Visita alla Thalès Alenia Space di Cannes Mandelieu

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È grazie all'associazione Parsec, che organizza anche tutte le attività dell'Astrorama, che abbiamo potuto partecipare a questa visita guidata della fabbrica Thalès Alenia Space di Cannes.
In questi stabilimenti che sorgono proprio sul lungo mare di Cannes La Bocca e che hanno una lunga e interessantissima storia si costruiscono oggi satelliti per l'osservazione terrestre, per i quali l'azienda resta ad oggi ancora il leader, nonostante la concorrenza di Airbus, e di altri costruttori statunitensi, cinesi, arabi e russi.

Attualmente il direttore è Pierre Lipsky e la fabbrica conta 2200 dipendenti più 3-400 lavoratori esterni impegnati sul sito. 
La conferenza e la visita sono messe in opera da ex dipendenti degli stabilimenti. Si tratta di guide e relatori facenti parte dell'associazione CASP (Cannes Aéro Spatiale Patrimoine) che cura anche il sito che raccoglie tutte le informazioni relative. Come quelle che tracciano la storia di questa azienda, le cui tappe ci sono state sintetizzate al nostro arrivo.

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La fabbrica nasce il 16 agosto del 1929. Il fondatore Étienne Romano costruisce aerei e idrovolanti e assieme all’uomo d’affari André Auniac e finanziato da Benjamin Solomon Guinnes riesce a farsi assegnare dal sindaco di Cannes il terreno che si trovava sul cono di atterraggio dell’aeroporto di Mandelieu. Qui costruisce la sua fabbrica.

Durante la Seconda Guerra Mondiale essa fu bombardata poi continuò ad essere attiva per il governo di Vichy: vi venivano costruiti aerei per la Germania. Alla fine della guerra sarà la volta di razzi e missili.

Nel 1957 diventa Sud Aviation, celebre per la costruzione dei Caravelle e del Concorde, mentre nel 1959 è il momento degli esperimenti sulla bomba atomica a sulla bomba H. Qui vengono costruiti i Mirage 4 che servono a trasportarle, oltre ai missili balistici terra terra e terra mare.
Nel 1962 inizia la creazione dei satelliti (Pleiades), nasce la ESRO che diventerà ESA nel 1972. Nel 1970 nasce la Aérospatiale e nel 1998 con Alcatel Space termina l’attività di costruzione di missili.
Il 2005 segna la fusione con l’italiana Finmeccanica e nel 2007 nasce Thalès Alenia presente con una decina di stabilimenti in tutta Europa, di cui quello di Cannes è la sede operativa.

Gli usi dei satelliti sono molteplici. Possono essere di tipo prettamente scientifico (per comprendere cioè il sistema solare e l’universo, il primo nella storia fu lo Sputnik lanciato il 4 ottobre del '67), per le telecomunicazioni (satelliti geostazionari, si situano a 36.000 km dalla terra per girare alla sua stessa velocità. Il 2 agosto '60 fu lanciato Echo 1A, il primo satellite di questo tipo), per l’osservazione terrestre (fenomeni legati all’agricoltura o militari, l'11 dicembre '61 fu lanciato il primo Cosmos 1B) e per la meteorologia (17 febbraio '59, Vanguard 2, il primo satellite meteo), per la navigazione (17 settembre '59: Transit 1A. Per la triangolazione servono almeno tre satelliti, essi si situano a 20.000 km di altezza dalla terra)
I satelliti per la pura ricerca sono fatti di solito in un solo esemplare (salvo casi particolari come i Voyager costruiti in due esemplari). 
I satelliti per le telecomunicazioni, realizzati per clienti come le agenzie spaziali (ESA CNES ASI etc), organismi internazionali (Intelsat, Inmarsat, Eutelsat, Arabsat etc) e organismi privati (SES, American Globalstar, Iridium, O3b), invece sono in genere riprodotti in più esemplari.

Il tipo di orbita del satellite cambia a seconda dell'uso degli stessi. Quelli geostazionari si trovano a 36.000 km di altezza e a livello dell’equatore (tre permettono di coprire tutta la terra), quelli per l’osservazione della terra che devono invece permettere una visione vicina si trovano ad orbite molto più basse  (300-1400 km, compiono il giro della terra in 90 minuti circa).
Poi ci sono le costellazioni per le comunicazioni o per trasmettere internet, che si trovano a 2500 km poiché devono permettere un tempo di latenza accettabile perché l'onda arrivi a terra. Ce ne vogliono tanti perché ce ne sia sempre almeno uno visibile (da 20-40 a 70-80 a seconda dello scopo).Fanno parte di questo tipo gli 
O3b ("over three billion" finanziati dal capo di One Web per dare internet ai paesi poveri attorno all’equatore) e gli Iridium. 

