D'in su la vetta della Torre Branca

Era inevitabile.
Sono tantissimi i luoghi di Milano in cui il pensiero non può che correre a Tommaso Labranca, ma questo forse più di molti altri. Sarà forse l'assonanza con il suo nome, sarà che la poesia da cui questo verso è tratto fa parte di quelle Poesie dell'Agosto Oscuro (2005), così rappresentative della sua intelligenza e sensibilità, sarà che da lassù si vede tutta la sua Milano, ma la salita su questa Torre per me è stato qualcosa di altamente simbolico. 

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Altamente sì, per la precisione 108,60 metri di simbolo. Realizzata nel 1933 su progetto di Giò Ponti, fu inaugurata con il nome di Torre Littoria in occasione della V Triennale di Milano. Chiusa alle visite nel 1972 è tornata visitabile nel 2002, dopo l'acquisizione e la ristrutturazione da parte della società Branca, quella del Fernet, che vi installò dapprima un bar ristorante e che oggi la gestisce come punto panoramico.
E la vista sulla città è davvero unica.

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Non era una giornata particolarmente tersa, il caldo afoso rendeva l'aria molto pesante, ma, chissà per quale assurda contingenza atmosferica, si riuscivano stranamente a vedere le Alpi. Innevate.
E mentre la guida ci raccontava un po' la storia della Torre, ripetendo più volte "la Branca, la Branca, la Branca" per riferirsi all'azienda che ha ridato vita alla costruzione, a me veniva da sorridere un po'.

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Ecco il sonetto con relative note dell'autore. E' uno dei due di ispirazione leopardiana che Tommaso Labranca ha dedicato al locale di tendenza che si trova ai piedi della Torre Branca. 

 

Due sonetti dinanzi al Just Cavalli1

D’in su la vetta della Torre Branca2
Passerei solitario questa estate
Spaziando il guardo oltre le vetrate
Sulla città che adesso è giù in Sri Lanka

A Formentera, Cuba o nelle Azzorre.
Io solo resterei là sulla torre
A individuare i luoghi in cui ho vissuto
Cercandoli felice nel tessuto

Urbano, ma il passo mi è precluso
Da un buttadentro dallo sguardo ottuso.
La torre condivide il suo portale

Con quello che conduce ad un locale
D’uno stilista dal casato equino
Che non gradisce v’entri il popolino.

 

 

1Il Just Cavalli è un locale di presunta tendenza, decorato con eccessi estetici tipici del barocco brianzolo (cfr. Tommaso Labranca, Estasi del Pecoreccio, Castelvecchi 1995). Si trova a Milano, nel Parco Sempione sotto la Torre Branca.

2La Torre Branca (ex Torre Littoria) è una torre metallica alta oltre 100 metri, uno dei pochi punti da cui si può vedere Milano dall'alto. È opera dell'architetto Giò Ponti, inaugurata nel 1933 in occasione della Quinta Triennale di Milano. E' stata riaperta recentemente al pubblico, ma spesso l'ottusa security del Just Cavalli non vi permette l'accesso temendo che il visitatore ipsofilo della torre devii in realtà verso i divani zebrati dell'esclusivo locale.

 


Galleria Campari a Sesto San Giovanni

Tutto per me è nato da questa immagine.

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Negli anni in cui ci capitava di passare nei paraggi per vicinanza abitativa e logistica questo posto era un cantiere. Si tratta dell'edificio in cui si trova la sede della Campari a Sesto San Giovanni, costruito su progetto dell'architetto Mario Botta proprio negli anni 2007-2009 e che ha recuperato lo storico fabbricato realizzato nel 1904 da Davide Campari, che risulta ora incastonato in questa struttura futuristica. E futurista.

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Futurista perché l'ispirazione e il tributo di Mario Botta verso Fortunato Depero è più che evidente.

