Roots

Arco. 
E' qui che ho le mie radici.

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Qui sono nata sopravvivendo la prima volta a un parto molto difficile, assieme alla mia sorella gemella, il mio affetto per la quale è inversamente proporzionale alla quantità di cose in cui siamo simili.
La visione del mondo, le attitudini, le abitudini e le scelte di vita, il condimento per l'insalata e la spalla utilizzata per la borsa, tutto in noi è all'opposto, p
ersino il verso in cui siamo solite esporre il rotolo della carta igienica (il mio è quello giusto Fabrizio, ça va sans dire). Ci uniscono i gatti, è per quello che a volte litighiamo.
Ogni tanto penso ai racconti, che così spesso ho sentito ripetere, relativi a quei momenti in cui nessuno avrebbe scommesso sulla nostra salvezza. Ci avevano date per spacciate ancor prima di nascere. 
E invece abbiamo attecchito.


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Qui ho le mie radici, che sono per metà acquatiche e affondano nel porto di Torbole. E' lì su quel porto e su quelle spiagge che vorrei prima o poi tornare. I cerchi andrebbero sempre chiusi, almeno in un mondo geometricamente ideale, in cui tutte le rette sono ortogonali e le circonferenze perfette.

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Qui ho le mie radici, immerse nel verde e nel blu

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Qui, in questa casa gialla.

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E' qui che ho i miei primi ricordi d'infanzia.
Non sono tutti belli, perché in fondo le cose negative sono sempre un po' più forti e tendono a fissarsi in modo più profondo nella memoria, soprattutto in quella bambina. Fortunatamente poi il tempo smussa tutto.


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Tanti però sono positivi e profumano di abeti decorati per Natale nella piccola sala da pranzo, si muovono curiosi come gli animali comprati un po' per amore e un po' per capriccio alla fiera di S.Anna e hanno le fantasie dei vestiti per le bambole, l'agilità dei pattini a rotelle, la cadenza un po' sincopata delle note battute sullo xilofono e sulla pianola, la luce polverosa dell'abbaino in soffitta e la leggerezza delle danze inventate per gioco sulle sonate di Mozart. 
Non ci sono più tornata in quella casa e non ne ho praticamente alcuna foto.

Ma è qui che ho realizzato in assoluto il mio primo scatto che emblematicamente ritrae il mio Gatto, il Pucci. La prima foto deve sempre essere quella del Gatto.

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La seconda che ho fatto invece è questa. 

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Sono alcuni dei miei compagni di terza media e l'ho scattata il giorno del mio quattordicesimo compleanno, pochi mesi prima che ci dicessimo addio, ognuno preso dai suoi progetti e dalle proprie aspirazioni.
Non ne ho altre di quegli anni, ma non è un caso che lì in mezzo ci sia Alberto, il mio compagno di banco.
Lui, senza più avere memoria di quel momento che molti decenni dopo si sarebbe rivelato speciale, ha frequentato poi per anni quella casa.
Lui ora è un artista e il dono che mi ha fatto assieme a Matteo ha per me un valore inestimabile.

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Varco.
E' qui che ho le mie radici.

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In fondo alla tromba di quelle scale ci sono sette semi.
Hanno attecchito.

 


Henjam - Le opere pittoriche (1994-2017)

Metà acronimo, metà slang inglese. Anche nel nome che hanno scelto questi due artisti non smentiscono la loro anima versatile e predisposta alla collazione di molteplici estetiche e differenti tecniche.
Henjam, Hic Et Nunc Jam, questo significa questa parola dal suono così esotico: una marmellata immanente, una poltiglia semantica che ha senso solo nell'attimo e nel luogo in cui si manifesta. 

Henjam sono due artisti dalle caratteristiche differenti ma capaci di stimolarsi a vicenda per creare opere dalla bellezza e dalla grandiosità stupefacente, spesso di grande impatto emotivo e sempre fortemente significative. Questa fusione di individualità e di intenti fa di loro una realtà davvero singolare, rara nel campo dell'arte, dove tanta importanza ha in genere l'accento posto sul personalismo di colui che appone la propria firma all'opera. 
Henjam è individuo e assieme gruppo, realtà che si vuole aperta a tutto ciò che riesce in qualche modo a farne parte. 