Un discorso a parte meriterebbero i progetti dedicati alla ricerca scientifica, come Huygens (qui il comunicato stampa a 10 anni dell'atterraggio su Titano) o quelli relativi alle missioni su Marte. 
Sono i più affascinanti ma anche i più complessi da trattare in un'occasione di questo tipo. 

Purtroppo all'interno dello stabilimento è vietato fare foto.
Qui sotto un paio di ricostruzioni del Sentinel 3 costruito per l'ESA per missioni di osservazione della terra, che abbiamo potuto vedere in fase di integrazione all'interno dello stabilimento.

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Accanto c'era uno Spacebus 4000 per le telecomunicazioni commissionato dal Bangladesh.
Gli Spacebus costituiscono il 50% dell’attività della fabbrica. La loro costruzione è modulare, sono infatti composti da una piattaforma cui si aggiunge il carico utile coperto da un guscio per proteggerlo dall’attrito del lancio e quindi i pannelli solari per creare energia.

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Nell'immagine di repertorio qui sotto, uno Spacebus in camera bianca, ambiente indispensabile per l'assemblaggio delle ottiche. 

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Il Laboratorio di ottica non può essere visitato in quanto si tratta di camere in cui la massima presenza di polveri possibile è di 3 particelle per pollice cubo.

Le fasi della costruzione sono il mating (assemblaggio delle due parti, piattaforma e carico utile), l'integrazione, la creazione del vuoto termico, il montaggio delle antenne, le prove di vibrazione, le misure della massa centrale  e dell’inerzia, le prove elettromagnetiche (i satelliti sono sottoposti a onde radio per 8-10 giorni), la messa in container e la spedizione in Canadair Antonov (l'unico aereo in grado di trasportarlo in quanto si tratta di 50 tonnellate di materiale).

I satelliti devono poter durare 15 anni senza possibilità di riparazione, è prevista quindi la ridondanza di tutti gli equipaggiamenti. Inoltre vengono fatti test su tutti i componenti per la resistenza alle vibrazioni (che sono fortissime soprattutto allo spegnimento degli stadi) e al rumore (livello acustico 140 dB), alle radiazioni solari (in orbita infatti non c’è più la protezione del campo magnetico terrestre), al vuoto (si valuta soprattutto il comportamento delle pitture e dei componenti) e alle temperature (che in orbita vanno dai 170°C quando è esposto al sole ai -175°C quando è nel cono d’ombra della terra).
L’interno è protetto dalle coperture color oro o nere, e per il freddo ci sono dei radiatori.

Noi abbiamo potuto vedere il locale in cui vengono fatti tra l'altro i test delle temperature. Il cilindro usato a questo scopo misura 10 metri di diametro e 10 in profondità. È doppio perché nell'intercapedine tra i due viene inserito l‘azoto liquido per il raffreddamento.
Il satellite viene lasciato un giorno o due alle alte temperature e altrettanti a quelle fredde. Tutto il processo è ripetuto 3 o 4 volte.

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Altri test riguardano le vibrazioni e le onde elettromagnetiche, anch'essi durano parecchi giorni.

Per quel che riguarda il lancio in orbita esso è seguito da Thalès fino alla stabilizzazione della stessa.
I satelliti geostazionari dopo il lancio hanno un orbita molto eccentrica, che va dai 200 km al perigeo ai 36.000 km. Ci vogliono tre stazioni da terra per controllarlo nei primi 8 giorni e il satellite necessita di propulsione per la circolarizzazione dell’orbita.
In effetti a questo scopo servono i 3/4 dell’insieme del carburante presente sul satelite (che in massa costituisce la stessa equivalente di quella totale). Il restante quarto di carburante serve per contrastare l’azione gravitazionale di sole e luna una volta che il satellite è in orbita. Servono infatti continue correzioni, ogni15 giorni almeno, anche perché la terra non è omogenea e le stesse montagne attirano il satellite, contribuendo a modificarne tendenzialmente l'orbita.