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La collaborazione di Depero con Campari fu lunga e prolifica. Questo sopra è il progetto del 1933 per il padiglione Campari in un'esposizione internazionale. 
Il tributo di questa struttura all'artista roveretano è sottolineato anche dalla dedica e dalla realizzazione dei due "intarsi" sulle facciate laterali dell'edificio originario, che riproducono appunto due disegni di Depero per Campari.

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Depero è à l'honneur, ma la visita alla Galleria Campari offre un'interessante panoramica sulla sorprendente capacità di comunicazione di questa azienda, che si è avvalsa di artisti eccezionali, di innovazioni all'avanguardia e di intuizioni geniali per far vivere e conoscere il proprio marchio sin dai primi decenni del secolo scorso.

Aperta al pubblico nel 2010, in occasione dei 150 anni di vita dell'azienda, raccoglie un incredibile quantità di materiale di grande valore storico e artistico.

La struttura ospita gli uffici amministrativi della Campari e serve anche come spazio per eventi, realizzabili nella lobby di 1000 mq o nel grande parco all'esterno.

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La Galleria è un vero e proprio museo, la cui visita è un'esperienza sensoriale completa, visto che per compierla ci si avvale di sistemi multimediali, come il video wall con 15 schermi dedicati ai caroselli dagli anni ‘50 agli anni ‘70, i proiettori con i manifesti d’epoca, le immagini dedicate agli artisti, ai calendari e agli spot pubblicitari fino alle recenti "12 storie" emesse quest'anno su youtube in sostituzione del calendario cartaceo. 
Infine un tavolo interattivo con 12 schermi touch screen consente di fruire gran parte del vasto patrimonio artistico dell’azienda.

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Al primo piano della galleria, dopo un'interessante excursus sulla storia della Campari, si possono ammirare tra il resto i manifesti originali della Belle Epoque e le grafiche pubblicitarie dagli anni ‘30 agli anni ‘70 firmate da importanti artisti come Marcello Dudovich, Leonetto Cappiello, Fortunato Depero, Franz Marangolo, Guido Crepax e Ugo Nespolo.

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Al piano superiore l'esposizione continua con oggetti dei decenni successivi, firmati da affermati designer come Matteo Thun, Dodo Arslan, Markus Benesch e Matteo Ragni. 

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L'ultima zona è dedicata alle esposizioni temporanee, in questo caso si trattava di foto storiche del Giro d'Italia di cui la Campari è stata a lungo sponsor.

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Cap Sosno

Dal 27 aprile al 27 settembre la cittadina di Saint-Jean-Cap-Ferrat ospita un'esposizione à ciel ouvert di opere monumentali di Sacha Sosno
L'artista, scomparso tre anni fa, è noto per essere uno dei principali esponenti della "Scuola di Nizza", movimento nato a partire dalla fine degli anni '50 che raggruppa varie correnti e artisti del calibro di Yves Klein, Arman e Venet.
Una delle sue opere più incredibili è la struttura della Tête au Carré Géant che ospita a Nizza gli uffici della Biblioteca, ma sono molte le sue opere monumentali presenti nell'architettura azuréenne.


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Spuntano a volte un po' a sorpresa nel tessuto urbano, come la grande statua di donna intrappolata nella facciata del AC Hôtel o il cavallo incastrato nel suo salto che si trova all'ingresso dell'Ippodromo di Cagnes-sur-mer.

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O la fontana che si trova aux Arénas o un'altra sua più recente scultura abitata, Le Guetteur, che si trova al centro commerciale Polygone Riviera

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Qui
 la galleria delle sue maggiori realizzazioni urbane.

Per quel che riguarda le sculture la sua cifra stilistica principale è stata definita quella dell'obliterazione. Si tratta di un'arte della cancellazione che per lo più mira a far diventare presenza un'assenza, ma anche a ratificare, attraverso una sorta di "stampigliatura" che l'oggetto è stato usato e non serve più.

L'esposizione a Cap Ferrat è una passeggiata attraverso 15 opere che si propongono di percorrere "L'Art de cacher pour mieux voir", l'arte di nascondere per vedere meglio. 

