Luci di Natale a Nizza - Noël 2017

Nizza quest'anno si è accesa per le feste di Natale prendendo come tema quello che sarà il filo conduttore del prossimo carnevale: lo spazio e la sua conquista.

Noël dans l'espace è il soggetto dei giochi di luce cui fa da schermo il grande albero stilizzato in fondo al miroir d'eau, delle proiezioni sulle facciate dei palazzi e delle decorazioni in forma di razzi di Place Masséna. 

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Il fulcro di tutte le animazioni restano il Miroir d'eau, con i suoi giochi di luce e d'acqua e i Giardini Albert 1er, in cui è stato allestito anche quest'anno il Villaggio di Natale.

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La Grande Roue domina come al solito su tutto

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E vedere Nizza dall'alto è sempre un bellissimo spettacolo

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Jean Gilletta et la Côte d'Azur - Esposizione al Musée Masséna

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Jean Gilletta, fotografo nizzardo attivo dalla seconda metà dell''800 è stato uno dei più importanti illustratori del paesaggio, della vita e delle tradizioni della Costa Azzurra.

Ad osservare le opere esposte nella mostra aperta fino al 5 marzo 2018 al Musée Masséna ci si rende conto che non c'è stato luogo della regione che egli non abbia immortalato, non festa o tradizione, non evento o manifestazione che non sia stata registrata dalla sua macchina fotografica.
Dal 1870 al 1830: sono 50 gli anni di paesaggi e reportages qui esposti attraverso un allestimento molto curato nelle luci, nella disposizione delle immagini e nella descrizione dei vari temi e momenti, che mirano anche a ricostruire la storia di Nizza e della sua regione a cavallo tra XIX e XX secolo.
L'installazione è fatta nell'ottica di una reinterpretazione delle immagini attraverso il loro ingrandimento e la colorizzazione, la riproduzione su supporti moderni, la composizione multipla valorizzata dalle luci e da fondali cromaticamente suggestivi, ricalcando in qualche modo l'operazione stessa che il grande fotografo nizzardo fece, mutatis mutandis, all'epoca.

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Nel1881 Jean Gilletta crea una casa di edizioni, ancora esistente e tra le più antiche di Francia.
Per diffondere il più possibile le immagini dei suoi scatti non si è limitato alla stampa tradizionale, ma ha optato subito, dalla sua creazione, per il supporto della cartolina postale. E' proprio questa che poi ha reso celebre il suo nome nel mondo assieme alla riproduzione dei suoi scatti nelle pubblicazioni turistiche.

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Se la Costa Azzurra è stata mitizzata come terra di viaggi e soggiorni paradisiaci a partire dal XIX secolo in poi, lo si deve anche a lui, alle migliaia di fotografie che egli fece e che hanno fatto il giro del mondo, spedite come cartoline in ogni dove.

Attraverso 5 tematiche principali (Nice capitale della villeggiatura , Nissa la Bella,  Per monti e per valli, Sotto l'azzurro, lungo la costa, L'attualità in immagini) si è accompagnati a seguire l'evoluzione dei soggetti rappresentati dalla fine del Secondo Impero fino a poco prima dell'inizio della Seconda Guerra Mondiale. Sono presenti anche le fotografie che egli fece durante il suo apprendistato con W. de Bray e quelle del nipote, Louis Gilletta, che gli succedette alla guida dell'attività nel 1926.

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Una visita che merita davvero. Se conoscete Nizza e la sua regione al giorno d'oggi non potrete che apprezzare la visione dell'ampiezza del cambiamento che ha subito nell'ultimo secolo. Se non la conoscete sarà la bellezza delle composizoni e dell'arte quasi pittorca dei suoi scatti ad affascinarvi.