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Il "fine vita" dei satelliti pone il problema della spazzatura spaziale.
I satelliti geostazionari vengono semplicemente posizionati più in alto di 300 km per non disturbare gli altri. Si svuota il carburante, si taglia la corrente e non viene più controllato. Questa soluzione, necessaria per motivi economici, sta creando un guscio di spazzatura attorno alla terra che si renderà sempre più necessario affrontare.
I satelliti in orbite basse si cerca invece di farli rientrare nell’atmosfera terrestre per farli bruciare (velocità 36.000-40.000 km/h). 

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La nostra visita termina come era iniziata, con il saluto della mascotte del sito: Felix the Spacecat.
È stato lui infatti ad accoglierci al mattino, poi, questa volta, la conferenza l'ha evitata (sa già tutto ormai), ma per salutarci alla fine c'era.

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Potete farne la conoscenza e seguirne le avventure (più o meno spaziali) qui, sulla sua pagina Facebook.

 


Dominique Ghesquière alla Galerie des Ponchettes a Nizza

Quello di Dominique Ghesquière è al tempo stesso un lavoro di scultura e di installazione. Si tratta di esposizioni effimere in cui l'artista si interroga sulla natura e sulla presenza dell’uomo in essa.
I paesaggi composti uniscono elementi presi dal regno naturale ed altri pazientemente elaborati, ma in modo che non è immediatamente comprensibile distinguerli gli uni dagli altri. L’artista gioca sottilmente con la nostra percezione e il registro dell’illusione, distribuendo nello spazio delle specie ibride, a metà strada tra il naturale e l’artificiale.

Quella ricreata nell'installazione alla Galerie des Ponchettes a Nizza è la quintessenza dell’universo mediterraneo: tronchi cavi che evocano le cortecce dei platani, aghi di pino, onde e un letto di sassi. La purezza degli elementi e delle forme nella loro sobrietà voluta sono sufficienti a evocare il ricordo di un paesaggio e della sua esperienza sensoriale.

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Rideau d’arbres
(2016) Dei tronchi vuoti scandiscono lo spazio della galleria e arrivano attraverso la loro presenza minimale a evocare la presenza dell’albero. La solidità del legno è assente, la densità è suggerita solo dall’alternanza dei colori che non sono quelli della materia ma piuttosto l’illusione che ne giunge ai nostri occhi. La corteccia dei platani è evocata da una sorta di merletto che arriva solo all’altezza dello sguardo di un bambino, richiamando così alla memoria i boschi delle fiabe e dando al tempo stesso l’illusione di una possibile crescita.

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Oiseau
(2014): uno storno impagliato fissato in pieno volo. La sua posizione in verticale con il dorso al muro lo mette in posizione di elevazione ma al tempo stesso di fragilità, visto che espone in questo modo il ventre e il piumaggio più umile.

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Pierres roulées
(2014): dei sassi grigi venati di bianco, tipici dei lungomare sono ammucchiati sul pavimento. L’accostamento di linee bianche crea un insieme di tratti allacciati e di serpentine richiamando l’idea di una rete preesistente poi trasformata in caos dal movimento delle onde del mare.

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Herbes rares
(2017): dei piccoli cespugli appuntiti sono disseminati nello spazio dell’esposizione. Si tratta di composizioni di aghi di pino cucite pazientemente che imitano un oggetto naturale. L’opera oscilla tra fragilità e forza, tra la debolezza della spina singola e la protezione della barriera creata dalla loro unione.

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Vagues
(2017): le linee di sculture in terracotta disegnano degli orizzonti fragili e molteplici. Se la loro materialità e il loro colore evocano la solidità delle montagne, queste forme fluide e basse disegnano allo stesso tempo una successione di onde fissate nel movimento.

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L'esposizione è visitabile alla Galerie des Ponchettes (sezione dedicata alle installazioni e all'arte contemporanea del Mamac) sul Quai des Etats Unis a Nizza fino al 3 giugno. 


Atto gratuito - Scultura di Alberto Festi

"Atto gratuito” (Legno di larice - 153x26x3 cm) - scultura di Alberto Festi

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“Ce n’est pas tant des événements que j’ai curiosité, que de moi-même. Tel se croît capable de tout, qui, devant que d’agir recule… Qu’il y a loin entre l’imagination et le fait!”
[Non è tanto degli avvenimenti che sono curioso, quanto di me stesso. Ci sono persone che si credono capaci di tutto, ma al momento di agire si tirano indietro... Che enorme distanza tra l'immaginazione e il fatto!]