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Aperture che si aprono su campiture metalliche monocrome che diventano in questo modo cornici ricche di significato per il panorama che si apre davanti ai nostri occhi, in questo caso quello superbo di Cap Ferrat.
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E poi forme, busti e corpi in cui i vuoti si fanno pieni e silouhettes stilizzate che diventano a volte oggetti utilizzabili, come la panchina Concertation.

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L'esposizione, inserita com'è in un tessuto urbano e paesaggistico  corrisponde alla perfezione, come tiene a ricordare la moglie di Sacha, Maschat Sosno al desiderio dell'artista di «sortir des galeries, des musées, pour investir les boulevards, les ports, les façades, les toits, les jardins…»

 


Mamac - La nuit des musées 2017

Sabato 20 maggio per la tredicesima volta in Europa si è festeggiata la Notte dei Musei, che prevede non solo l'apertura serale e notturna dei più importanti musei, ma anche la programmazione di eventi e spettacoli che hanno i medesimi come palcoscenico speciale. In questo modo questi luoghi di esposizione e cultura posssono essere vissuti in modo diverso e vivo, accogliendo concerti, rappresentazioni, conferenze o incontri che più che una semplice apertura delle porte sono apertura della mente e del cuore.

Non sorprende che il programma della Ville de Nice fosse molto ricco. Nizza è la seconda città di Francia per numero di musei e la proposta per questa serata era davvero interessante. Sono infatti 11 i luoghi aperti per l'occasione che accolgono performance di tutti i tipi: concerti itineranti al Musée Matisse, musica indiana al Palais Lascaris, visita delle collezioni solitamente non esposte al Museo archeologico di Cimiez e di Terra Amata, musica e poesie iraniane al Musée d'art Naïf, concerti, sfilate e altro ancora nei numerosi musei della città.

Noi siamo andati al Mamac, il Museo di arte moderna e contemporanea, il più importante forse della città per l'ampiezza e la ricchezza delle collezioni in esso custodite. Il programma della serata prevedeva numerosi eventi.

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La Soirée Electrons libres era incentrata su numerose performance coreografiche che hanno animato le sale del museo. Qui di seguito quella proposta dalla compagnia Le Sixièmeétage « This is tomorrow »

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Un percorso ad enigmi  è stato allestito all'interno delle sale delle collezioni permanenti da parte della compagnia teatrale Fox'Art. 

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Sulla terrazza del museo si è potuto assistere alla performance dell'artista Rémi Voche e al cine concerto dell'artista Merakhaazan, mentre nell'anfiteatro si è esibita la compagnia Libertivore con la danza aerea « Hêtre »

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È stata anche un'ottima occasione per riscoprire le opere eccezionali raccolte in questo museo: Niki de Saint-Phalle, Yves Klein e gli altri artisti della scuola di Nizza, nonché numerose opere di artisti internazionali e la presenza di esposizioni temporanee sempre notevoli come quella attuale di Gustav Metzger. 

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Il ladro di ricordi (reloaded)

   Non ricordo bene come sono arrivato qui in questo corridoio ma la luce che vedo là in fondo mi è stranamente familiare. 
  “Non ricordo”. In effetti usare questo verbo ha qualcosa di beffardo e ormai anche drammatico per me. Ricordare, non so nemmeno più definire con precisione il significato di questa parola, dal momento che la mia memoria è diventata una scatola aperta, un contenitore in cui entra di tutto e dove è difficile distinguere ciò che ho vissuto davvero da ciò che ho assorbito dalle vite altrui, ciò che risale alla mia coscienza e ai miei sogni da ciò che è stato percepito, desiderato e immaginato da qualcun altro.
   A dire il vero anche l’espressione “stranamente familiare” mi suona un po’ bizzarra, visto che nella situazione in cui ora mi trovo sono ben poche le cose che non mi sembri già di conoscere e tutto è diventato, infine, normalmente familiare.
   Sono passati molti anni da quando questa storia è cominciata.
   La prima volta che ho capito che mi stava succedendo qualcosa di inusuale è stato mentre passeggiavo nel parco e un assurdo profumo di gelsomini ha invaso le mie narici. Era autunno e ancora non sospettavo che mi fosse capitato in sorte un dono.