 


Castel Thun

Certo, in una giornata di sole la visita sarebbe stata senz'altro più gradevole, permettendo di approfittare anche dei giardini e dei cortili interni del castello. Senza contare che i suoi locali molto bui sarebbero stati illuminati in quel caso dalla luce esterna, permettendomi di fare delle foto di sicuro migliori, ma tant'è. Peraltro la giornata piovosa pervasa da una nebbiolina ghiacciata e i colori autunnali del paesaggio hanno accentuato l'atmosfera un po' malinconica di quelle stanze congelate in un apparente presente, in cui gli oggetti sembravano solo aspettare chi potesse rendere loro un'utilità, ancora una volta.

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Castel Thun, si trova in Val di Non, in cima ad una collina a 609 m vicino al paese di Vigo di Ton. Venne costruito nella metà del XIII secolo e fu la residenza della famiglia dei Tono, antichi feudatari vescovili.

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E’ un monumentale fabbricato di stile gotico circondato da un complesso sistema di fortificazioni, ricco di torri e torrette e con la Porta Spagnola costruita con massicci conci bugnati. Varcata la porta del ponte levatoio, si entra nel colonnato dominato dalle due torri medievali dette “delle prigioni” e 18 massicce colonne di pietra. La singolare tettoia serviva per riparare i cannoni dalle intemperie. Di fronte al colonnato, si erge il palazzo baronale che è la parte più antica del castello.

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Dalla parte opposta sorge la Torre della biblioteca.
Il palazzo baronale fu costruito sulla viva roccia da Manfredino, Albertino e dai quattro figli di Marsilio Thun.
L'atrio è nella vecchia torre gotica, vi si possono ammirare un grande stemma dei Thun-Kónigsberg con la data 1585 dipinto sulla volta e tracce di affreschi quattrocenteschi.

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Al piano terra si trovano le stanza di rappresentanza

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A sinistra del lungo corridoio si apre la porticina della cappella dedicata a S. Giorgio, decorata a tempera da uno dei discepoli di Jacopo Sunter della scuola di Bressanone.

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Al primo piano ci sono le cucine e le stanze di servizio.

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Ai piani superiori le stanze private

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Nella sala della spinetta è presente un cembalo a martelli databile attorno al 1800. Come tutti gli aristocratici dell'epoca anche i Thun amano e coltivano la musica. A Praga ospitano e proteggono celebri compositori come Mozart, Liszt e Chopin.

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La sala degli antenati è una sala di rappresentanza, vi si trovano i ritratti di illustri gentiluomini, dame e prelati che serbano memoria del nobile casato.

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Stanza del camino: realizzato nel primo 1500, è un trionfo rinascimentale di forme vegetali, intrecciate in volute ed elaborate grottesche, tra grappoli d'uva, volti di putti, mascheroni e musi di animali.

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L'ultimo piano, ridefinito dagli interventi settecenteschi, presenta una serie di camere e salotti riservati al riposo e alla sfera privata. La sala delle mappe è dedicata all'esposizione dei possedimenti Thun nel territorio trentino.

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La
 Stanza del Vescovo è forse l'ambiente più noto e celebrato del castello. La struttura cinquecentesca in legno di cirmolo e abete, fu riadattata da Sigismondo Alfonso Thun, principe vescovo di Trento e Bressanone nella  seconda metà del '600. La Porta di Ercole, datata 1574 è ornata di rilievi a tema sacro e profano e da intarsi con motivi vegetali e vedute di città. La stufa in maiolica bianca e blu (1671) presenta i simboli araldici dell'aquila tirolese, del casato Thun e dell'agnello con vessillo, simbolo del principato vescovile di Bressanone.

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La Camera azzurra è tradizionalmente indicata come la stanza dove avrebbe soggiornato Napoleone durante uno dei suoi passaggi in regione. Prende il nome dal colore turchino della carta da parati, completata da delicate bordure a motivi floreali.

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Sul finire del '700 ogni stanza dei piani superiori è dotata di un'elegante stufa in maiolica. Collocata a parete la stufa era caricata da un corridoio o da un vano di servizio esterno.

