in una sequenza ipnotica che in qualche modo documenta il lato ignoto della storia.

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I dittici e i trittici indagano, nella ricorrenza della parte mancante, temi dai risvolti poeticamente significativi.


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Per saperne di più sull'artista: williamejones.com