1. Bruno

Fa molto freddo stasera su questa panchina, che razza di ottobre gelido che sta facendo! Per fortuna ho trovato questi cartoni fuori dal supermercato, mi aiuteranno un po’ ad affrontare la notte che si avvicina. Vieni qui Rocky dai, in due ci si scalda meglio. Ah-a! lo so che tu preferiresti correre e giocare come un tempo nel grande giardino sotto casa, ma sono cambiate un po’ di cose, sì, sono cambiate, non c’è più lei ad aspettarmi nella grande cucina, non c’è più nemmeno la cucina, né la casa, né il viale con la bella siepe che a giugno si riempiva di fiori profumatissimi… uhm come si chiamano poi, uhm non so non ricordo sento freddo e il sonno che mi prende, la prossima volta con quei cinque euro devo prendermi una bottiglia migliore anziché questi due torcibudella.. stai Rocky stai qui, andrà tutto bene vedrai sì sì uhm..


   Pochi giorni dopo ho cominciato a comprendere, quando, intrattenendomi con la vicina sul pianerottolo di casa, avvertii sul palato il gusto pesante e dolciastro del latte mentre una melodia di violini aveva cominciato all'improvviso a risuonare, con mio grande stupore, poco lontano. 

2. Marianna 

Oh buongiorno, come va Professore? Sta bene? Ha gli occhi un po’ stanchi sa? sicuro di stare bene? Venga venga entri un attimo venga a vedere, che mi hanno lasciato la mia nipotina per qualche ora… le nonne, ah le nonne servono anche a questo sa? guardi, la guardi.. “cucù stellina fai vedere al Professore che begli occhietti che hai” ha visto? ha visto quanti capelli? tutta la sua mamma! Anche lei appena nata aveva un cespuglio simile sulla testa! e tutti ricci sa? Aveva preso dal mio Giuseppe. Sempre tutto scapigliato, ma sono così questi artisti no? le assomigliava un po’ il mio Giuseppe sa? ma lei non suona il violino vero? no, credo che la musica non si possa mettere negli alambicchi... oh ecco che ha rigurgitato, scusi eh?

   Fu una sorta di rivelazione. Vuoi vedere, mi sono detto, che è possibile captare e forse anche registrare i ricordi e addirittura i sogni altrui? Mi resi subito conto che sarebbe stata non solo una scoperta sensazionale per la scienza, ma anche un rimedio, una cura miracolosa per le vite scialbe e insipide come la mia. 
   Cominciai ad immaginare cosa volesse dire possedere, per esempio, i ricordi di chi da giovane fosse stato di una bellezza straordinaria o quelli di un innamorato follemente ricambiato oppure ancora quelli di un cantante di successo che avesse girato il mondo acclamato dalle folle. L’idea di poter penetrare e fare propria la memoria di chi avesse vissuto passioni travolgenti, intensi drammi e rivelazioni e grandi gioie mi spalancò una porta su una grande speranza, quella di riuscire finalmente a rendere eccezionale la mia vita. 
   Dovevo però dapprima capire come ciò potesse accadere, dovevo analizzare, soppesare, comprendere tutti i meccanismi fisici, elettrici e magnetici che presiedevano a questo spettacolare evento biologico. Cominciai a studiare i processi che mutano l'evento in ricordo: i sentimenti diventano reazioni chimiche, le emozioni impulsi elettrici che correndo sulle sinapsi si incastrano alla fine nel tessuto cellulare dei nostri neuroni, diventano materia organica.
  E non era poi così straordinario pensare che i ricordi potessero passare da una persona all'altra: tutti abbiamo vissuto almeno una volta l'esperienza di fissare come ricordo proprio quello di qualcun altro. Dipende soprattutto dall'intensità con cui ce l'hanno trasmesso. 
  Si trattava piuttosto di capire come allenare le mie invisibili antenne, quegli organi misteriosi deputati alla percezione dei loro sottili componenti. Da quel momento la caccia ai ricordi divenne il mio sport preferito e diventai bravissimo, ne rubavo a centinaia, cercando i luoghi affollati e le vittime più interessanti da vampirizzare, avendo ormai affinato la mia capacità di riconoscerle.
  Un giorno fu il mare, un fortissimo profumo di mare che mi travolse all’improvviso durante l’intervallo, in sala professori.