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Camera Biedermeier
Rivestita da carta da parati gialla e completata da pitture a tempera con medaglioni sorretti da tritoni, è arredata da mobili ottocenteschi. Alcuni sono improntati alle forme sobrie e funzionali dello stile Biedermeier di ambito mitteleuropeo, altri sono realizzati da mobilieri lombardi. La stanza è dotata di un intimo cabinet rivestito da una raffinatissima carta da parati di provenienza parigina, in cui si alternano ovali con scene mitologiche, allegorie delle arti e vedute marine.

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Liz Magor al Mamac

"Gli oggetti che mi interessano sono quelli che passano inosservati, che restano discreti, senza importanza, ordinari (...) cerco di toglierli leggermente dall'ordinario per portarli nello "straordinario". Un po' come nel surrealismo: il reale è leggermente trasformato per scivolare in uno spazio insolito" (Liz Magor, 2016)

La peculiarità di questa artista canadese risiede proprio nel servirsi di oggetti modesti, quotidiani per creare un universo in cui la patina del tempo e il vissuto di ogni cosa vengono creati attraverso l'illusionismo di oggetti finemente elaborati.
Liz Magor dà una vita nuova ad oggetti umili e insieme ne ricrea di nuovi, modellandoli con un'estrema raffinatezza. 
La sua attenzione all'usura del tempo, la preziosità delle riparazioni che apporta agli oggetti la situa anche nel solco di un'etica della cura e della preservazione.

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Il lavoro esposto al Mamac consta di una cinquantina di opere, create tra il 1989 e il 2017 . Attraverso di esse Liz tenta di oltrepassare il carattere statico della scultura, unendo sapientemente oggetti trovati, altri riparati e altri ancora creati nel suo atelier: sculture che imitano asciugamani, vestiti e piatti si articolano intimamente con oggetti reali, sigarette, birra, bottiglie, generando una confusione tra la produzione in atelier e l'oggetto di manifattura che lascia spiazzati.
Per realizzare le sue opere l'artista utilizza la tecnica del calco in gesso polimerizzato che rende possibile riprodurre le qualità visive dei materiali iniziali.

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L'esposizione si apre con la presentazione di quello che potrebbe essere un magazzino per mobili, un universo in transizione, nato essenzialmente dall'accumulazione di oggetti reali: One bedroom apartment (1996-2017)

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“Una casa è come una vetrina per esporre i ricordi degli oggetti che hanno un significato. Tutti questi materiali morti occupano la casa. Le persone li utilizzano come piccoli significanti della loro soggettività al fine di crearne una versione solida”.

Liz Magor (conversazione con Céline Kopp, ottobre 2013).

Riallestita recentemente in Francia e in Europa One Bedroom apartment è stata ricreata per l’esposizione al Mamac. Questa esposizione interpella il bisogno di rifugio, ma anche la voglia di accumulare, proteggere e nascondere.
L’artista ricompone un appartamento fittizio a partire dalla raccolta di materiale locale di mobili e piccoli oggetti recuperati, ma è un appartamento in via di trasloco, non è più funzionale, è "in attesa di", aspetta di tornare se stesso altrove. Eppure quello che ne esce è un'idea di rifugio.
L’unica costante dell’installazione è la scultura di un cane bianco, sprovvisto di sguardo e pelliccia: il cane esiste in funzione di tutto ciò che è accumulato attorno lui, è la sua casa, anche se completamente smontata.

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Double cabinet (Blue) 2001, appare all’inizio come una pila di asciugamani ripiegati con cura. Tuttavia questa pila non ha né spessore né densità, poiché si tratta di una facciata, di un guscio vuoto, un nascondiglio per una riserva di bottiglie di alcolici.

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Carton II (2006) lo stesso principio per nascondere in questo caso la dipendenza dalle sigarette.

Style (2017): l’osservatore è in un primo momento attirato dal candore che esce dall’installazione .Le tre statuette di gatti rimandano a quelle chincaglierie che si ammassano a volte sugli scaffali per prendere la polvere e essere presto dimenticate. L’artista dà loro una seconda vita, disponendole su una base in forma di tappeto volante che evoca gli imballaggi su cui sono disposti gli oggetti nei mercati delle pulci.