André Gide, Les Caves du Vatican

Non solo un gesto volontario, non solo una traccia appositamente lasciata di sé: è l’atto gratuito, l’azione immotivata il soggetto di quest’opera. Esattamente come, nel romanzo di Gide, il protagonista getta un altro viaggiatore dal treno senza alcun motivo, così l’artista deforma la materia e lo fa con tutto il peso del suo corpo, quello vero e quello ideale.
Lo fa come gesto di volontà pura, che assume valore proprio perché lui stesso non ne conosce la ragione e lo fa trasformando nelle sue tre dimensioni una forma geometrica perfetta, calpestando l’ordine delle cose e facendo debordare la materia là dove prima non era, verso il dominio dell’immaginario.

La lunga asse in larice è il percorso già tracciato, la via su cui corre il convoglio con il suo contenuto dal moto relativo nullo. L’impronta è la volontà di agire, la prova che non ci “si tira indietro”, che c’è un’enorme distanza, appunto, tra l’immaginazione e il fatto.

Ma se l’azione è ciò che l’autore riserva a se stesso, egli consegna invece tutta l’immaginazione allo spettatore che non può fare a meno di domandarsi il come e il perché e che inevitabilmente cerca di costruire una storia attorno a ciò che non c’è.
Che non c’è più o che non c’è mai stato perché non era lui o non era il momento.
Ci si chiede allora dove sia l’artista, che attraverso questo gesto sembra a sua volta cercare se stesso, per scoprire che è proprio lì, in quell’azione incisiva quanto i segni lasciati sulla materia, anche se l’impronta è l’unica cosa che ne resta.

Non è però assenza la sua, bensì presenza in negativo. È calco, sagoma invisibile da ricostruire, con una storia diversa per chiunque abbia voglia di leggerla. O di scriverla chissà.

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Per conoscere gli altri lavori di Alberto Festi, nonché quelli di Matteo Tonelli con il quale lavora come Henjam, la strada è qui: henjam-blog.com

 


Jean-Michel Fauquet al Musée de la Photographie di Nizza

Esposto fino al 21 gennaio al Musée de la Photographie Charles Nègre di Nizza, Jean-MIchel Fauquet è molto di più di un fotografo. Le sue opere infatti sono il risultato di un lavoro su diversi piani che, quando non parte dalla scultura, si compone comunque di arte fotografica, stampa, pittura e installazione. Qui una galleria delle sue opere.

A Nizza sono esposti 150 suoi lavori tra sculture, disegni e sopratutto fotografie che danno vita a un mondo abitato da oggetti all'apparenza surreali ma il cui intento è di fare appello a una parte di noi su cui non abbiamo potere: la memoria. 

L'artista vuole infatti in questo modo dare vita a un racconto, che lo spettatore può elaborare a partire dai suoi ricordi e dal suo personale immaginario. Per questo è importante anche il modo in cui le opere vengono installate nell'esposizione.

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Ciò che rende le sue foto speciali è che esse, dopo la stampa, vengono alterate da molteplici interventi manuali: scalfita, caricata di inchiostro o grafite, ridipinta ad olio l'immagine viene poi cerata e incorniciata di nero.
Ma non è solo ciò che avviene dopo la stampa ad essere parte della creazione artistica, anche ciò che precede lo scatto fa parte del processo creativo. Le foto di Fauquet sono fatte sulla base di oggetti che lui stesso crea a partire da materiali effimeri, come i cartoni che trova per strada e che rielabora per dar vita a un mondo in cui gli uomini esistono solo se privati d'identità.

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O come le sue sculture. Esse si avvicinano a volte a forme architetturali, oppure vegetali, più raramente antropomorfe.

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Spesso poste su un espositore a mo' di nature morte, sembra possano suggerire un'importante utilità, che però è inesistente. Il loro aspetto antico farebbe pensare a una funzione dimenticata, incomprensibile perché appartenente al passato. Nulla di tutto ciò: la stessa poca importanza del materiale di cui spesso sono fatti rivela che si tratta di falsi idoli.