3. Carla 

Chi l’avrebbe detto che aprendo quel vecchio libro sarebbe saltata fuori quella foto? Ero proprio bella vent’anni fa con i capelli mossi dalla brezza marina, lo sguardo rivolto all’orizzonte e le gocce di sale sulle labbra verso le quali correvano per osmosi le lacrime che scendevano silenziose dalle mie guance. Mi aveva lasciato così, senza che potessi farci niente e senza che potessi farmene una ragione. Lo sapevo già allora che non avrei mai più trovato nessuno come lui.
E’ incredibile come da quel momento il profumo dell’aria marina non cessi di scendermi nei polmoni come una lama che mi taglia il respiro. Eppure è dolce, nonostante la salsedine, come lo è il suo ricordo e quel che resta del mio amore per lui.

    Il mare sì, lo sentii arrivare di colpo dolce e amaro. Anch’io avevo dei ricordi legati al mare, le conchiglie raccolte con mia madre sul bagnasciuga, gli ossi di seppia che affioravano dalla sabbia al mattino, l’odore del sale essiccato sugli scogli e quello delle alghe che marciscono al sole. Anche gli odori cattivi diventano buoni nel ricordo. 
   Ed anche i drammi diventano tollerabili una volta trasfigurati da quel magico ingranaggio che è la memoria.
   Fu una seconda folgorazione: il ricordo sublima sempre la realtà, ciò che abbiamo vissuto viene passato a un vaglio le cui maglie si fanno tanto più larghe quanto più lontano è l'evento passato e fatto in modo tale da mantenere in superficie solo ciò che ci dà benessere, mentre tutto il male scorre via. E’ una specie di autodifesa della coscienza, uno stratagemma messo in atto dall'io per far diventare sopportabile il dolore che siamo costretti nostro malgrado a provare nella vita.
   Mi accorsi anche che il ricordo altrui poteva facilmente sommarsi al mio per diventare un magma indefinito ricco e dolce al tempo stesso in cui tutte le esperienze mie ed altrui si sarebbero confuse in un denso e indistinto fluire.
   Avevo trovato la mia droga. Per anni ho vissuto così, cibandomi sempre più avidamente dei ricordi che captavo attorno a me, nell'incessante ricerca di tutto ciò che potesse alimentare il mio bisogno di vita. Altrui. Perché della mia in questo flusso ne è rimasta ormai ben poca.
   Una danza, un girotondo inebriante fu quello in cui mi trovai trasportato una notte passando sotto le finestre della casa all'angolo della mia via.

4. Stefano, Anna e Roberta

Sono su una nave che si impenna in mezzo a un mare molto agitato, ho la nausea non so più come e dove appoggiare i piedi -c'è una lunga strada davanti a me un po' in salita- poi improvvisamente all’orizzonte si alza un’onda più grossa delle altre -qualche nota comincia a suonare nella grande sala- si fa sempre più gigantesca, vedo la sua cresta ergersi fin sopra il fumaiolo -ci sono molte persone che ridono e parlano ad alta voce- mentre l’acqua si scava, lungo una superficie sempre più concava sulla mia testa. Tutti già ballano alla festa e l’uomo dei miei sogni mi viene incontro mi avvolge e poi mi bacia mi bacia mi bacia all’infinito. Lungo la strada le ombre si fanno sempre più lunghe. L’aria si ferma mentre la massa d’acqua è sospesa sul mio capo. I suoi occhi nei miei. In fondo alla strada c’è papà che mi aspetta, comincio a correre, ma divento sempre più piccola non ce la farò mai, i miei passi si fanno sempre più corti, i suoni sempre più ovattati, il terreno molle mi inghiotte -c’è ancora la musica e lui che mi stringe a sé- Papà è ormai solo un’ombra lontana, lui mi sorride beato e l’onda mi si è schiantata addosso nell’attimo in cui mi sono svegliato.