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In Soft yellow (2015) un uccello imbalsamato è posto su una scatola e avvolto da un sacchetto protettivo mentre giace su una mano. È evidente qui la sua volontà di creare un'immagine di tenerezza, cura e protezione.

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Banff chair (1991): Nei primi anni '90 produce una serie di sedie basate sul design iconico dell’inizio del 900 mescolati con la scelta di materiali tradizionalmente associati con la conquista del west. Questa è ispirata alla sedia Bibendum di Eileen Gray , ma è in pelliccia marrone e sul suo dorso si trovano un paio di guanti in pelle. 

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Sleeping bag 2 (1998) rappresenta uno spazio vuoto, una sorta di sarcofago o una specie di bozzolo di insetto. 

Sleeper #2 (1999): si tratta di teste di bambole avvolte in un involucro di silicone. Come gran parte delle sue opere anche questa unisce elementi di recupero con altri da lei forgiati. L’emozione che sprigiona è ambigua in quanto queste forme richiamano al tempo stesso un bambino in fasce e un corpo imbalsamato. 
Il rapporto tra contenitore e contenuto costituisce un tema ricorrente nelle sue opere. 

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Party pet (2016) è una delle opere che utilizzano pupazzi in peluche. La sua volontà dichiarata è quella di cercare di dare a questi oggetti poco nobili una loro dignità, nel tentativo di onorare il bisogno umano di pienezza o di espressione affettiva.
“Je ne veux pas dire que les objects ont un contenu affectif. Ce sont des écrans sur lesquels je projette mes émotions.”
Sono degli schermi sui quali vengono proiettate le emozioni.

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Good Shepherd (2016): la maglia, la coperta e la fotografia del collie che sembra proteggere l’agnellino sono disposti su una superficie che ricorda una scatola di cartone appoggiata al muro.
Tweed (kidney) (2008): una bottiglia alcolica inserita in uno stampo di una giacca di lana dal realismo sorprendente. Nonostante l’apparente immobilismo ciò che ne esce è di forte tensione. 
Stack of Trays (2008): vassoi, mozziconi, chewing gum, dolcetti, un pacchetto di sigarette, bottiglie di alcolici sono ammucchiati come alla fine di una serata. Tra questi oggetti spicca un roditore addormentato come se fosse sazio dopo la festa.
Vera natura morta contemporanea questa scultura unisce al realismo dei resti dei bagordi la delicatezza di questo intruso di solito indesiderabile.

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Molte delle sue sculture rimandano alla nozione del rifugio. Tutti i contenitori oscillano tra busta protettrice e la membrana morbida, ricordando in questo modo la vulnerabilità materiale dei corpi e degli oggetti.

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Le sue sculture parlano di obsolescenza e sparizione, quella degli oggetti e la nostra. Questa percezione è fortificata dalla presenza di animali, immobilizzati tra un sonno dolce e l'eterrno riposo.
Esse giocano anche sul registro dell'assenza e della reminiscenza, disegnando le storie e le possibili identità dei vecchi proprietari attraverso la loro stessa assenza.

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10. Un (decimo) anniversario al mese - 20 ottobre 2007

Una foto.
Una breve vacanza. 

La mia prima Costa Azzurra. 