Qui  trovate il loro sito, la loro storia e loro opere. La collaborazione tra Alberto Festi e Matteo Tonelli inizia nel 1994 e tocca varie modalità espressive, spaziando dalla scultura alla pittura, dagli interventi in spazi pubblici e privati alla rielaborazione plastica di forme note che acquistano sotto il loro sguardo e le loro mani un senso tutto nuovo.
Nella sezione Gallery del loro sito si possono trovare tutte quelle che sono uscite dalla loro vena creativa incredibilmente ricca. 
Parte delle loro prime opere ruota attorno allo studio dell'oggetto come feticcio, ma già la loro prima collaborazione segna le linee guida che negli anni a venire contraddistingueranno le grandi opere pittoriche, quelle su juta.

All'origine c'è la Madre (1994), Questa grande tela di 270 x 270 cm inaugura la collaborazione tra i due artisti, che qui si firmano ancora come ®distribuzione. La ripetizione è il motivo alla base di quest’opera che è composta da 24 dipinti cuciti su una base di juta, diversi per tecnica e realizzazione, ma raffiguranti tutti lo stesso soggetto. Si tratta di un arnese di uso comune nel lavoro agricolo, dalla forma semplice e stilizzabile, costruito con un materiale primitivo, non lavorato; sono infatti dei semplici rami di legno incrociati a formare una sorta di maniglia da impugnare con uno scopo ben preciso.
“Mangheneti” in dialetto trentino, piccoli “mangani” che hanno la significativa forma della croce a stigmatizzare sin dall’inizio uno dei temi che diventerà tra più ricorrenti e semanticamente pregnanti nell’opera di Henjam: il feticcio per eccellenza della spiritualità che si fa tangibile.

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Emblematica, oltre che la forma, è anche la funzione di questo attrezzo che serve a tendere i fili di ferro nei filari delle vigne, ma anche i fili spinati che fungono da recinzione nei campi coltivati in campagna. E la tensione sembra davvero correre in quest’opera da un riquadro all’altro, nel ripetersi di questa forma eloquente che mima al tempo stesso quella della negazione, del rifiuto, del divieto d’accesso e quella della moltiplicazione.

Moltiplicazione per 24, perché tanti sono i tasselli di questo puzzle che non è affatto necessario ricostruire, dato che ogni dipinto costituisce un’opera a sé, e che diventa corale solo nel momento in cui la juta si fa trama fisica e narrativa fungendo da collante alla serie di immagini.

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Henjam torna alla pittura nel 2003 con le grandi opere su juta. La juta rappresenta un ritorno alle origini sia per il richiamo alla Madre, sia per la qualità stessa della materia, non raffinata e per certi versi primordiale come il suo colore che riporta a quello della nuda terra.
L’origine appare anche nei temi che vi sono sviluppati: minimali, privi di qualunque sovrastruttura significante, essi rappresentano lo sguardo di Henjam che si posa su un mondo ancora incontaminato da qualsiasi giudizio, un mondo in cui costruzioni ancora vergini dispiegano il loro vuoto che è quasi un’attesa.
Si tratta di grandi opere (dai 250 ai 200 cm x 140 cm) dal cromatismo essenziale in cui grandi campiture di toni neutri vanno a creare elementi architettonici dalle linee quasi irreali nella loro immaterialità. Poche sono le ombre in questi interni immaginari, praticamente assenti le linee curve, là dove una luce meridiana tutto disegna seguendo la retta dei suoi raggi.

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E’ il passaggio il tema essenziale che affiora nitido dalle opere di questa serie, un passaggio che però si manifesta sempre nel suo non realizzarsi: finestre di cui si intravede appena l’apertura, scale sospese tra piani che restano oltre il nostro campo visivo, porte che portano ad altre porte in una mise en abîme significativamente ricorsiva e soprattutto quella recinzione che anziché chiudere il passaggio si apre su un vuoto denso come la trama della juta su cui è disegnato, un vuoto circondato dalla preziosità dell’oro che ne resta inesorabilmente al di fuori.