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E' la fragilità la costante di fondo della sua opera. La fotografia in low-key, che rivela l'attesa costante di una luce che arrivi a illuminare il suo universo, ricorda che l'unica cosa reale è la concezione che di quella realtà ci si riesce a fare.

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Fuori dallì'atelier sono gli alberi ad attirare la sua attenzione, nodosi, scarni o in gruppo compatto.

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Gli alberi. 


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Bagno di Capodanno 2018

Ieri è stato uno dei Capodanni più tiepidi da quando viviamo qui sulla Côte d'Azur, come non approfittare dunque della spiaggia di Villefranche-sur-mer che gode della miglior insolazione della zona e resta riparata dai venti, racchiusa com'è tra Cap Ferrat e Cap de Nice?

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Dicono che un bagno in acque invernali porti fortuna, non sono superstiziosa ma perché non credere per un istante che possa essere vero?

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New Year's Eve 2018 in Monaco

Come tradizione di alternanza ormai vuole, dopo i fuochi piromelodici di Cannes in apertura del 2017 quest'anno è stata la volta di Monaco, del suo Villaggio di Natale, dei fuochi dal molo e della pattinata inaugurale di mezzanotte. Cominciare il nuovo anno facendo qualcosa che piace si dice porti fortuna, vedremo.

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Il Villaggio è tornato in festa con due palchi con musica e dj set. 


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Anche i fuochi d'artificio sparati sul porto, che l'anno scorso erano stati annullati (non ricordo se per ragioni di lutto o di sicurezza) hanno di nuovo illuminato l'arrivo del nuovo anno.

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Infine la patinoire: anche se è stato faticoso a causa del ghiaccio davvero molto rovinato, è stato bello cominciare il nuovo anno fingendo leggerezza e figurandosi di poter scivolare via sopra a tutto.

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Buon 2018!

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Natale a Cannes

Quest'anno il Villaggio di Natale di Cannes vince su tutti. Insomma è identico a sempre. In effetti sono gli altri qui attorno ad avermi deluso un po', li ho trovati un po' spenti e freddi. 
A Cannes invece, complice forse il tramonto magico di ieri sera sembra essere tutto più caldo.

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L'albero davanti al Palais des Festivals è grandioso, una scultura di luce in cui si può entrare per lasciarsi ipnotizzare un po'. 
Alto 30 metri è il più grande di tutto il dipartimento e resterà installato fino al 21 gennaio.
 
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Tutto il resto è una conferma: sotto un cielo di stelle i ben noti chalet propongono gastronomia raffinata o inconsueta e idee regalo tutte speciali, il "kiosque à musique" accoglie animazioni fiabesce dai colori cangianti, e il vin chaud qui servito è sempre il migliore della Côte. Anche quest'anno ci sono le proiezioni di luce al Suquet e alla Malmaison.

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A differenza di quello di Nizza che chiude i battenti il 1° gennaio, il Villaggio di Cannes resta aperto fino al 7, siete quindi ancora in tempo per degustare qualche delizia e per respirare la bella atmosfera du Noël cannois.


Tramonti gardesani

A Riva il tramonto non esiste, soprattutto in inverno. Il sole a un certo punto si nasconde e ciao. Niente cieli rosso fuoco, niente sfere giganti la cui ampiezza è magari accentuata da spettacolari quinte di nuvole dorate. Niente.
E' il destino di chi è sovrastato da qualcosa di più grande di lui. E' la conseguenza di chi l'orizzonte lo conosce solo come astrazione. Non che sia altro da ciò, ma a volte almeno ci si può illudere di sì. Non a Riva.

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La Gardesana Occidentale corre sotto le montagne. Sia per via delle gallerie, sia perché è scavata nel loro fianco: niente entroterra e persino il lago è nascosto alla vista, a causa dei parapetti e della boscaglia. Soprattutto niente cielo ad ovest.

Ma, come quando si arriva da sud è lì che tutto si apre, anche scendendo da nord è sulla baia di Toscolano Maderno che avviene l'epifania e riappare anche il tramonto.

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Lungo la Gardesana Orientale invece i paesi sono avvantaggiati da un punto cardinale di vista: il cielo a occidente si fa sufficientemente ampio da permettere su tutta la linea gli spettacoli quotidiani del sole che sparisce.

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L'anno scorso in questi stessi giorni assistevo all'ultimo tramonto del 2016 dalla collina del Château de Nice e l'augurio che mi facevo era che fosse l'ultimo.