053

A volte non si può prevedere quella che sarà la nostra nuova casa.
Ma tanto prevedere non è che serva a granché

A dire il vero
niente serve mai a niente
nel senso che

tutto quello che si fa e si prova non è di alcuna utilità
ma anche che

non c'è nulla che alla fine sia del tutto inutile 

(che quando ci sono troppe negazioni si perde il filo e troppo spesso sembra di affermare il contrario
di quello che si vuole)


Domenica mattina a Monza

A Monza ci ero stata a più riprese tra il 2008 e il 2009 e ne avevo serbato un bel ricordo di cittadina elegante e gradevole. 
Questa volta siamo passati rapidamente, approfittando di un sabato sera davvero tardivo, trascorso tra la ricerca dei luoghi della memoria di Marco e una pizza che non arrivava mai alla Pizzeria del Centro e soprattutto di una domenica mattina di fine settembre dal clima ancora tiepido, con la luce ancora estiva che incideva i contorni delle cose e le bancarelle dei vari mercati che cominciavano appena ad offrire i loro prodotti ai passanti.
Credo che fossimo gli unici "turisti".

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Monza nella mia memoria accende immediatamente due ricordi.
Il primo è Tommaso Labranca. No, non lui direttamente, ma un suo libro, 78.08 che ho acquistato nella libreria Libri&Libri in uno di quei miei passaggi di allora. Il romanzo, che era uscito da poco, mi era praticamente caduto tra le braccia mentre mi soffermavo diosolosaperché a curiosare tra gli autori che cominciano per L.
Sono numerose, sono proprio tante le librerie a Monza e questo mi ha fatto riflettere sul
 fatto che una città non si misuri tanto dal numero di abitanti o dalla superficie del comune, bensì dalla sua profondità, che è rappresentata anche dalla quantità di libri che chi ci vive è solito acquistare.

Il secondo è un corso di step organizzato in piazza dalla palestra Moving di Lissone nell'ambito di un evento sponsorizzato da radio Number One (la 10 k credo). Si moriva di caldo -era estate- ma la coreografia piuttosto articolata mi aveva molto divertita. 

Due bei ricordi possono bastare. Il passato è limpido.
Il presente è sereno, insomma lo era.

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BBS Wine bar à Saint-Jean-Cap-Ferrat

Cap Ferrat è un isola di pace, il luogo più vicino a Nizza dove si ha davvero la sensazione di trovarsi ailleurs.
Complice la natura con tutti i sui profumi, la passeggiata pedonale litoranea e soprattutto l'atmosfera di villaggio del centro abitato che fa da comune a tutta la penisola, Saint-Jean-Cap-Ferrat, qui si è davvero lontanissimi dai ritmi e dalla folla della città.

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Questa cittadina dall'atmosfera elegante e curata ha conosciuto negli ultimi anni un rinnovo del porto, della passeggiata che vi si affaccia e della sua piazza principale, lavori che l'hanno resa ancora più bella, offrendo ad abitanti e turisti un vero salotto di cui approfittare con una vista unica sul mare. 

Ed è proprio qui, sulla Place Georges Clémenceau, che si trova il BBS Wine Bar.

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Questo locale noi lo conosciamo da molti anni e da quando siamo qui ha in effetti cambiato molte gestioni, ma solo da due anni a questa parte è diventato un punto fermo per chi vuole assicurarsi un aperitivo gradevole al ritorno da una giornata di spiaggia.


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Il locale offre infatti vini al bicchiere pregiati e si è specializzato nella praparazione dello Spritz che qui è davvero impeccabile, servito spesso con qualche tapas e sempre con il sorriso da parte del gestore. 

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Non mancate di passare di qua durante i vostri soggiorni sulla Côte d'Azur, il locale resta aperto tutto l'inverno, concedendosi una pausa solo a febbraio.
Ah, se passate avvisate, che un salto lì lo faccio volentieri anch'io!


Jaffa

Jaffa (in ebraico Yafo) è la parte a sud della città di Tel Aviv. E' uno dei porti più antichi al mondo ed è a tutti gli effetti la parte storica della città moderna, creata a nord della cittadella nel 1909. 

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Prima di allora era una città musulmana. La sua esistenza è attestata da 3500 anni ed è citata nella Bibbia e nei Vangeli. Nella sua lunga storia ha visto dominazioni Turche, Napoleoniche e Inglesi e soprattutto i conflitti Israelo-palestinesi, prima di fondersi nel 1950 con Tel Aviv.
Jaffa, che in ebraico significa "la bella" si trova su una collina affacciata sul Mediterraneo e da qui osserva i grattacieli della "città bianca". 