   Rimasi stordito da tante emozioni assorbite tutte assieme e da quel momento decisi che i sogni sarebbero diventati il mio terreno di caccia preferito. I sogni sono dei ricordi al quadrato, delle memorie iperboliche in cui la vita si intreccia alle aspirazioni, il vissuto al desiderio, il passato al futuro, voluto o temuto che sia.
   Chissà se avrei mai potuto imparare a riconoscere anche i ricordi che venivano dal futuro. C’è chi è convinto che siano possibili e che possa crearsi in qualche modo un legame tra quello che sarà e quello che è stato. Quando ciò avviene è come se un nostro io futuro battesse sulla spalla di quello presente dicendogli “ehi, occhio, qui c'è qualcosa cui devi fare attenzione!”.
   Come adesso, chissà a cosa dovrebbe fare attenzione quest’uomo che sembra svegliarsi proprio ora accendendo la luce in fondo al corridoio. Il suo ricordo sembra però essere tra i più intensi che io abbia mai sentito, si direbbe uno di quelli di cui è poi difficile liberarsi nel corso di tutta una vita. Sono arrivato forse finalmente al ricordo definitivo?

5. Andrea

Ancora questo incubo che mi fa sussultare ogni volta nel cuore della notte. E’ terribile doversi svegliare tutte le volte con questa angosciante sensazione di ineluttabilità, con questo terrore di fare qualcosa di irreparabile, con questo senso di morte che mi schiaccia. Ma… ma cos’è questo rumore, c’è qualcuno… chi c’è là in fondo al corridoio? fermi là, fermi sono una guardia giurata, sono armato… ma, ma… fermo ho detto, fermo! nooo!!!!

Un folle dagli occhi assatanati, le narici dilatate e le labbra arricciate in una smorfia di soddisfazione diabolica.

Un foro in fronte da cui sento uscire piano fino all’ultima goccia di memoria.


5. Un (decimo) anniversario al mese - 7 Maggio 2007

Fiat VOX. La voce, il verbo crea i mondi, si sa.

Nessun oggetto per il decimo anniversario del mese di maggio, in compenso un intero mondo: il 7 maggio 2007 nasceva questo blog.
E' cambiato molto da allora e non solo perché la piattaforma è diversa.

Questa è l'ultima schermata del mio blog su VOX, dopo poco più di tre anni dalla sua nascita. È l'unica che mi è rimasta. 

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Fiat LUX. La luce crea i mondi, tra l'alba e il tramonto è vero che c'è dentro tutto.

E' infinito l'elenco delle cose belle che sono uscite in qualche modo da lì, ma oggi 7 maggio 2017 mi basta ricordarne una, anzi no due: il Marco e lo Ziggy, il mio gatto adorato. 


Sentier littoral du Cap Taillat

Questa escursione è indubbiamente una delle più belle che si possano fare lungo le coste della Côte d'Azur.
Lo so, questa cosa l'ho detta almeno una decina di volte, ma basterà dare un occhio alle foto che seguono per rendersi conto a quale punto la natura qui abbia dato il meglio di sé.

Siamo in zona St-Tropez, nel comune di Ramatuelle, in un parco naturale protetto percorribile solo a piedi (possibilmente in adorazione) tra la macchia e il mare.

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La meta della nostra gita, come si diceva nella Settimana enigmistica qualche anno fa (ma forse in effetti esiste ancora quel cruciverba, visto che si tratta della rivista più conservativa mai stata stampata dai tipi italiani), la nostra meta, dicevo, è Cap Taillat, una penisola che si stacca dalla costa attraverso un istmo di sabbia, il secondo tra i capi che disegnano questo tratto di costa tra Ramatuelle e La Croix-Valmer.