E invece sono ancora qui.

E' abbastanza un classico che i tramonti facciano solo finta di essere definitivi e invece il giorno dopo siano ancora lì.
Chissà magari stavolta è quella buona.


Falegnameria Lutteri di Arco

Ognuno ha i suoi luoghi della memoria. In genere sono quelli legati all'infanzia, case ormai scomparse o cambiate per sempre, città, piazze e vie divenute irriconoscibili col passare del tempo. Spazi, cortili, stanze cui si è in qualche modo legati ma che esistono solo nei nostri ricordi. Uno dei miei però c'è ancora.
Era molto che non mi capitava di varcare la soglia di quella vera propria enclave spazio-temporale che è la falegnameria dei miei zii ad Arco. E' incredibile come nulla lì sia cambiato. Nulla.

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Si tratta della falegnameria che fu di mio nonno prima e dei miei zii dopo. Quella di via S.Anna, la via dove sono cresciuta, quella sotto la casa della nonna, in cui si passavano i nostri pomeriggi bambini.  

Non ho fatto molte foto, un po' perché non avevo con me gli obiettivi, un po' perché ero distratta dalle chiacchiere con lo zio Giorgio che non vedevo da tempo.
E' stato lui a dirmi, in risposta al mio stupore nel ritrovare tutto immutato, "Ecco fotografa bene tutto"... credo che parlasse metaforicamente, ma devo a lui il fatto di essermi resa conto di avere la macchina in spalla, mi sono stupita di non averci pensato subito ad immortalare quei locali. 

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Credo che quel bancone risalga al '53, anno in cui la falegnameria è stata allestita, i segni del tempo su di esso sono gli stessi di 40 fa, quando lo guardavano i miei occhi di bimba.


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Mi ha sorpreso rendermi conto di aver fotografato le immagini che avevo già negli occhi, gli scorci, i macchinari e i particolari che avevo già immortalato da decenni nella mia memoria, invece che andare a cercare quelli più pittoreschi o inconsueti.
Fare queste foto è stata una specie di conferma, un affermare a me stessa che sì, ricordavo ancora tutto.

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Il locale con la sega circolare, in cui le segature assumevano a volte la forma di vere e proprie montagne

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Quello della pialla a nastro con in fondo lo stipo dei ritagli di lavorazione dove si andavano a cercare i piccoli legni perfetti per accendere la stufa.

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In quel locale c'erano anche le casette per i cani. Penso di aver avuto 4 o 5 anni ma le ricordo ancora. Mio zio se ne è stupito visto che si trattava di un lavoro che riguardava gli anni sessanta e che solo per pochi anni dopo la morte del nonno avevano continuato a seguire. Vedendone una però si capisce bene perché possano essere rimaste così impresse negli occhi di una bimba.

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Mio nonno era anche pittore e creatore di mobili intagliati sopraffino. Non l'ho mai conosciuto, è morto prima che nascessi ma alcune sue opere ancora ci sono nelle case dei figli, mobili e qualche dipinto.

Infine mentre prendevo le foto mio zio Giorgio ha ricordato il progetto della Mnemoteca, che non conoscevo affatto: un insieme di interviste che il Comune di Arco ha patrocinato una decina di anni fa per registrare a futura memoria gli antichi mestieri artigiani della comunità.
Fu lui in quell'occasione a rilasciare l'intervista anche se in realtà l'attività della falegnameria ha poi riguardato i suoi due fratelli, mentre lui, diventato ragioniere, si è in seguito occupato principalmente di altro nella sua vita.
Mi ha fatto dono di una copia del dvd, l'intervista completa dura venti minuti ed ora è qui su you tube.

Qua sotto un breve montaggio con le parti che mi sembravano più salienti. La fine soprattutto mi piace un sacco, là dove mio zio si 
sofferma sull'aspetto sensoriale di questo lavoro.




Sì ricordo benissimo anch'io l'odore delle vernici e anche quello delle colle e dei mastici e poi quello del legno.
E' meno intenso quello del legno ma ti penetra più in profondità, soprattutto quando diventa polvere. E' allora che si ricorda di aver avuto un tempo radici e si installa lì nel profondo, da qualche parte che non sai e poi rispunta.