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L'atmosfera qui è ricca di storia, questa fortezza ha mantenuto un fascino autentico, pur riuscendo a reinventarsi un presente piuttosto trendy e alla moda.

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A Jaffa si trovano influenze ebraiche e arabe. Nonostante il grande esodo del 1948 ci vivono 18.000 palestinesi di cittadinanza israeliana, cifra che corrisponde a un quarto dell'intera popolazione del quartiere. Anche se la situazione è più complessa di quanto appaia a prima vista Jaffa resta a tutt'oggi un simbolo di convivenza e tolleranza in Israele.

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Celebre per il suo mercato delle pulci a Jaffa si respira un'atmosfera orientale mista a un gusto elegante e europeo.

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Il porto di pescatori si anima alla sera, quando i bar e i ristoranti si affollano per assistere al tramonto che si accende sul mare.

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Nazareth

A Nazareth mi ci sono trovata un po' per caso, come in tutto questo viaggio in Israele peraltro, un po' infiltrata appresso a Marco che ci è venuto per lavoro. E uno dei suoi meeting era appunto qui, ragione per la quale ho per quel giorno disertato la spiaggia di Tel Aviv per visitare questo luogo mitico, in cui la tradizione cristiana vuole sia vissuto Gesù.

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Durante tutta la mattinata ho avuto una guida d'eccezione, Rula, una brillante avvocatessa moglie dell'ingegnere che doveva incontrare la delegazione della società per cui lavora Marco, che gentilmente si è offerta di accompagnarmi nella visit
a della cittadina della Galilea, dandomi anche un sacco di informazioni relative alla storia e alle tradizioni della zona.

Nazareth è la più grande città araba del paese, composta per il 60% da abitanti di religione islamica e per il 40% da cristiani (cattolici e ortodossi).
Rula mi ha accompagnato attraverso il mercato, spiegandomi che un tempo era molto più vivace e attivo e che ora, a causa dello sviluppo dei centri commerciali e dello spostamento delle nuove generazioni fuori dal centro storico della città, la sua attività si è ridotta in modo considerevole. Qualcosa dello spirito del mercato mediorientale vi sopravvive ugualmente, con quell'accozzaglia tipica di oggetti utili, modernariato e arredamento così tipica. 

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Lei è cresciuta proprio in una delle vie adiacenti e quando ho preso questa foto, mi ha confessato "è il mio angolo preferito".

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Rula mi ha poi fatto visitare prima la Basilica dell'Annunciazione che domina letteralmente il panorama della città.

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C
ostruita sul sito che la tradizione cristiana vuole corrisponda a quello in cui Maria avrebbe ricevuto la visita dell'Arcangelo Gabriele con l'Annuncio della nascita del Cristo, l'imponente basilica in cemento armato è formata da due chiese sovrapposte.
In quella inferiore si trova la "Grotta dell'Annunciazione" che corrisponde alla casa di Maria. E' visibile una scala, nominata anche dalle scritture, quella dalla quale l'Arcangelo sarebbe sceso per darle la lieta novella.

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Nella chiesa superiore, come nel piazzale antistante, si possono ammirare numerosi mosaici provenienti da tutte le parti del mondo raffiguranti la Vergine Maria e Gesù. E' buffo vedere come ogni nazione se li immagini con i tratti e gli abiti tipici delle proprie genti.

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E' la più grande chiesa cristiana del Medio-Oriente (well, non ci sono molte chiese cristiane nel Medio-oriente, ha aggiunto Rula). Inaugurata nel 1964 da Papa Paolo VI, vi hanno officiato la Messa anche i Papi successivi.