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Le opere della serie Limes segnano il ritorno alla pittura di Henjam nel 2017. E’ ancora la juta che torna a fare da schermo tutt’altro che neutro a delle visioni che si definiscono appunto “immagini di confine”.
I soggetti  di queste opere non possono prescindere dal supporto utilizzato, materia grezza, fortemente corporea su cui il colore si stende leggerissimo, spirituale e quasi immateriale.
Il Confine qui è concepito più come linea da attraversare che come separazione e divisione tra due mondi distinti. Quelli rappresentati non sono infatti dei limiti che definiscono ma delle frontiere che lasciano passare e fanno conversare tra loro mondi apparentemente inconciliabili.
Se si dovesse trovare una patria elettiva per queste opere visionarie essa sarebbe senz’altro Despina, la città che Calvino disegnò al confine tra due deserti e che appare sotto forma di cammello a chi viene dal mare e come nave a chi viene dal deserto.
Come a Despina anche nelle opere di questa serie ciò che affiora è il desiderio. Desiderio soprattutto di completezza, di fusione dell’inconciliabile, di unione di corpo e di spirito.
La simbologia è evidente in Limes Opera Iª dove una cattedrale monocroma ed eterea fa da sfondo e si intreccia con un campo da gioco, in cui in palio non vi è nulla di spirituale.

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La carnalità esce più prepotente ancora in Limes Opera IIIª dove delle carni da macello espongono la loro cruda corporeità attraverso una rete da cantiere. Questa membrana si abbassa ma lo spettatore ne resta al di fuori, vicino abbastanza per avvertirne gli effluvi sanguigni, ma estraneo ad essi.

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Il cantiere, simbolo dell’azione tanto cara a Henjam, torna anche in Limes Opera IVª, dove la struttura di un edificio industriale in costruzione si erge in forma di cimitero costellato di croci, di fronte e quasi in affronto alla vita che lì accanto sembra osservare senza ancora poterlo davvero fare.

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La spiritualità nella sua forma materiale dell’effigie religiosa riappare infine nella "Madonna del Gelato” (Limes Opera IIª ) in cui il confine tra l’evanescenza di ciò che si vuole ultraterreno si scontra fin quasi a fondersi con uno dei simboli più intensi del godimento sensoriale: il dolce zuccherino di un gelato, la freschezza che svanisce sciogliendosi sul palato.

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 Gli ultimi due dipinti in ordine temporale di Henjam costituiscono due opere a sé.

Oceano: qui la scelta del supporto si fa estrema. Henjam interpreta la massima espressione della bellezza naturale su un rifiuto artificiale. L’idea è quella di rappresentare il mare su un supporto  che spesso ne è contenuto.
Il fatto che si tratti di una tela cerata che in genere è utilizzata per il trasporto su strada sfiora solo accidentalmente temi ambientalistici. Non c’è giudizio, Henjam registra, rielabora e crea.
Quello che esce letteralmente da questa superficie difficile e al tempo stesso fortemente significativa è una massa in movimento, un volume tridimensionale che prende forma e vita quanto più ce ne si allontana per mettere a fuoco l’opera nel suo insieme. La trama della base allora perde la sua ruvidità filettata per rivelare quasi involontariamente la sua trasparenza di fondo, esattamente come fa l’acqua che cercando di riflettere il cielo non può fare a meno di lasciar misurare la sua profondità.

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Varco
:
Ancora juta per quest'opera che arriva quasi all'iperrealismo nella raffigurazione di una tromba delle scale vista dall'alto. Il soggetto, realizzato con l'intenzione specifica di immortalare un ricordo altrui, si vuole infatti più vero e più perfetto della stessa realtà, quasi a riprodurre quello che non può esistere che fuori dal tempo.
E' la finzione di una finzione, un quadro al quadrato, un ricordo ricordato.
E' un'apertura su una quarta dimensione, la presenza immanente di qualcosa che non c'è.

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Paddle Yoga à Agay

Il format intrapreso dalla nostra cara Delphine, vale a dire lo yoga declinato in versione Stand Up Paddle, sta prendendo sempre più piede e se lo si è provato almeno almeno una volta si capisce facilmente il perché.
Si tratta di un'attività che si svolge all'aperto, di solito in scenari magnifici di mare o di lago (a proposito, durante un recente soggiorno in terra trentina ho scoperto che se ne fa anche sullo splendido e turchese laghetto di Tenno, check out this: Lago di Tenno noleggio/rent), un'attività estremamente allenante e al tempo stesso rilassante come solo le cose che danno serenità sanno esserlo.
Trovarsi a fior d'acqua, fluttuare su una superficie instabile mentre si avverte la propria forza e fermezza è un'esperienza unica. Se poi si realizza in scenari come questo che vi propongo, è facile capire perché se ne può diventare velocemente dipendenti.  