 

 

 


Passaggio da Giotto - La Cappella degli Scrovegni

Era da tanto che desideravo visitarla, ma l'unica volta che mi ero trovata a passare per Padova, subito dopo il restauro avvenuto nel 2001, avevo scoperto con grande delusione che è possibile farlo solo previa prenotazione da farsi almeno il giorno prima.
Era da un po' che volevo farlo, tanto che quando Matteo mi ha proposto di accompagnarlo a Padova per una visita di ricognizione dei locali in cui verrà allestita la prossima mostra delle opere Henjam, il mio primo pensiero è corso lì in mezzo a quegli affreschi. E tanto che quando poi Matteo mi ha detto "magari poi andiamo a vedere la Cappella degli Scr.." "sìììì!!!!" è stata la mia immediata risposta.

Il primo consiglio pratico per chi si trovi di passaggio a Padova e desideri visitare la Cappella degli Scrovegni è dunque quello di ricordarsi di prenotare la visita. Pagando con carta di credito è possibile farlo fino alla sera prima, ma organizzatevi bene la giornata perché è necessario riservare l'ora precisa, essendo previsto un ingresso ogni 20 minuti di gruppi di al massimo 25 persone.
Capisco che non tutti possono avere il timing perfetto di me e Matteo, che infatti siamo famosi per l'accuratezza di tutto ciò che facciamo, soprattutto quando agiamo in sinergia, ma con un po' di organizzazione ce la si può fare.
Sorvolando su questi dettagli che è meglio non approfondire (l'importante è che finora non abbiamo mai fatto danni, non grossi almeno) e concentrandoci sul fatto che alla Cappella degli Scrovegni siamo arrivati alle 14.40 in punto, giusto in tempo per trovarci accodati agli altri visitatori che stavano entrando al nostro stesso orario, il consiglio è di non arrivare proprio all'ultimo momento, perché lì, loro, sono piuttosto precisi.

Il secondo consiglio, nel nostro caso collegato al primo, è di non seguire Waze per arrivarci, soprattutto se siete un po' giusti con i tempi, perché, come capita spesso con questo sistema di navigazione, poi succede che trova un percorso alternativo che fa risparmiare 2 minuti, ma che, facendoti arrivare da una strada che non prevede indicazioni visibili per la localizzazione del sito e nemmeno del parcheggio, ne perdi poi 15, quando va bene.
Comunque noi l'abbiamo trovato (sempre grazie alle nostre doti sopraffine di previsione e precisione), ma voi aprite gli occhi perché le indicazioni sono davvero carenti, anche per localizzare l'ingresso alla Chiesa degli Eremitani e quindi alla Cappella adiacente.

In ogni caso ce l'abbiamo fatta e l'unico rammarico in questa spettacolare esperienza è che nella cappella ci si possa trattenere solo 20 minuti. 
La visita infatti avviene secondo dei criteri molto rigidi che prevedono una sosta preventiva di 20 minuti in una sala in cui viene trasmesso un filmato introduttivo (noioso, diciamocelo, di nessun interesse) ma che ha in realtà lo scopo di far acclimatare i visitatori all'atmosfera speciale della Cappella e soprattutto all'umidità controllata. Essa è stata infatti il principale responsabile della degradazione degli affreschi.
In realtà sul sito ho poi visto che sono previste delle visite serali eccezionali dalla durata doppia. Se potete approfittarne fatelo, perché 20 minuti immersi in quegli affreschi passano davvero in fretta.
All'inizio infatti si è catturati dall'insieme e solo poco a poco si riesce ad entrare nei dettagli. E' solo allora che si gustano le espressioni dei visi, il pathos della mimica, le posture dei vari personaggi, la definizione dei paesaggi, la ricchezza delle architetture, della flora e della fauna: le Storie della vita di Gesù e della Vergine sono raccontate con una dovizia di particolari che si moltiplicano quanto più tempo si riesce a passare ad osservarle.

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Il Giudizio Universale è lo spettacolo più coinvolgente, l'Inferno soprattutto con i dannati così realisticamente raffigurati nel loro tormento eterno e Lucifero e i demoni e le fiamme a torturarli. Da 700 anni e ancora per molti secoli, l'Eternità essendo una parola grossa e francamente un concetto un po' antico.

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Ecco un altro po' di foto. Se ne trovano forse di migliori sul web, ma le mie le metto qui, che poi magari ci torno.
Qui. A Padova non so.

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