Siamo passate poi alla visita della piccola chiesa greca ortodossa di San Gabriele, quella di Rula -ci ha tenuto a dirmelo mentre mi porgeva la caratteristica sottile candela da affondare nei bacili riempiti di sabbia- in cui, secondo una tradizione cristiana parallela sarebbe in realtà avvenuta la vera Annunciazione (eh, neanche tra cristiani si mettono d'accordo da queste parti). Qui infatti c'è il pozzo al quale Maria sarebbe venuta ad attingere l'acqua quando Gabriele le fece visita.

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Un altro luogo molto suggestivo che mi ha fatto visitare sono i tunnel sotterranei, scoperti solo 15 anni fa, in cui si nascondevano i primi cristiani prima che Costantino emanasse il suo editto di tolleranza. Mi ha spiegato che essi percorrono per decine di chilometri il sottosuolo della città e la loro ristrettezza mi ha decisamente impressionato.

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Una terza chiesa greca, ma di tradizione cattolica (ebbene sì esiste anche quella a Nazareth, non ero al corrente dell'esistenza di una simile tradizione, ma in questa terra la frammentazione religiosa crea entità davvero insospetttabili) sorge poi accanto alla sinagoga, quella dalla quale Gesù avrebbe cacciato i Farisei (i mercanti in effetti si trovano ora appena fuori).

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Che uno, per colpa dell'iconografia classica, se lo immagina come un tempio monumentale e invece.

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Un'altra chiesa facente parte del complesso della Basilica cattolica è quella che sorge sopra quelli che tradizionalmente sono riconosciuti come i resti della casa di San Giuseppe. 

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Insomma passeggiare per Nazareth è un po' come ripetere alcuni passi del Vangelo ed è inevitabile stupirsi di fronte all'esistenza reale, prosaica e spesso assai poco spirituale di luoghi mitizzati e facenti parte di un immaginario che poco ha a che fare con la realtà, soprattutto di quella mediorientale.

Oggi Nazareth è la città dove si trova la più grande comunità araba in territorio israeliano. La popolazione era composta soprattutto da cristiani, fino all'arrivo di rifugiati musulmani qui giunti dopo la creazione dello stato di Israele. Le due comunità sono in buoni rapporti, anche se ci sono stati momenti di frizione, soprattutto quando la comunità islamica aveva deciso di costruire una gigantesca moschea proprio accanto alla Basilica dell'Annunciazione, cosa alla quale i cristiani si sono fermamente opposti bloccando i lavori. La cosa è ancora motivo di tensioni.

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Tra i musulmani e gli ebrei invece le tensioni sono più importanti e sono legate alla costruzione di un comune a maggioranza ebrea sorto sulle colline attorno a Nazareth. Nazareth Illit o Upper Nazareth, verso la quale sono state spostate la maggior parte delle istituzioni e dei servizi dello stato.

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A Nazareth Illit siamo stati invitati a cena da Shadi che, dopo averci portato a vedere dall'alto il Monte Tabor, dove le scritture affermano ebbe luogo la Trasfigurazione di Gesù, ci ha offerto un superbo pasto mediorientale di quelli che solitamente si preparano nelle grandi occasioni. Il piatto principale a base di agnello, riso, pinoli e mandorle viene infatti fatto cuocere per sei ore dal fumo di una speciale stufa. L'accompagnamento della cena consisteva in una quantità di portate pantagruelica: dolmades (gli involtini di foglie di vite), tabulé libanese, insalate varie, hummus, il tutto annaffiato da vino locale e seguito dal dolce tipico di Nazareth (una cosa un po' formaggiosa, buona, di cui non ricordo il nome o più probabilmente non mi è stato nemmeno detto) che ci è stato servito in giardino.

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Del fatto c
he i medio-orientali fossero un popolo eccezionalmente ospitale ne avevo avuto già prova, ma qui sono stati raggiunti livelli davvero stratosferici, che vanno senz'altro al di là di quello che poteva essere l'interesse per la futura collaborazione nell'ambito del progetto di business per cui ci si trovava lì. Grazie ai nostri ospiti, spero di poter tornare presto nella vostra terra.