Eccoci dunque ancora una volta (e non sarà l'ultima) a praticare con questa brava istruttrice sul meraviglioso specchio d'acqua della rada di Agay.

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Il quadro parla da solo.

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Torneremo presto, ça va sans dire.



 

 

 


7. Un (decimo) anniversario al mese - 24 luglio 2007

Su Vox arriva il primo iPhone

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E contemporaneamente anche il Marco.

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Lo screenshot purtroppo non è quello originale, ma sono comunque riuscita a recuperare quel commento per vie traverse grazie alle "migrazioni stagionali" di off air (qui siamo su typepad, dove il blog di Luca Viscardi era "mirrorato").
Lo ricordavo benissimo (refusi di maiuscole e ps. compresi), come ricordo ancora il puntatore del mio mouse che si sposta sull'icona di quel profilo che mi sembrava tanto buffo, tasto destro e "add friend". Lo facevo con tutti i nuovi commentatori di off air, all'epoca ero piuttosto socievole.

Non è la schermata originale ed è per questo che non vi appare lo pseudonimo che aveva allora (Cris, poi diventato marco(b) per distinguerlo dall'altro Marco (tortina) e infine marco(a), 
dopo che gli avevo detto che b pareva brutto perché faceva seconda categoria).

marco(a), marco di a, marco di anto.
Non ho ancora capito quale sia la formula della funzione, ma forse c'è tempo per studiarla ancora.

(ciao quasi ex collega)


Senza fine (vite)

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Terra di Cassel
Lacca di Garanza
Ocra Gialla Naturale
Verde Cinabro Scuro
Blu di Prussia
Bianco di Zinco
Bianco di Titanio

Sette, sono solo sette i colori utilizzati per creare questo dipinto: 7 come le 7 meraviglie dell'antichità, i 7 colori dell'iride, le 7 note della scala musicale, le 7 virtù ma anche i 7 vizi capitali, le 7 vite del Gatto, i giorni della settimana e persino i 7 nani.
E come le stelle principali di Orione.

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Chissà quale mano avrà spinto gli antichi a tracciare una linea che unisce proprio quei puntini lì nel cielo, chissà come hanno fatto a vederci proprio un cacciatore.
Io ci ho sempre visto una clessidra.

Ma la storia d'amore tra me e il tempo è una cosa complessa e si perde nelle sue stesse pieghe, che sono le labbra della memoria, quelle che sussurrano parole a volte patetiche ma sempre vere.

E di memoria qui si tratta perché il soggetto di questo dipinto è la tromba delle scale della casa che mi ha visto bambina, lì dove sono cresciuta fino a 14 anni, esattamente fino alla fine della mia frequenza alle scuole medie. Buffo a volte come certi confini diventino centrali. 

Questo dipinto è opera infatti anche del mio compagno di banco delle medie, quello che non ho mai più rivisto in seguito e che assieme a Matteo ha voluto farmi dono di questa meraviglia.
Alberto e Matteo sono Henjam e li trovate qui, nel sito che sto aiutandoli a creare.
Per ora non è ancora completo, ma andateci a visitarlo, loro ci sono già in gran parte con le loro opere e presto sarà terminato. Anche se è prevista una sezione blog in continuo aggiornamento che fa sì che sarà sempre un po' in fieri.
La bellezza è azione, mi ha detto qualcuno una volta.

Questo dipinto però ha qualcosa di speciale e non solo per me che lo vivo con partecipazione emotiva squisitamente privata.

Questo dipinto è più che una composizione perfetta in cui le rette giocano con la sezione aurea e le linee curve si mimetizzano nascendo come per magia dall’affiancarsi di angoli acuti.

Questo dipinto è più che una realizzazione perfetta di colori sapientemente modulati per arrivare a creare una morbida tridimensionalità là dove non c’è che una superficie piatta ma al tempo stesso difficile e scabra quale è la iuta. 

Questo dipinto è molto di più della finzione di una finzione, perché in quanto tale tende ad avvicinarsi intimamente alla verità, che è perfetta proprio perché non si realizza mai se non come astrazione totale. 
Quadro di un quadro, quadro al quadrato, ricordo di un ricordo, ricordo ricordato.
Riflesso del riflesso in occhi altrui che lo hanno restituito alla memoria. La mia.