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"Eccessivo", "esagerato" e altri aggettivi simili, era più o meno questo il tono delle parole che mi uscivano dalle labbra mentre ridevo incredula, camminando lungo i sentieri e le rocce di questo sito, che da quando è diventato un'area naturale protetta è esploso nuovamente in tutta la sua bellezza. 

Fino agli anni '90 infatti la frequentazione della zona era completamente anarchica, le automobili potevano arrivare sino all'istmo di sabbia di Cap Taillat ed era praticato normalmente il camping selvaggio di tende e caravan.

Il Conservatoire du littoral ha acquistato la zona nel 1987, quando il Club Med aveva progettato di costruirvi un porto e 400 bungalow. Da allora l'area è ritornata ad essere un paradiso di pace. La vegetazione ha ripreso piede, piante e arbusti sono tornati ad essere padroni dei luoghi regalando ai visitatori profumi e colori unici, che si mescolano sapientemente con quelli del mare.

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Ci sono vari percorsi possibili per visitare questa zona litoranea, noi siamo partiti dalla spiaggia dell'Escalet, da dove l'istmo di Cap Taillat si raggiunge in circa 30-45 minuti, a seconda che si scelga il sentiero più diretto o che si percorrano le piste più impervie tra le rocce. E a seconda, soprattutto, di quante pause per scattare foto si facciano.

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Lungo il cammino si passa accanto a piccole spiagge argentate e criques che racchiudono specchi d'acqua di un azzurro sorprendente; i profumi e i colori della macchia mediterranea esaltano al massimo l'esperienza sensoriale di questi luoghi.

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Tocccherà tornare presto per visitare meglio la zona; il lungo tratto di costa tra Cap Camarat e cap Taillat permette infatti molte altre escursioni.

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4. Un (decimo) anniversario al mese - 18 Aprile 2007

Una televisione.
Ma non l'oggetto, gli studi proprio. 

Sono nata in aprile e Cerere è anche la dea della nascita. 

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Sono nata in aprile, a Pasqua, il giorno della rinascita. 

L'anno scorso all'Astrorama -era febbraio- li ho finalmente osservati tre dei satelliti galileiani di Giove, erano Io, Europa e Callisto.

Cerere non c'era.
Ovviamente.


 

 


On parie qu'à Paris... ?

On parie? Scommettiamo?
Scommettiamo che a Parigi si può...

Trovare una scala per le nuvole

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uscire dal tunnel e senza nessuna guida

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Tornare a Arco

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Alzare gli occhi per trovare le parole giuste

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Abbassare gli occhi per trovare giganti sotto alberi quadrati
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Sentire il profumo del bello

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E avere abbastanza tatto per poterlo toccare

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Baciarsi come in un film

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dicendo ti amo in una lingua che non si capisce niente

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Scommessa vinta, mi sa.




Le Musée Jacquemart-André

Il Musée Jacquemart-André lo avevo scoperto anni fa in compagnia di una cara amica ed era nostro progetto di tornarci presto assieme. In realtà il destino ha voluto che per me accadesse prima, ma la cosa non esclude certo una seconda prossima visita. L'esperienza di questo piccolo museo è infatti un tale piacere per gli occhi e per lo spirito che l'idea di volerci tornare più volte sorge quasi spontanea, fosse anche solo per vedere l'esposizione temporanea del momento o per il brunch domenicale, servito al caffè ristorante allestito nel salone da pranzo al pian terreno e al quale si può accedere anche a prescindere dalla visita.

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Questo museo è un gioiello, un vero scrigno di bellezza sia per quel che riguarda il sito stesso, che per la meraviglia delle opere che custodisce.
Si trova al 158 di Boulevard Haussmann a Parigi ed è gestito da Culturespaces, una società che cura alcuni tra i più bei siti museali di Francia tra cui quelli di Nîmes, Orange, Baux-de-Provence e la Villa Ephrussi de Rotschild di Cap Ferrat, le cui foto fatte a suo tempo mi sono valse l'invito a questo piccolo tesoro che si trova un po' nascosto tra i palazzi dei grandi Boulevard che si diramano dall'Arc de Triomphe, nei pressi degli Champs Êlisées.