Questo dipinto è anche molto più della rappresentazione di un ricordo. E’ il ricordo stesso che si sveglia da un sonno in cui non sapeva di essere precipitato. E si sorprende di non aver più saputo di avere proprio quel colore e quella forma lì, quella rotondità nei pomoli d’ottone, quella ruvidità della pietra e quel colore del legno verniciato e un tempo un po’ scheggiato e i riccioli, soprattutto quei riccioli di metallo nitido.

Questo dipinto è molto di più di un dono, è la presenza immanente di qualcosa che non c’è.

Questo dipinto è un varco. 

Lo vedi e ti porta dentro, ti porta oltre, ti porta attraverso. Lo sguardo punta avanti ma al tempo stesso va verso il basso. Questo dipinto è quella quarta dimensione che non riuscivi a concepire e d’un tratto ti appare, epifania inaspettata.
E allora il basso diventa alto, il dentro fuori, il prima dopo. 

E ci sei solo tu qui ed ora, che fissi la tua nuca, mentre lo sguardo va verso il basso, gli occhi diventano liquidi e si fanno cascata che precipita verso il rosso di quelle piastrelle, promessa di un’intimità ancora bambina, quella che non ricordavi e che profuma di cipria e naftalina.
E’ rosa, antica e conservata per sempre nell’armadio del cambio stagione. 

Questo dipinto presto tornerà a casa. La sua.

 

 

 


Ancora in kayak ad Agay - l'Île des Vieilles

Di questa escursione ho già parlato più volte, lo so, come delle altre che è possibile fare nei dintorni di Agay, sia verso il Cap Dramont sia in quota, sul massiccio dell'Estérel. 
Ma guardando le foto che seguono è facile capire perché valga comunque la pena ripetersi e anche perché alla fine qui le attività che hanno a che fare con l'acqua vincono sempre e comunque. 
Limpida e cristallina il suo color turchese è accentuato dal contrasto con il rosso vivo della riolite di cui è costituito questo antico massiccio vulcanico. 

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Da Agay una delle
escursioni più belle è quella in kayak, che prevede che si prenda la costa in direzione est, verso il Cap Roux e l'Île des Vieilles, un'isolotto roccioso poco agibile, ma tra le cui coste si scavano piccole baie e piscine naturali incredibilmente suggestive.  

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La pagaiata ha come scopo, oltre che godere appieno di questa natura sorprendente, anche quello di trovare qualche piccola spiaggia isolata, lontana dai rumori della civilizzazione. Qui ce n'è tante che sono accessibili solo dal mare, è facile quindi trovare piccole oasi di tranquillità anche nei mesi estivi più centrali. 

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Ok non vi do troppe informazioni sul come trovare la "nostra" che se la pubblicizzo troppo poi rischio di rovinarmi le prossime sieste al sole, ma qualche foto ve la regalo, un po' di indizi per ritrovarla in fondo ci sono.

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E come buona tradizione la nostra giornata si è conclusa con una sessione di yoga proprio sul molo di questo porticciolo nascosto tra le anse della costa. L'unione tra corpo e universo qui assume un significato molto più profondo che altrove.
O, perlomeno, è più soddisfacente da realizzarsi.

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Namasté 

 


6. Un (decimo) anniversario al mese - 30 giugno 2007

Una canzone

Il 30 giugno 2007 terminano le trasmissioni di Play Radio. Questa è stata la prima canzone del dopo.

"non te la prendere, a volte nella vita capitano cose che non hanno un perché, capitano e basta"

Ma io non lo so se è proprio vero che le cose possano non avere un perché.
Capitano sì, ma forse il loro perché se lo portano appresso nel momento in cui succedono e soprattutto in cui si vivono, un po' come accade nella meccanica quantistica per le particelle, che esistono con quellecaratteristiche solo nel momento in cui le percepisci. 

Le cose acquistano un perché solo quando accadono.

"non te la prendere, a volte le cose capitano e hanno il loro perché" 

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Breathe as One a Nizza - Giornata Mondiale dello Yoga, terza edizione

Per il terzo anno consecutivo Nizza ha celebrato la giornata mondiale dello yoga con un grande evento gratuito sulla collina del castello. La data esatta sarebbe stata il 21 giugno, quella del solstizio d'estate, data in cui il rituale saluto al sole acquisisce un significato tutto speciale, ma lo spostamento alla domenica successiva si è reso necessario per permettere alle tante persone venute apposta anche da centinaia di chilometri di distanza di partecipare a questo grande evento.
Già alle nove del mattino in molti erano istallati in attesa della prima lezione. Il caldo era già piuttosto forte, ma gli yoghi, si sa, sanno in genere fare abbastanza astrazione. 

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Come nel 2015 e nel 2016 la giornata è iniziata con una lezione collettiva di Vinyasa Yoga tenuta da Nico Luce. 

Profondo e carismatico come sempre, quest'anno, a differenza delle edizioni precedenti, non era tradotto, ma devo dire che essere guidati unicamente dalla sua voce, anche se in inglese, senza alcuna mediazione, è stato anche più intenso del solito.

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L'intenzione apre il corso, è la dedica che ognuno fa della sua pratica a qualcosa, a qualcuno. I movimenti si susseguono precisi fino a quando ti senti tutt'uno con quello che ti circonda e, appunto respiri come una cosa sola. L'esperienza si chiude infine con il ringraziamento a se stessi e al mondo per essersi riusciti a sposare in modo così armonioso gli uni con gli altri.

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Lo yoga è unione ed è quindi soprattutto un momento di condivisione, con i compagni di sempre e con quelli nuovi che continueranno forse a incrociare la nostra strada.

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La giornata prevedeva numerosi eventi e come al solito era presente sul posto un mercato con prodotti di abbigliamento per la pratica, bevande e alimenti biologici, stand di operatori del settore e di pratiche correlate a uno stile di vita "zen".

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Noi siamo saliti di nuovo alla collina solo in serata, per l'ultima lezione di yoga di Mika de Brito, che ci ha proposto un corso davvero sorprendente di vinyasa flow, con successioni molto fluide e dinamiche accompagnate da un humour davvero inaspettato. 

Purtroppo il vento fortissimo che si era alzato nel tardo pomeriggio ha fatto sì che grand parte delle installazioni fossero state smantellate, ma il corso, nonostante le difficoltà, ha potuto fortunatamente svolgersi e questa giornata dedicata allo yoga chiudersi così in modo perfetto. 

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D'in su la vetta della Torre Branca

Era inevitabile.
Sono tantissimi i luoghi di Milano in cui il pensiero non può che correre a Tommaso Labranca, ma questo forse più di molti altri. Sarà forse l'assonanza con il suo nome, sarà che la poesia da cui questo verso è tratto fa parte di quelle Poesie dell'Agosto Oscuro (2005), così rappresentative della sua intelligenza e sensibilità, sarà che da lassù si vede tutta la sua Milano, ma la salita su questa Torre per me è stato qualcosa di altamente simbolico. 

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Altamente sì, per la precisione 108,60 metri di simbolo. Realizzata nel 1933 su progetto di Giò Ponti, fu inaugurata con il nome di Torre Littoria in occasione della V Triennale di Milano. Chiusa alle visite nel 1972 è tornata visitabile nel 2002, dopo l'acquisizione e la ristrutturazione da parte della società Branca, quella del Fernet, che vi installò dapprima un bar ristorante e che oggi la gestisce come punto panoramico.
E la vista sulla città è davvero unica.

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Non era una giornata particolarmente tersa, il caldo afoso rendeva l'aria molto pesante, ma, chissà per quale assurda contingenza atmosferica, si riuscivano stranamente a vedere le Alpi. Innevate.
E mentre la guida ci raccontava un po' la storia della Torre, ripetendo più volte "la Branca, la Branca, la Branca" per riferirsi all'azienda che ha ridato vita alla costruzione, a me veniva da sorridere un po'.

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Ecco il sonetto con relative note dell'autore. E' uno dei due di ispirazione leopardiana che Tommaso Labranca ha dedicato al locale di tendenza che si trova ai piedi della Torre Branca. 