La novità rispetto alla mia prima visita è che ora si possono fotografare gli interni (eccezion fatta per l'esposizione temporanea, per la quale evidentemente ci sono diritti diversi da rispettare), cosa che mi permette di raccontare qui la sua esperienza per immagini. Invece mancava rispetto ad allora uno dei pezzi forti della collezione, il "San Giorgio e il drago" di Paolo Uccello, attualmente in restauro.

L'edificio era l'abitazione di una coppia appartenente all'alta borghesia parigina di fine '800.
Édouard André e sua moglie Nélie Jacquemart erano grandi estimatori d'arte (Nélie pittrice lei stessa) e soprattutto erano provvisti di una fortuna considerevole che permise loro di creare una collezione privata dall'importanza davvero impressionante. Édouard aveva il progetto di costituire una collezione di quadri, sculture e oggetti d'arte del XVIII secolo mentre Nélie si interessava soprattutto alla pittura italiana. Per misurare l'ampiezza di quello che è riuscita a raccogliere basta dire che la maggior parte dei quadri italiani dai primitivi al Rinascimento presenti a Parigi si trovano qui. 
Alla loro morte la villa è stata donata all'Institut de France.

Attraversare queste stanze è un'esperienza immersiva nella ricchezza d'arte che ha permeato la vita di questa coppia di appassionati. Mobilio, sculture, dipinti, arazzi, affreschi, ceramiche, ovunque l'occhio si posi trova opere d'arte incredibilmente preziose.
La visita inizia dal Salon des peintures che è una sorta di anticamera che precede il Gran Salon: Boucher, Chardin, Canaletto, Nattier sono i prestigiosi artisti che si trovano qui riuniti. Il Gran Salon, dalle caratteristiche linee semicircolari era la stanza di ricevimento per eccellenza. Un meccanismo idraulico permetteva di far sparire le pareti che lo separavano dalle sale adiacenti per aumentarne la capienza fino a mille invitati. 

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Da qui si accede alla Sala della Musica, ricca di dipinti del '700 francese e quindi alla Sala da Pranzo, il cui elemento più importante è l'affresco sul soffitto, opera di Giambattista Tiepolo, proveniente da Villa Contarini a Mira.
Seguono il Salon des Tapisseries e il Cabinet de Travail, anch'esso decorato da un affresco del Tiepolo, il Boudoir, destinato inizialmente ad accogliere l'appartamento privato di Mme Jacquemart e poi la Biblioteca, inizialmente camera da letto di Nélie, decorata da dipinti fiamminghi e olandesi del XVII secolo, tra cui spiccano dei Rembrandt e un Van Dyck. 

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Il Fumoir, secondo la moda del Secondo Impero è decorato in stile orientale, mentre il Jardin d'Hiver è una caratteristica dell'epoca di Napoleone III. Questo atrio vetrato rivestito in marmo si apre su un'incredibile scala doppia, di una leggerezza sorprendente malgrado i materiali di cui è costituita (marmo, pietra, ferro, bronzo). L'affresco di Tiepolo che vi si trova in alto è il culmine della sua decorazione.

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Il Museo Italiano, dove la coppia riunisce tutte le opere raccolte in Italia si apre sulla Sala delle sculture, che inizialmente era l'atelier di Nélie. Si trattava un po' del loro giardino secreto, la cui visita era riservata a pochi.

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La Salle Florentine è concepita come una cappella che racchiude opere per lo più ad ispirazione religiosa, tra cui dei dipinti di Sandro Botticelli e del Perugino.

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La Salle Vénitienne raggruppa le opere di Venezia e delle scuole del Nord Italia con capolavori di Bellini, Mantegna, Crivelli e Carpaccio.

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La visita termina con gli appartamenti privati, tre stanze al piano terra, comprendenti le due stanze da letto e l'anticamera. 


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