 

Due sonetti dinanzi al Just Cavalli1

D’in su la vetta della Torre Branca2
Passerei solitario questa estate
Spaziando il guardo oltre le vetrate
Sulla città che adesso è giù in Sri Lanka

A Formentera, Cuba o nelle Azzorre.
Io solo resterei là sulla torre
A individuare i luoghi in cui ho vissuto
Cercandoli felice nel tessuto

Urbano, ma il passo mi è precluso
Da un buttadentro dallo sguardo ottuso.
La torre condivide il suo portale

Con quello che conduce ad un locale
D’uno stilista dal casato equino
Che non gradisce v’entri il popolino.

 

 

1Il Just Cavalli è un locale di presunta tendenza, decorato con eccessi estetici tipici del barocco brianzolo (cfr. Tommaso Labranca, Estasi del Pecoreccio, Castelvecchi 1995). Si trova a Milano, nel Parco Sempione sotto la Torre Branca.

2La Torre Branca (ex Torre Littoria) è una torre metallica alta oltre 100 metri, uno dei pochi punti da cui si può vedere Milano dall'alto. È opera dell'architetto Giò Ponti, inaugurata nel 1933 in occasione della Quinta Triennale di Milano. E' stata riaperta recentemente al pubblico, ma spesso l'ottusa security del Just Cavalli non vi permette l'accesso temendo che il visitatore ipsofilo della torre devii in realtà verso i divani zebrati dell'esclusivo locale.

 


Galleria Campari a Sesto San Giovanni

Tutto per me è nato da questa immagine.

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Negli anni in cui ci capitava di passare nei paraggi per vicinanza abitativa e logistica questo posto era un cantiere. Si tratta dell'edificio in cui si trova la sede della Campari a Sesto San Giovanni, costruito su progetto dell'architetto Mario Botta proprio negli anni 2007-2009 e che ha recuperato lo storico fabbricato realizzato nel 1904 da Davide Campari, che risulta ora incastonato in questa struttura futuristica. E futurista.

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Futurista perché l'ispirazione e il tributo di Mario Botta verso Fortunato Depero è più che evidente.

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La collaborazione di Depero con Campari fu lunga e prolifica. Questo sopra è il progetto del 1933 per il padiglione Campari in un'esposizione internazionale. 
Il tributo di questa struttura all'artista roveretano è sottolineato anche dalla dedica e dalla realizzazione dei due "intarsi" sulle facciate laterali dell'edificio originario, che riproducono appunto due disegni di Depero per Campari.

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Depero è à l'honneur, ma la visita alla Galleria Campari offre un'interessante panoramica sulla sorprendente capacità di comunicazione di questa azienda, che si è avvalsa di artisti eccezionali, di innovazioni all'avanguardia e di intuizioni geniali per far vivere e conoscere il proprio marchio sin dai primi decenni del secolo scorso.

Aperta al pubblico nel 2010, in occasione dei 150 anni di vita dell'azienda, raccoglie un incredibile quantità di materiale di grande valore storico e artistico.

La struttura ospita gli uffici amministrativi della Campari e serve anche come spazio per eventi, realizzabili nella lobby di 1000 mq o nel grande parco all'esterno.

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La Galleria è un vero e proprio museo, la cui visita è un'esperienza sensoriale completa, visto che per compierla ci si avvale di sistemi multimediali, come il video wall con 15 schermi dedicati ai caroselli dagli anni ‘50 agli anni ‘70, i proiettori con i manifesti d’epoca, le immagini dedicate agli artisti, ai calendari e agli spot pubblicitari fino alle recenti "12 storie" emesse quest'anno su youtube in sostituzione del calendario cartaceo. 
Infine un tavolo interattivo con 12 schermi touch screen consente di fruire gran parte del vasto patrimonio artistico dell’azienda.

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Al primo piano della galleria, dopo un'interessante excursus sulla storia della Campari, si possono ammirare tra il resto i manifesti originali della Belle Epoque e le grafiche pubblicitarie dagli anni ‘30 agli anni ‘70 firmate da importanti artisti come Marcello Dudovich, Leonetto Cappiello, Fortunato Depero, Franz Marangolo, Guido Crepax e Ugo Nespolo.

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Al piano superiore l'esposizione continua con oggetti dei decenni successivi, firmati da affermati designer come Matteo Thun, Dodo Arslan, Markus Benesch e Matteo Ragni. 

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L'ultima zona è dedicata alle esposizioni temporanee, in questo caso si trattava di foto storiche del Giro d'Italia di cui la Campari è stata a lungo sponsor.

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